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Siria, le cattive compagnie

Emanuela Muzzi
www.altrenotizie.org

Londra. Approvata la risoluzione ONU che obbliga Assad a distruggere il suo arsenale chimico la domanda di fondo resta: chi ha venduto i prodotti chimici usati dal regime siriano per costruire le armi al gas sarino usate lo scorso 21 agosto nella strage di Ghouta? C’è tempo fino al 4 Ottobre per sapere il nome del “chemical brand” che avrebbe esportato materiali precursori per il gas sarino al paese in rivolta grazie a licenze export “made in Britain”.

Se le nazioni sono il soggetto della questione, i composti chimici, i prodotti e le multinazionali sono l’oggetto da definire. Le armi chimiche in sé non esistono se non nel momento in cui due “precursori” reagiscono e si trasformano in gas letale. Di qui il nome: armi binarie.

Dunque anche la risposta potrebbe essere “binaria”: Germania e Gran Bretagna. Due nazioni che hanno appena votato la risoluzione ONU sulle armi chimiche sabato 27 settembre, ma che sono sotto accusa per aver munito Bashar al Assad di gas letale sparato contro i civili. Resta il fatto che gli osservatori ONU non hanno prove che il gas sarino che a Ghouta ha ucciso circa 1500 persone, inclusi 426 bambini, sia di provenienza inglese o tedesca.

Nel difendere il governo tedesco dalle accuse di aver venduto tra il 2002 e il 2006 oltre 100 tonnellate di “dual-use” chemicals, la cancelliera Angela Merkel ha dichiarato lo scorso 18 Settembre alla tv pubblica ARD che non c’è alcuna prova che i materiali in questione fossero utilizzati a scopi militari. In questo caso si trattava di fluoruro e cloruro di idrogeno.

Il secondo “agente fumogeno” è il Regno Unito. L’Independent lo scorso 2 Settembre ha rivelato che il ministro per il commercio, Vince Cable, oltre un anno fa (il 17 e 18 gennaio dl 2012) aveva approvato due licenze per l’export di precursori chimici alla Siria quando nel paese era già in corso la guerra civile. Le licenze in questione erano state revocate in seguito al bando sull’export e alle sanzioni alla Siria varate dall’UE nel maggio 2012.

A beneficiare delle licenze valide sei mesi è stata una compagnia che il ministro non ha voluto nominare “perché – ha spiegato un portavoce del ministero – violerebbe il vincolo di confidenzialità con la compagnia responsabile dell’export”. Ma la commissione parlamentare della Camera dei Comuni per il controllo sull’export delle armi lo ha obbligato a rendere noto il nome del ‘brand’ responsabile entro il prossimo 4 ottobre.

Omertà a parte, le dichiarazioni rese del ministro sono state definite “contraddittorie” dagli MPs della House of Commons. Nell’aprile scorso Cable aveva indicato che “una parte” del carico di fluoruro di potassio e di fluoruro di sodio era stata esportata e che c’erano “ancora rimanenze da esportare” sotto la garanzia delle due licenze, chiarendo di non avere dati sulla quantità della merce già sdoganata.

In seguito, dopo che la storia delle licenze è esplosa sulle prime pagine dei giornali, sia il ministero dell’Industria e del Commercio che Downing Street hanno ufficialmente dichiarato che il carico in questione non è mai stato esportato verso un paese mediorientale in rivolta.

Mentre in questi giorni la diplomazia in doppiopetto si specchia nello schermo dei media, le compagnie chimiche lavorano, producono, esportano. Ma si tratta di un export che non si può controllare con facilità.
Le multinazionali chimiche nel Regno Unito non sono migliaia, sono poche e ben note. Solo alcune: Basf Chemicals, Dow Chemicals, Bayer, Shell Chemicals, DuPont, ExxonMobil, accompagnate dalle relative controllate e firme minori.

Sebbene operino su scala industriale globale, non si può dire che producano armi chimiche, ovviamente. Ad esempio, un quintale di fluoruro di sodio non è un’arma chimica in sé e questo rende la questione dell’uso e dell’export di questi materiali molto fumosa perché vengono utilizzati su scala industriale come gas tossici anti-parassitari per l’agricoltura o come solventi per l’alluminio per costruzioni.

Certo qualche quintale di Fluoruro di sodio in viaggio verso la Siria avrebbe dovuto destare i sospetti di qualcuno, ma non degli ispettori della Customs & Excise, l’ufficio centrale della dogana britannica (organo governativo che controlla ed amministra le licenze export) il quali hanno dichiarato che nessuno dei materiali in questione ha lasciato la Gran Bretagna sotto le “licenze Cable”.

Resta la “deadline” del 4 Ottobre. Le vie d’uscita per il ministro sono tre: fare il nome della compagnia, negare che l’export sotto le due licenze sia mai avvenuto, oppure usare armi di distrazione di massa perché il ‘chemical gate’ evapori tra le daily news.

Nelle ultime settimane il Business Secretary offre pane per i denti affilati dei giornalisti all’inseguimento delle breaking news: il ministro attacca “l’orribile” governo Tory al congresso del Liberal Democratici; si schiera in favore degli immigrati “una risorsa economica per il paese”, poi sostiene la land tax per i proprietari d’immobili: notizie fresche, altro che export illegale di armi chimiche alla Siria e Commissioni parlamentari…

Adesso è di come Vincent tenta di rubare la poltrona a leader dei Lib Dem Nick Clegg, che bisogna parlare, un nuovo rush della carriera del Business Secretary passata anche per la Shell dove dal 1995 al ‘97 ha ricoperto la carica di Chief Economist: che sia stato il caso, oppure l’anello di congiunzione tra politica e cattive compagnie. Entrambi vendono fumo; e in grandi quantità.

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