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Consumismo mediatico a Lampedusa

Marco Loperfido
Adista Notizie n. 36 del 19/10/2013

Ci risiamo: si riaccendono i riflettori sull’isola di Lampedusa, come un set cinematografico che ogni tanto gira una scena del suo reiterato, infinito film, arrivano decine di giornalisti che incominciano a sparpagliarsi dappertutto per intervistare la gente qualunque, mentre le istituzioni si danno da fare a dichiarare “parole” come un formicaio agitato da un’allerta improvvisa che subito passerà. Indignazione, orrore, rabbia, impotenza. Tutta l’Italia gira attorno a questo fazzoletto di terra che stende le braccia verso l’Africa. Tutta l’Italia si interroga su cosa fare, divora la notizia, sviscera, alla radio come in tv, nei bar come sui giornali, il tema dell’immigrazione e delle sue conseguenze faste o nefaste. Li vogliamo, non li vogliamo, sono poveri che scappano dalla guerra, sono clandestini, persone o non-persone, un bene, un male.

Non avrei mai voluto scrivere queste righe perché bisognerebbe avere la decenza di stare zitti e di rispettare il giorno dopo (il che non vuol dire istituire una giornata di lutto nazionale. A proposito: ma se è giornata di lutto nazionale, perché non vogliamo che i loro figli un giorno siano italiani?). Bisognerebbe abbracciare, piangere e dire solo due parole per confortare i parenti, come si fa nei funerali di chi ci era caro. E poi “esserci” davvero nei giorni a venire, quelli difficili. Ma mi è stato chiesto, in virtù dei miei studi sul rapporto tra morte e migranti, in virtù del mio breve viaggio a Lampedusa, di dire qualcosa e di aggiungermi alle mille e inutili parole già dette, e allora scrivo queste strane e sconclusionate frasi che stanno a mezza strada tra il ragionamento e lo sfogo, il che forse non mi giustifica neppure.

Ma lo sapete che tra il 1988 e oggi ci sono stati più di 19mila morti in mare? È una guerra silenziosa come la dimenticanza, come l’oblio, come la rimozione. Non li vogliamo vedere, sono fastidiosi come le mosche. Quando muoiono in 300 tutti insieme qualcosa ci tocca nel profondo dell’umanità sepolta. Ma poi?

Esistono vari tipi di morte. C’è la morte come sprofondamento nel nulla: quella del consumo. Ne fanno le spese i cittadini occidentali, incapaci di pensare la morte come elemento del processo vitale; ne fa le spese il pianeta, usato e poi gettato in un cassonetto; ne fanno le spese i migranti, considerati a mala pena “notizia” per un giorno. Poi c’è la morte-rinascita: accade infatti che qualcuno, vedendo tutti quei corpi stesi nell’hangar dell’aeroporto, magari un giornalista, sicuramente un pescatore che li ha salvati, senta una scossa dentro che lo sconquassa per sempre, che lo cambia facendolo rinascere. Succede quando la morte dell’altro la senti un po’ come la tua, quando riconosci che quel volto fermo nell’ultimo istante della vita è uno specchio in cui riflettersi. A quel punto, anche la morte è vitale e ti cambia nel profondo. Incredibile ma vero.

Le esperienze raccolte nelle mie interviste mi dicono fondamentalmente questo: quando vivi la morte… rinasci; quando rischi di morire ma non muori… diventi migliore; quando, come si dice, “la morte la vedi in faccia” perché è morto un tuo compagno di viaggio e tu no… la vita che vivrai da quel momento in poi sarà più densa e piena di significato. Chi gira dunque nelle strade italiane ed ha rischiato di morire nel viaggio è un essere superiore, bisogna saperlo. Chi lavora dieci ore al giorno per trenta euro nei campi di pomodori non è un poveraccio o un disperato, ma l’apice dell’umanità e il migliore italiano che ci possa essere in Italia. Se dunque vogliamo davvero fare qualcosa di buono da oggi in poi, se vogliamo davvero che questa terribile quanto annunciata notizia abbia un senso, non guardiamo oggi solo a Lampedusa e alla sua strage, ma al siriano che lavora come fruttivendolo, all’egiziano dell’internet point. I volti di questi stranieri sono gli stessi che sarebbero potuti essere nel cellophan a Lampedusa. È un puro caso se loro sono vivi e gli altri no. Forse quel giorno non c’era mare mosso, forse quel giorno la Guardia Costiera non aveva lavorato ad un altro soccorso fino alle quattro del mattino, forse quel giorno nessuno aveva una coperta a cui dare fuoco per farsi vedere.

Si dice che in questa vita stiamo tutti nella stessa barca, ma non è vero. Su quella barca loro ci sono stati, noi no.

* Università Roma Tre; autore di “La morte altrove. Il migrante al termine del viaggio” (Aracne, Roma, 2013)

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Lampedusa, le ambiguità italiane

Manlio Dinucci
Nena News

«Vergogna e orrore»: questi termini usa il presidente della repubblica Napolitano a proposito della tragedia di Lampedusa. Più propriamente dovrebbero essere usati per definire la politica dell’Italia nei confronti dell’Africa, in particolare della Libia da cui proveniva il barcone della morte. I governanti che oggi si battono il petto sono gli stessi che hanno contribuito a questa e ad altre tragedie dei migranti.

Prima il governo Prodi sottoscrive, il 29 dicembre 2007, l’Accordo con la Libia di Gheddafi per «il contrasto ai flussi migratori illegali». Poi, il 4 febbraio 2009, il governo Berlusconi lo perfeziona con un protocollo d’attuazione. L’accordo prevede pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche e la fornitura alla Libia, di concerto con l’Unione europea, di un sistema di controllo militare delle frontiere terrestri e marittime. Viene a tale scopo costituito un Comando operativo interforze italo-libico.

La Libia di Gheddafi diviene così la frontiera avanzata dell’Italia e della Ue per bloccare i flussi migratori dall’Africa. Migliaia di migranti dell’Africa subsahariana, bloccati in Libia dall’accordo Roma-Tripoli, sono costretti a tornare indietro nel deserto, condannati molti a sicura morte. Senza che nessuno a Roma esprima vergogna e orrore.

Si passa quindi a una pagina ancora più vergognosa: quella della guerra contro la Libia. Per smantellare uno stato nazionale che, nonostante le ampie garanzie e aperture all’Occidente, non può essere totalmente controllato dagli Stati uniti e dalle potenze europee, mantiene il controllo delle proprie riserve energetiche concedendo alle compagnie straniere ristretti margini di profitto, investe all’estero fondi sovrani per oltre 150 miliardi di dollari, finanzia l’Unione africana perché crei suoi organismi economici indipendenti: la Banca africana di investimento, la Banca centrale africana, il Fondo monetario africano. Grazie a un attivo commerciale di 27 miliardi di dollari annui e a un reddito procapite di 13mila dollari, la Libia è prima della guerra il paese africano dove il livello di vita è più alto, nonostante le disparità, e viene lodata dalla stessa Banca mondiale per «l’uso ottimale della spesa pubblica, anche a favore degli strati sociali poveri». In questa Libia trovano lavoro circa un milione e mezzo di immigrati africani.

Quando nel marzo 2011 inizia la guerra Usa/Nato contro la Libia (con 10mila missioni di attacco aereo e forze infiltrate), il presidente Napolitano assicura che «non siamo entrati in guerra» ed Enrico Letta, vicesegretario del Pd, dichiara che «guerrafondaio è chi è contro l’intervento internazionale in Libia e non certo noi che siamo costruttori di pace».

«Pace» di cui le prime vittime sono gli immigrati africani in Libia che, perseguitati, sono costretti a fuggire. Solo in Niger ne rientrano nei primi mesi 200-250mila, perdendo la fonte di sostentamento che manteneva milioni di persone. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita sono anch’essi vittime della guerra voluta dai capi dell’Occidente.

Gli stessi governanti che alimentano ora la guerra in Siria, che ha già provocato oltre due milioni di profughi. Molti dei quali già tentano la traversata del Mediterraneo.

Se anche il loro barcone affonda, c’è sempre un Letta pronto a proclamare il lutto nazionale. Nena News

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Lampedusa: morti, lacrime e impotenza

Il Fatto Quotidiano

Non è la sconfitta che pesa; è l’impotenza. L’anno prossimo a Gerusalemme, dicevano gli ebrei. Ma quando si sa che un anno prossimo non ci sarà, che non si può fare niente, che i 300 morti di Lampedusa e quelli di ieri saranno 3.000 domani; è allora il momento più buio: quando non si vede nemmeno più un barlume di luce. Eppure l’obiettivo è chiaro; ed è anche condiviso da tutti: mai più. Mai più morti in mare, su una barca che li porta a una terra promessa di cui tante Lampedusa sono la porta. Mai più campi di concentramento, pudicamente nascosti sotto sigle diverse (Cie, Cpt), dove detenere in condizioni inumane gli scampati al mare. Mai più processi per reati assurdi giuridicamente e inaccettabili eticamente quali il soggiorno illegale nel territorio dello Stato. Mai più questa vergogna. Certo, mai più. Tanto le parole non costano niente. E poi la gente le beve con avidità: un fastidioso senso di colpa è molto diffuso. E dirsi “che vergogna” aiuta a liberarsene, a pensare ad altro. Ho fatto quello che potevo, ho preso posizione, mi sono indignato. Certo, adesso faranno qualcosa, non possono non farla. Cosa?

Si possono impedire le migrazioni? Lo si può impedire a gente che vive in condizioni tali rispetto alle quali costituisce alternativa accettabile lavorare come bestie per anni per pagarsi un viaggio allucinante tra montagne e deserti, in barconi semidemoliti, senza cibo né acqua, con donne e bambini, perfino con donne incinte? Ovviamente no. E infatti non ci si riesce. Si possono stipulare accordi con gli Stati da cui questa gente proviene per evitare la migrazione? Ovviamente no. Come si può pensare di accordarsi con Assad, Gheddafi, Mubarak, i capitribù che hanno sostituito il primo e gli integralisti musulmani e i militari che hanno sostituito il secondo? Si possono stipulare trattati con Mali, Sudan, Etiopia, Eritrea e Paesi simili? E se anche si inviassero risorse economiche per migliorare le condizioni di vita di questi Paesi (il che, del resto, già avviene con i cosiddetti aiuti umanitari), si può pensare che di esse non si approprierebbero i vari tiranni che se ne sono appropriati finora?

Allora è ovvio che la migrazione continuerà; anzi aumenterà fino a diventare inarrestabile, come è sempre successo, fin dall’alba dell’uomo. Dunque bisognerà disciplinarla, organizzarla, assorbirla. Come? Certo, non accettando (sperando, forse?) che affoghino e chiasso finito. Bisogna soccorrere, ospitare, inserire, garantire vita e lavoro. In Italia? Dove c’è un tasso di disoccupazione del 12 % e del 40 % per la disoccupazione giovanile (cioè sotto i 35 anni!)? In Europa, ovviamente quella del Nord, quella ricca, privilegiata? Sì d’accordo, ma poi? Quella non li vuole. Ringrazia Dio ogni giorno perché le porte del Mediterraneo sono in Italia, Spagna, Grecia. Fatti loro. Che vergogna, 300 morti, l’Italia (l’Italia) deve fare qualcosa. Mandiamo un po’ di soldi per la sezione italiana del Frontex (European Agency for the Management of Operational Cooperation at the External Borders of the Member States of the European Union), nome altisonante per un’organizzazione impotente.

Ma forse 300 morti sono un argomento forte. Forse la vergogna arriva fino al Baltico, magari anche nell’Oceano Glaciale Artico. D’accordo Italia, seleziona, dividi i migranti politici da quelli economici e dai delinquenti e terroristi. Tieniti i politici che hanno diritto di asilo; metti in carcere i delinquenti e i terroristi; e poi studieremo come dividerci quelli che restano. Sia chiaro, non l’ha ancora detto nessuno. Ma proprio nessuno. Ma supponiamo che, rossa per la vergogna, la Ue pensi che qualcosa si deve pur dire. E supponiamo che dica questo; che altro potrebbe dire? E a questo punto cosa si fa? È ovvio, per prima cosa si costruisce un gigantesco Cie, anzi, chiamiamolo con il suo nome, un campo di concentramento. Anzi, parecchi, perché i migranti non arrivano solo dal mare; anzi, da lì arriva solo il 15 %; gli altri arrivano con visti turistici o comunque via terra. Quindi bisognerebbe “rastrellarli” tutti (la parola fa venire i brividi), metterli nei campi, identificarli, separarli etc. Identificarli? Come? Niente documenti (vero o no che sia), documenti falsi, dichiarazioni dubbie: vengo dalla Siria, dal Marocco, dalla Somalia, mi chiamo… Impronte digitali, richieste al presunto Paese d’origine… Quando risponderanno? Ma poi, risponderanno? E comunque, quanto tempo ci vorrà? E intanto?

Nei campi di concentramento naturalmente. Altro che i 18 mesi previsti dalla legge, qui l’unità di misura sarebbero gli anni. In Italia ci sono circa 700. 000 immigrati irregolari e aumentano al ritmo del 2 % all’anno (Istat 2010). Dunque dovremmo tenere in campo di concentramento circa un milione di persone per una media di 2 anni a testa, se va bene uno e mezzo. E, a parte ogni altra considerazione, parlandone come se non fosse una cosa ripugnante, chi paga? La detenzione (cosa altro è?) costa 113 euro al giorno per ogni detenuto (ministero Giustizia). I campi di concentramento ci costerebbero più di 41 miliardi di euro all’anno. E io sospetto che la Ue si quoterebbe volentieri per pagarceli. Impotenza. Ma anche rabbia. Non contro i migranti, naturalmente. Contro chi parla di solidarietà, di umanità, di morale; e che si ferma lì: cosa fare non li riguarda. Contro chi se la prende con la legge. Che è scritta male, ovviamente; ma chi è in grado di scrivere leggi adatte a regolamentare la storia? Contro tutti, alla fine. Che è un modo ancora più doloroso di sentirsi impotenti.

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