Home Politica e Società Lampedusa. «È naufragata la tolleranza: il mare nostrum divide i popoli»

Lampedusa. «È naufragata la tolleranza: il mare nostrum divide i popoli»

intervista a Predrag Matvejevic a cura di Umberto De Giovannangeli
l’Unità, 4 ottobre 20113

«Piango di fronte alle immagini di quella fila senza fine di corpi recuperati dal mare. Piango e mi
ribello, come feci di fronte ai corpi straziati nelle fosse comuni a Srebrenica. È un pianto di dolore,
di rabbia, di indignazione. Per quello che poteva essere fatto e non è stato. Per il silenzio complice
di chi poteva intervenire e ha voltato gli occhi da un’altra parte. Per i grandi della terra che
stringono patti militari e mai patti di solidarietà e di aiuto verso i più indifesi tra gli indifesi». Ha
la voce incrinata dalla commozione, Predrag Matvejevic, l’intellettuale il cui percorso culturale e
umano è stato quello di costruire «ponti» di dialogo tra identità, etniche e religiose, diverse e spesso
violentemente contrapposte. In un suo libro, pluripremiato, «Breviario Mediterraneo», cosi come
nel precedente «Il Mediterraneo e l’Europa» (Garzanti), ha raccontato ciò che è stato e cosa ha
rappresentato, il «mare nostrum».

Da ciò parte il nostro colloquio: «Un’umanità disperata bussa alle nostre porte – riflette Matvejevic -e ad attenderla trova spesso, troppo spesso, muri di ostilità. Barriere non solo fisiche ma mentali.
Il Mediterraneo non deve trasformarsi in un abisso di inciviltà.
In gioco non è solo il futuro, la vita di milioni di esseri umani. In gioco ci sono anche i valori, i
principi che hanno fondato la civiltà dell’Europa». Nell’affrontare l’ennesima, immane tragedia,
consumatasi ieri, viene alla mente un passo di «Breviario Mediterraneo»: «Certamente – riflette
Matvejevic – ancora oggi il Mediterraneo è custode della vita di molti popoli, rievocandone le radici
e le origini comuni. Ma il Mediterraneo, crocevia di civiltà, non è destinato a rappresentare un mito
del passato.

Che cosa resterà nella nostra cultura mediatica e tecnologica delle sedimentazioni millenarie e delle
culture stratificate che hanno alimentato i popoli del mare? Che cosa oggi ha preso il posto dei
viaggi e delle esplorazioni, degli scambi e delle migrazioni dei popoli mediterranei? Come il
Mediterraneo è vissuto da questi stessi popoli, oggi?». La risposta che danno quella fila di corpi
senza vita, sottolinea con amarezza il grande scrittore, è che «il Mediterraneo si sta trasformando
nella tomba della speranza».

A Lampedusa si è consumata una tragedia immane: una strage di migranti.
«Tragedia. Strage. Sono parole terribili, ma anche parole abusate, consunte, che da sole non danno
conto dell’enormità di questi eventi. Così come non basta la parola, gridata da Papa Francesco:
“Vergogna!”. Occorre qualcosa d’altro, di più forte, di più impegnativo. Occorre un nuovo
umanesimo. Di fronte a quella fila senza fine di corpi adagiati su una banchina del porto di
Lampedusa, altre sono le parole che andrebbero pronunciate e sostanziate con atti conseguenti».

Quali sono queste parole, professor Matvejevic?
«Compatire. Condividere. Parole di cui dobbiamo saper cogliere il senso più profondo, quello che
porta al cuore della sofferenza indicibile che spinge migliaia e migliaia di persone a mettere in
gioco la loro vita su quelle carrette del mare.
Condividere la sofferenza ma anche condividere politiche che cerchino di dare una risposta a quella
sofferenza e alla disperazione torna a riemergere dalle acque e dalla sponda Sud del Mediterraneo.
Un Mediterraneo che è lacerato da tempo e più che un mare che unisce appare un mare ostile, che
divide. Un mare in cui fa naufragio la tolleranza, in cui si disperde la solidarietà. Ci sono momenti
in cui queste lacerazioni diventano più evidenti e tragiche. Ed è ciò che racconta la strage di
migranti. Già in passato, abbiamo osservato – qualcuno distrattamente altri indignandosi per questo
scempio di vite umane e di diritti inalienabili – i loro viaggi e naufragi organizzati dalle tante mafie
che infestano il mondo. Il volto dei sopravvissuti, siano essi maghrebini o albanesi, eritrei o somali,
kosovari o siriani, appare a noi sempre eguale: il volto della sofferenza, di chi chiede conforto e
trova spesso solo ostilità e umiliazioni inflittegli. Lo sguardo perso nel vuoto di chi ha abbandonato
l’inferno ma ha paura di venirne rigettato dentro. Ma è nostro dovere saper distinguere i vari aspetti
e le diversità che connotano il fenomeno dell’immigrazione dalle sponde Sud del Mediterraneo».

Quali sono queste differenze?
«Dai Paesi del Maghreb, dall’Algeria, dalla Tunisia, dal Marocco, dalla Libia, ed ora anche dalla
martoriata Siria, bussano alle nostre porte gente molto più giovane di noi e di molto più povera (non
dimentichiamo che la sponda Nord del Mediterraneo è quella dei già invecchiati): a spingerli è
soprattutto il miraggio del benessere economico che sembra loro lì, a portata di mano, a un “passo”
da casa. Poi vi sono i più disperati ancora, quelli che provengono dall’interno dell’Africa che
passano attraverso l’aridità del deserto e una povertà umiliante.
Questa parte dell’immigrazione è la più disperata e la loro disperazione è pronta a tutto. Non hanno
niente da perdere, il rischio non li spaventa. Sperano solo di salvarsi. Questa emergenza
nell’emergenza non trova risposta adeguata nell’aiuto di singoli Paesi e di organismi
sovranazionali».

L’Italia è sotto shock per questa immane tragedia.
«L’Italia da solo non può farcela, anche moltiplicando, ognuno per ciò che gli compete, il proprio
impegno, a cominciare da chi ha responsabilità di governo. Bisognerebbe almeno che i Paesi
euromediterranei unissero le loro forze per accogliere questa gente, dando prova di lungimiranza,
guardando a quella umanità come risorsa e non come minaccia, e di una solidarietà praticata e non
predicata. Le bandiere a lutto non bastano. Quel lutto va elaborato e trasformato in un nuovo
umanesimo. E questa, a ben vedere, è anche la sfida che dovrebbe riguardare la politica e i politici».

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Perché sono loro il nostro prossimo

Adriano Sofri
la Repubblica, 4 ottobre 2013

Ci si può commuovere tutti i giorni, o c’è bisogno di una pausa, di una tregua – non so, una
settimana, almeno un paio di giorni – fra una tragedia e l’altra? O commuoversi comunque quando
la cifra dei morti è così esorbitante?

Quando ci sono i bambini (le donne incinte ci sono sempre), e c’è ogni volta un dettaglio nuovo.
Questa volta è il fuoco acceso dentro una carretta con 500 persone, come accendere un falò in un
autobus all’ora di punta, con le porte che non si aprono. Riescono sempre a procurarsi un dettaglio
nuovo, queste disgrazie. A Catania è in rianimazione il migrante eritreo scampato a tutto, anche alla
spiaggia di Sampieri coi cadaveri allineati dei suoi compagni, e investito da un’auto. I dettagli di
ieri saranno troppi per raccoglierli, i soccorritori pensano a soccorrere, magari piangendo, e i
superstiti, una volta rifocillati e sbattuti in qualche Centro di Indifferenza ed Espulsione, non
saranno più interessanti, coi confini spinati e i deserti e i mari che hanno attraversato, i cadaveri che
hanno urtato, le preghiere che hanno pregato. Non avranno voglia di raccontarlo, e non troveranno
chi abbia voglia di starli a sentire. Guarderanno l’Isola dei famosi, la sera, e capiranno tutto.

Dunque si è quasi offesi, da una giornata simile: centinaia di morti, l’ennesima, più lunga fila di
sacchi da monnezza, non si può pretendere che ci commuoviamo ogni giorno che Dio manda,
perbacco, e all’indomani di un allegro rilancio del governo, che prima era di necessità e ora è
d’amore e d’accordo. Che c’entra il governo con la strage della barcaccia? Niente, appunto. Niente
e nessuno, c’entra. È stata una disgrazia. Cioè: il cinismo degli scafisti, l’imprudenza dei
passeggeri, il panico di tutti. I superstiti non presentavano problemi molto gravi, ha detto un
bravissimo medico, qualcuno aveva bevuto, con l’acqua salata, parecchia nafta. Non c’entra
nessuno, accusare, inventarsi dei colpevoli, è un lusso da salotto. (I leghisti sanno di chi è la colpa:
di due signore). Però il papa ha detto: è una vergogna. Allora bisogna che qualcuno si vergogni, o
che ci vergogniamo tutti. Di che cosa? Di tutto: della guerra civile in Siria, del mattatoio somalo,
della violenza nigeriana che ricaccia indietro i ghanesi. Ah, va bene, campa cavallo! Vediamo più da
vicino, allora.

Controllare meglio quel tratto di mare? Ci sono occhi meccanici cui non sfugge un
branco di sardine. Chi se ne intende dice che il lavoro che fanno la nostra capitaneria, la marina
militare, la guardia di finanza, e anche i mezzi mercantili e da diporto è ammirevole, che i radar non
bastano a vedere tutto, soprattutto con imbarcazioni piccole e mare mosso e sottocosta. Bene:
eppure qualcosa occorre fare. Perché ieri non eravamo solo commossi fino alle lacrime, ma anche
esasperati e furiosi. Perché anche piangendo, si pensa. Si pensa che in Giordania, in Libano, in
Turchia, in Iraq, ci sono oggi un paio di milioni di profughi siriani, e da noi ne sono arrivati due o
tremila; cui vanno sottratti – 250, 300? – quelli di ieri. Si pensa che due giorni fa sono state
pubblicate le nuove cifre sugli immigrati in Italia, e quattro su dieci si propongono di tornare a casa
o andare altrove, e molti l’hanno già fatto. Si pensa che in Grecia, tanto più povera di noi, e tanto
sorella nostra – “stessa faccia, stessa razza” – gli immigrati dall’Europa orientale e dall’Asia e
dall’Africa entrano per terra e per mare in numero assai superiore ai nostri, e poi ci restano chiusi,
in omaggio a Dublino, in balia dei nazisti di Alba Dorata.

E poi, si pensa alle obiezioni di chi, anche in mezzo a tutti questi morti – “una marea di cadaveri”,
ha detto ieri un soccorritore, promuovendoli involontariamente a creature marine, quei viaggiatori
che non sapevano nuotare – tiene a restare, secondo lui, freddo e lucido. “Non possiamo mica
accogliere tutti i fuggiaschi del mondo”. No, infatti, non possiamo. Ma non stanno arrivando tutti i
fuggiaschi del mondo. È ragionevole prevedere che ne arriveranno molti di più. Siccome ci si
compiace a credere che l’alternativa sia fra buonismo e cattivismo, e chi non è né buonista né
cattivista possa solo raccomandare l’anima e il corpo altrui a Dio, proverò a rispondere.
Ammettiamo pure il caso più ottuso: che siate rigorosamente contrari all’immigrazione, che ve ne
fottiate di tutte le avvertenze (“ma i nostri nonni, e il padre del papa Francesco, sono emigrati…”; e
“gli immigrati oggi coprono il 10 per cento del Pil italiano”, e così via).

Bene. E ammettiamo ora che voi, i del tutto contrari, stiate bordeggiando sotto l’isola dei Conigli, e avvistiate una disgraziata che viene da Aleppo o da Samaria e che agita le braccia e annaspa: o la soccorrete, o no. Se non la
soccorrete, siete davvero coerenti con la vostra convinzione, e il diavolo vi porti: l’avete meritato.
Se la soccorrete, com’è infinitamente più probabile, non avrete affatto ripudiato la vostra
convinzione, avrete saputo che c’era una cosa più importante. Che quando succede proprio a voi di
imbattervi nella persona in pericolo, che da voi dipende la sua salvezza, le convinzioni politiche o
demografiche si eclissano, e senza riflettere un momento lanciate il vostro salvagente o la vostra
cima. (E non voglio ancora completare l’esempio, sicché succeda a voi di annaspare e agitare le
braccia, venendo da Bergamo Alta, ed essere soccorso da una carretta di scafisti siriani).

Questa non è la soluzione, ma è una gran parte della soluzione. La soluzione implica che in Siria finisca la
guerra civile, che Dublino 2 non metta in croce la Grecia, che la Germania non si scandalizzi per
l’arrivo di sbarcati a Scicli o a Riace, che l’Europa sia l’Europa. Cose grosse. Si possono affrontare,
anche se sembrano così grosse. Ma intanto c’è la gran parte della soluzione, che consiste nel
comportarsi seriamente, efficacemente, come si fa col disgraziato in cui vi siete imbattuti. Per
esempio, quando in uno scampolo d’estate vi capita di fronte una di quelle barche di disperati, su
una spiaggia siracusana o ragusana, o calabrese o pugliese, e fate una catena umana. Una catena
umana – è gran parte della soluzione.

Ma sarebbe ipocrita lasciarla al caso. Se il samaritano avesse
saputo che tutti i giorni, sulla famosa strada, i briganti lasciavano tramortito un passeggero, avrebbe
chiesto alla polizia di occuparsi dei briganti, e intanto avrebbe improvvisato con altri volontari il
pronto soccorso a quell’angolo di strada. Tutti i migranti che si mettono in viaggio alla nostra volta,
e pagano caro il biglietto per la morte o la vita, tutti, sono il nostro prossimo: che siamo buoni o
cattivi, che vediamo di buon occhio o furibondo la questione dell’immigrazione. Per questo è così
odiosa, oltre che criminale, la politica dei “respingimenti”. Li respingi nei campi libici, a essere
violati e bastonati e venduti. Li respingi “a casa loro”, dove gliela faranno pagare con la tortura e la
pelle. E soprattutto li respingi: agitano le braccia, annaspano, gridano aiuto proprio a te, e li
respingi.

Perché questo non avviene, non abbastanza? Dobbiamo dirlo chiaramente. Perché le autorità,
essendo responsabili (ciò che per molte di loro vuol dire ciniche) preferiscono un migrante annegato
a un clandestino vivo che si aggiri per l’Europa. Un anonimo morto a un rifugiato vivo. Lo
preferiscono, davvero, magari non dicendoselo così chiaro: se no non lo farebbero. Pensano (infatti
pensano): “Se questi disperati arrivassero tutti vivi, sempre più disperati sarebbero incoraggiati a
venire”. Bene: se pensano così, anche se non se lo dicono, stanno favorendo le stragi come quella di
ieri, “magari non così grosse, non tanti in una volta”. Ciascuno, autorità o persona comune, può
liberamente decidere che cosa pensa dell’immigrazione e dei migranti in carne e ossa – il nostro
prossimo. Ma bisogna che sappia che cosa sta decidendo, e ne segua le conseguenze fino alla
banchina di Lampedusa con la fila dei fagotti da monnezza.

Resta da lodare ancora Lampedusa: perché quegli annegati non sono di nessuno, né del paese da cui
fuggono, né di quello in cui sognavano di arrivare. Sono del mare, e di Lampedusa.

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Cosa si prova ad essere un profugo

Marek Halter
Repubblica, 4 ottobre 2013

Sono stato io stesso un profugo, alla ricerca della libertà. Avevo 7 anni e fuggivo dal ghetto di
Varsavia con la mia sorellina e i miei genitori. Approdammo a Mosca, da lì Stalin ci spedì in
Uzbekistan.

Era il 1940, e di quella spaventosa odissea ricordo ovviamente la fame, o meglio, l’insopportabile
dolore fisico che provocava la fame. Ma quello che mi affliggeva maggiormente era sentire che non
eravamo mai i benvenuti. Ogni volta che arrivavamo in un villaggio, venivamo arrestati da una
pattuglia dell’Armata rossa, e i soldati ci urlavano: «Tornatevene da dove venite». Ma tornare
indietro, per noi significava finire in una camera a gas e bruciare in un forno.

A questo ho pensato appena ho saputo della spaventosa sciagura di Lampedusa. Come allora la mia
famiglia, anche gli africani che sono morti ieri non potevano tornare indietro. I disgraziati che
arrivano dall’Africa sulle carrette del mare, mi ricordano anche un’altra tragedia alla quale ripenso
spesso. Siamo nel 1938, e decine di migliaia di ebrei cominciano a fuggire dalla Germania nazista,
dalla Cecoslovacchia già annessa da Hitler e dall’Austria. Ma nessuno li vuole. La Società delle
Nazioni organizza allora una conferenza a Evian per decidere che cosa fare di questi rifugiati. Un
solo Paese al mondo è pronto a riceverli, la Repubblica domenicana! Gli Stati Uniti dicono che non
possono superare la loro quota di immigrati, la Gran Bretagna non voleva che questi ebrei
raggiungessero la Palestina, la Francia ospitava già troppi ex repubblicani spagnoli, l’Italia non si
pronunciò neanche. La prima domanda che sorge spontanea è la seguente. Quali progressi ha
compiuto l’umanità dal 1938 a oggi? E la risposta è purtroppo una sola: non ne abbiamo compiuto
alcuno.

Certo, davanti alla strage di Lampedusa, tutti s’indignano o si dicono sconvolti da tanto orrore, il
Papa per primo. C’è un’altra domanda alla quale dobbiamo subito dare una risposta. Che cosa
possiamo fare per impedire che ciò avvenga di nuovo. Come fermare queste migrazioni dall’Africa
di chi fugge guerre tra clan, conflitti religiosi, corruzione, disoccupazione, carestie? È la pulsione
vitale degli africani che li spinge a lasciare il loro inferno: lo fanno attraversando a piedi il deserto
del Sinai diretti verso Israele, o mettendosi nelle mani dei mercanti di morte che li caricano su
vecchi pescherecci per arrivare dall’altro lato del Mediterraneo.

Che fare, allora? Come prima cosa, credo che sarebbe indispensabile trascinare davanti alla Corte
penale internazionale quei leader africani responsabili dei disastri umanitari che affliggono il
Continente nero. Se il mondo avesse potuto fare lo stesso con Hitler, quando questi decise di
conquistare l’Europa, milioni di vite sarebbero state risparmiate. Come secondo punto, andrebbero
riuniti i Paesi più ricchi del pianeta per dichiarare d’urgenza un piano Marshall per l’Africa,
controllato ovviamente dai donatori, e che stabilirebbe che chi sfrutta le risorse locali dovrà
impiegare lavoratori africani (e non come fa Pechino, per esempio, che nelle enormi regioni che ha
acquistato in Congo, Zambia o Angola importa mano d’opera dalla Cina). Infine, dovremmo
organizzare una nuova conferenza di Evian, dove tenendo a mente quanto accadde nel 1938, i Paesi
più sviluppati potranno dividersi quei migranti che continueranno ad arrivare in Europa, in attesa
che si concretizzino le iniziative più virtuose per salvare il Terzo e il Quarto mondo.

I più pessimisti diranno che queste sono soluzioni utopistiche. Ma quando avvengono tragedie di
questa portata ogni soluzione può sembrare tale. L’importante è reagire. Il mondo non ha mosso un
dito per salvare i rifugiati armeni che fuggivano dal genocidio turco, né gli ebrei dalla shoah, né i
cambogiani massacrati dai khmer rossi o i tutsi fatti a pezzi dagli hutu in Ruanda.

L’Occidente deve rendersi conto che agire è nel suo proprio interesse, perché prima o poi, anche se
molti migranti continueranno a morire per strada, saranno sempre più numerosi quelli che
arriveranno nel nostro mondo ricco. E poi, siamo tanti su questo pianeta, più di sette miliardi di
umani. Che ci vuole a spartirsi quel milione di rifugiati che provengono dai Paesi più poveri? Che ci
costa nutrirli, scaldarli, offrire loro un tetto sotto cui rifugiarsi per evitare che muoiano annegati o
bruciati sui barconi dei mercanti di morte.

Dall’Uzbekistan, alla fine della guerra sono finalmente arrivato a Parigi. Ho cominciato a conoscere
la libertà imparando il francese. Ancora oggi, uso questa lingua nella speranza di far qualcosa per la
libertà degli altri. Anche perché non dimenticherò mai l’orrore che si prova quando fuggi
dall’inferno credendo di trovare il paradiso, ma è in un altro inferno in cui ti trovi. Proprio come è
accaduto ieri a quei poveri disgraziati.

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