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Diritti umani: violazioni senza frontiere

Cristina Mattiello
Adista n. 36 del 19/10/2013

Un mondo di diritti violati, spesso a causa del «sistema economico, politico e commerciale creato da coloro che detengono il potere», ma con qualche luce di speranza per i segnali di una nuova consapevolezza e per la forza dei movimenti dal basso: è il mondo disegnato dal Rapporto annuale 2013 di Amnesty International, che documenta la situazione nel 2012, con aggiornamenti fino a maggio scorso, di 159 Paesi.

Di fronte ai governi che con l’alibi della “sicurezza” e dell’“interesse nazionale” hanno continuato a perpetrare crimini gravissimi contro la persona, «la gente è scesa per le strade e ha esplorato lo straordinario potenziale dei social network per portare alla luce repressione, violenza e ingiustizia»: nonostante tutto, la rete dei movimenti per i diritti umani diventa più forte e, con l’aiuto straordinario del digitale, si rivela capace di suscitare spinte per il cambiamento.

Migranti e donne i più esposti

Sono i migranti, i richiedenti asilo, i rifugiati, in continuo aumento, le «persone più vulnerabili del mondo»: per loro, ormai «una sottoclasse globale», la mancanza di un’azione generale in favore dei diritti umani «sta rendendo il mondo sempre più pericoloso», come ha detto Carlotta Sami, direttrice di Amnesty International Italia: ovunque la risposta dei governi è improntata alla protezione delle frontiere nazionali e non alla protezione e al rispetto dei diritti di chi cerca aiuto, che anzi spesso viene trattato da criminale e chiuso in centri di detenzione illegali in condizioni di vita inaccettabili. E anche dopo l’arrivo, «milioni di migranti sono trascinati dalle politiche contrarie all’immigrazione in un ciclo di sfruttamento, lavori forzati e abusi sessuali», in condizioni in molti casi «assimilabili alla schiavitù», vittime della «retorica populista» che li addita come responsabili della crisi del Paese, «alimenta la xenofobia e accresce il rischio di atti di violenza nei loro confronti». Sotto accusa anche l’Unione Europea, che «ha posto in essere misure di controllo alle frontiere che mettono a rischio la vita» di chi arriva.

Drammatico il quadro per le donne: «Metà degli abitanti della Terra è costituita da cittadine di seconda per la violenza di genere – uccisioni, stupri, negazione di diritti di ogni tipo, anche in ambito familiare e istituzionale – che dilaga ovunque. Negata in molti Paesi anche la libertà di scelta nella riproduzione (limitazione del diritto di aborto, sterilizzazione forzata e inconsapevole, soprattutto per le minoranze etniche). In aree africane permangono le mutilazioni genitali. Soprattutto in Asia è negata alle donne la vita pubblica. In Afghanistan, molte le uccisioni, con carattere di esecuzioni. In Irlanda non è stata ancora avviata un’inchiesta sui maltrattamenti nei centri religiosi irlandesi delle “Lavanderie Magdalene” (le Case Magdalene erano istituti religiosi femminili che accoglievano le ragazze orfane oppure ritenute “immorali” per via della loro condotta considerata peccaminosa o in contrasto con i pregiudizi della società benpensante; le ragazze erano impegnate quotidianamente in estenuanti lavori di lavanderia, preghiere assidue e privazioni di ogni genere come cammino verso la redenzione dei “peccati” del passato).

Forte la discriminazione anche nei confronti di persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuati): in molti Paesi sono in aumento le aggressioni omofobe e non sono riconosciuti i «crimini d’odio»; in Russia si registra un’aperta repressione.

I nativi e la requisizione forzata delle terre

Le popolazioni indigene sono “sotto assedio”. I governi, «che dovrebbero tutelarne i diritti, si appropriano delle loro terre in nome dello “Stato sovrano”», per poi venderle a terzi per lo sfruttamento anche minerario, in una fase in cui invece tutti dovremmo «imparare dalle comunità native a ripensare il rapporto con le risorse naturali». La Dichiarazione universale dell’Onu sui diritti delle popolazioni native è totalmente disattesa e gli attivisti indigeni sono perseguitati. Discriminazione, emarginazione e violenza caratterizzano ovunque la vita di queste comunità.

Violenze istituzionali

Restrizioni alla libertà d’espressione sono documentate in almeno 101 Paesi, torture e maltrattamenti in almeno 112: sparizioni, esecuzioni extragiudiziali, detenzioni illegali, processi non regolari si accompagnano alla brutalità e alla violenza di militari, forze di sicurezza e gruppi armati. A rischio giornalisti e difensori dei diritti umani. La pena di morte «a livello globale ha continuato la sua ritirata: ora più di due terzi dei Paesi del mondo sono abolizionisti de iure o de facto, ma si registra una ripresa in Gambia dopo 30 anni e la prima esecuzione di una donna in Giappone dopo 15». 43 le esecuzioni negli Stati Uniti, mentre il Connecticut è diventato il diciassettesimo Stato abolizionista.In Africa conflitti e corruzione dei governanti rendono il quadro drammatico, ma anche qui «la gente ha continuato a pretendere con metodi non violenti dignità, giustizia sociale e rispetto dei diritti». In Asia, in molti Paesi, «il semplice gesto di esprimere pubblicamente la propria opinione, per strada o su internet», comporta un repressione violenta. Gli oppositori politici sono uccisi, torturati, detenuti in condizioni di malnutrizione e lavori forzati.

«Le diffuse violazioni dei diritti umani commesse in passato nella regione e l’incapacità di chiamare i responsabili a risponderne hanno gettato ombre su molti Paesi delle Americhe», anche se in Argentina, Cile, Brasile e Guatemala sono stati celebrati alcuni «procedimenti giudiziari emblematici» a carico di esponenti delle giunte militari del passato.

Colpisce come sempre il quadro dei diritti umani negli Stati Uniti. A tre anni dalla data fissata da Obama per la chiusura di Guantanamo, vi sono ancora trattenuti 166 uomini, «la stragrande maggioranza dei quali senza accusa né processo», in uno stato di «detenzione militare indefinita», e sono arrivati a nove i decessi noti durante questa amministrazione. Impunità diffusa per le violenze istituzionali e i crimini di diritto internazionale dell’era Bush, mentre prosegue «la cosiddetta “uccisione mirata” di sospetti terroristi» all’estero. All’interno, «terribili» sono definite le condizioni nelle carceri: migliaia di prigionieri in isolamento per 22-24 ore al giorno, senza accesso adeguato alla luce del sole, in violazione di ogni standard internazionale e con diffusi «trattamenti crudeli, disumani o degradanti». Ad Amnesty è stato negato l’ingresso nel supercarcere Adx, in Colorado. Continua a «destare preoccupazione» anche il «ripetersi di denunce di uso eccessivo della forza in operazioni di ordine pubblico»: almeno 42 persone, in maggioranza disarmate, sono morte colpite da “taser” (armi che fanno uso di elettricità per immobilizzare il soggetto colpito, ndr) della polizia (540 decessi dal 2001). Crescenti discriminazioni vengono subite dai migranti e la frontiera messicana resta un luogo di violenza e morte.

In Medio Oriente e nell’Africa del Nord alcuni progressi ottenuti per la mobilitazione popolare sono stati messi in crisi dagli sviluppi successivi, dalla repressione violenta o dall’azione di gruppi armati fuori controllo. Pesantissime le restrizioni alla libertà d’espressione, soprattutto negli Stati del Golfo. Amnesty evidenzia anche che «Israele ha mantenuto il blocco militare sulla Striscia di Gaza e ha ampliato gli insediamenti illegali nella Cisgiordania palestinese occupata».

Per l’Europa, il Rapporto segnala negativamente soprattutto la politica nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rom, e stigmatizza gli accordi con alcuni Paesi africani, soprattutto la Libia, che non rispettano i diritti umani. In Grecia «sono drammaticamente aumentati i crimini d’odio basati su razza ed etnia e pervengono continue denunce di violazioni dei diritti umani da parte della polizia e di molti casi di tortura soprattutto a danno di migranti». In Ungheria la nuova Costituzione «ha suscitato preoccupazione per il suo possibile impatto discriminatorio». In particolare i rom «sono stati soggetti a vessazioni e intimidazioni da parte di gruppi dell’estrema destra» o di ronde private, senza un’adeguata risposta istituzionale.

In Italia, una progressiva erosione dei diritti umani

«Anche quest’anno, il capitolo dedicato all’Italia testimonia di una progressiva erosione dei diritti umani, di ritardi e vuoti legislativi non colmati, di violazioni gravi e costanti se non in peggioramento. Una situazione con molte ombre», secondo la presentazione di Antonio Marchesi.

I diritti violati dei rom al primo posto: «Hanno continuato a subire discriminazioni, a essere segregati in campi, sgomberati con la forza e lasciati senza casa, senza salvaguardie legali o procedure adeguate». Una vera e propria «politica di segregazione etnica», che li esclude dall’assegnazione di case popolari e non garantisce neanche gli standard minimi di vita (luce, acqua, servizi igienici). Completamente disattesa la Strategia di inclusione approvata nel febbraio scorso. Condannata più volte da organismi europei e dall’Onu, l’Italia non ha neanche garantito la riparazione per i diritti violati durante lo «stato d’emergenza» dichiarato poi illegittimo dal Consiglio di Stato. Una particolare menzione negativa va al Piano nomadi di Roma.

Anche la condizione e la tutela dei migranti, particolarmente nei centri d’accoglienza, sono al di sotto degli standard minimi. Inoltre, «sono nuovamente falliti i tentativi di introdurre il reato di tortura, come richiesto dalla Convenzione dell’Onu, che pure è stata ratificata, e di creare un organismo nazionale indipendente per i diritti umani», nonostante l’esortazione dell’Alto Commissariato. «Non sono state adottate misure sistemiche per impedire le violazioni dei diritti umani da parte della polizia e garantire l’accertamento delle responsabilità», e non sono stati presi i dovuti provvedimenti disciplinari dopo i processi conclusisi con una condanna (Gomez Cortes, Bianzino Uva, il G8 di Genova). Le condizioni in molti istituti di pena sono «disumane e hanno violato i diritti dei detenuti, compreso il diritto alla salute». Allarmanti le violenze contro le donne e la discriminazione anche giuridica delle persone Lgbti, mentre si registra una «stigmatizzazione pubblica sempre più accesa di chi è diverso dalla maggioranza per colore della pelle o origine etnica».

Come ha detto Marchesi, «è più che mai giunto il momento di fare riforme serie nel campo dei diritti umani. Non ci sono alibi».

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Migranti e guerre. Alcune puntualizzazioni

Francesco Santoianni
www.francescosantoianni.it
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La cosa abominevole è che, alla fine della giostra, tutto questo starnazzare contro le deliranti dichiarazioni di Grillo&Casaleggio, – urlato anche da chi non se ne è mai fregato nulla della democrazia nei partiti o dei diritti dei migranti – sarà servito soltanto a sponsorizzare una nuova “guerra umanitaria”. Una guerra commissionataci, già ad aprile, da Obama (per disarmare le bande degli ormai incontrollabili “ribelli” e supportare l’abietto Governo Zeidan) oggi riciclata, in nome dell’emergenza migranti, da Letta.

E così, dopo quelle combattute per “fermare gli stupri etnici in Bosnia”, le “Armi di Distruzioni di Massa in Iraq”, “la repressione delle primavere arabe in Libia e Siria”, “le inflitrazioni di Al Qa’ida in Mali”. ora la “missione umanitaria” la si fa, ufficialmente, per “fermare i mercanti di morte che dalla Libia ci sommergono di clandestini”. E la cosa che mi fa più incazzare è che di questa imminente guerra nessuno ne parla essendo tutti (anche coloro che, come me, saranno alla manifestazione del 18 ottobre) impegnati a sbandierare la loro rabbia contro Grillo, il loro “antirazzismo” e la loro querula “solidarietà” ai migranti clandestini.

Ma vediamola da vicino questa questione. Parto da una esperienza personale.

Stavo in un autobus, momentaneamente fermo per via di un corteo antirazzista; un cartello inneggiava allo Ius Soli. Un tizio vicino a me esclama “Eh già. Approviamo lo Ius Soli! E sai quante donne africane verranno a scodellare i loro figli qui in Italia? E magari con il neonato dovremmo dare la nazionalità e l’Assistenza sanitaria pure alla madre, al padre e ai fratellini del neonato!” Indignato, incautamente, gli rispondo che mi sembrava comprensibile – addirittura, giusto – che una madre cercasse di garantire un futuro al proprio figlio condannato, forse, a morire di fame nel proprio paese. Mi si sono rivoltati contro tutti i passeggeri: “Ma che cazzo dici?! E chi paga, poi, le spese per ospitarli? Noi, che siamo già alla disperazione? Ma se ci tieni tanto agli immigrati, perchè non li ospiti a casa tua? Ma perchè non dai l’elemosina a chiunque te la chiede per strada o agli incroci?”..E via dicendo.
Non era razzismo, ma xenofobia – riflettevo affrettandomi a scendere dall’autobus – Ormai la crisi fa vedere ogni disperato come una minaccia, un concorrente, dal quale difendersi.

E per tenermi su, mi ripetevo, a mo’ di giaculatoria, le accuse (qualcuna pure da me pubblicata sul web) contro i nostri governanti che – come per la Siria (ma anche per l’Eritrea e la Somalia) – con l’embargo e la guerra alimentano i barconi di profughi che sbarcano sulle nostre coste. E, visto che tutti i salmi finiscono in gloria, concludevo che solo una Rivoluzione socialista su scala planetaria avrebbe potuto risolvere la questione. Poi mi sono fermato ponendomi una domanda: e in attesa della gloriosa Rivoluzione, che si fa?

Che si propone?

Vale la pena di porsi questa domanda mentre impazza la polemica sull’emendamento dei due parlamentari Cinque Stelle per l’abolizione del reato di clandestinità e, sopratutto, sull’allucinante risposta di Grillo&Casaleggio: “.Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità (.) il Movimento Cinque Stelle avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico.” E già, perchè, alla faccia della web-democracy, la strategia del Movimento Cinque Stelle (su questo Casaleggio è stato chiarissimo) è solo quella di arraffare alle prossime elezioni il cinquanta per cento dei votanti (da blandire, oggi, con proposte che non turbino il loro essere) e con quei voti arrivare alla fantomatica “stanza dei bottoni”.

Ma, al di là dell’illusione di Grillo&Casaleggio di potersi barcamenare tra la Lega e i NoTAV, vale la pena di soffermarsi su una questione da essi brutalmente posta : “Quanti clandestini siamo in grado di accogliere se un italiano su otto non ha i soldi per mangiare?”

Certo, detta così è una considerazione infame, a livello di Borghezio; si direbbe, quasi, che la gente non riesce a mangiare perchè sono troppi i clandestini. Roba da pogrom.

Però.. Però, una domanda si pone. Quanti immigrati possiamo oggi realisticamente accogliere? E quali misure attuare per contenere il flusso dei migranti entro certi limiti? Lo so, è una questione sgradevole, sopratutto davanti a tragedie come quella di Lampedusa, ma credo che vada posta. Intanto sgombriamo il campo da demagogiche risposte.
Come quelle teorizzate, tra gli altri, da Umberto Eco che per anni ha incantato la “sinistra” vaneggiando di “migrazioni” come un inevitabile fenomeno, quasi connaturato alla storia umana e che porterebbe ad una auspicabile “società multietnica e multiculturale”. Non è così. L’immigrazione “incontrollata” è da secoli promossa dal capitalismo per consolidare il suo dominio e chi si illude che questa possa rappresentare un fenomeno oggettivamente rivoluzionario ha fatto male i conti.

Tra l’altro, in Italia, negli ultimi decenni, l’immigrazione clandestina ha fatto da contraltare alla deregulation dei contratti di lavoro e allo smantellamento degli Ispettorati del Lavoro; la convivenza delle istituzioni ha finito, quindi, per istituzionalizzare una sorta di “tolleranza” (si pensi, ad esempio, agli stagionali agricoli, agli addetti all’edilizia, ma anche agli operai delle imprese che operano in sub-appalto) che “permette” agli immigrati clandestini di lavorare per paghe da fame.

Altro che “immigrati che accettano lavori che non vogliono più fare gli Italiani” strombazzato dai media mainstream.
Ora questo castello della “tolleranza” verso l’immigrazione clandestina, perpetuatasi tra periodiche sanatorie, leggi sbagliate (come la Turco-Napolitano o la Bossi-Fini), omertà delle istituzioni e una miriade di, spesso fameliche, associazioni (che sulla “solidarietà” ai migranti hanno costruito le loro fortune) sta crollando sotto il maglio della crisi economica e il conseguente crescere della xenofobia.

Sarebbe stato logico aspettarsi, a questo punto, dai nostri governanti chiari provvedimenti miranti sia a fare emergere i lavoratori clandestini (regolarizzando coloro che avrebbero potuto avere un contratto di lavoro regolare) sia allo stemperamento della crescente rabbia nell'”opinione pubblica”. Nulla di tutto questo è stato fatto, ma solo annunci – come lo Ius Soli – o leggi – come la partecipazione di immigrati a concorsi nella pubblica amministrazione – che, al di là della loro reale fattibilità, sembrano fatti apposta per esacerbare gli animi e dirottare la rabbia prodotta dalla crisi contro l’immancabile “capro espiatorio”.

Del resto, è questa, oggi, la strategia messa in atto dai Poteri forti per salvarsi. Una strategia purtroppo vincente in Europa, come dimostra il trionfo, in Francia, del Front National, alimentato da una forsennata campagna “antirazzista” (oltre che sui “matrimoni gay”) messa in atto dal governo o – e so di dire per molti una eresia – in Grecia, dove una davvero sospetta retata dei parlamentari di Alba Dorata sta dando a questo ignobile movimento razzista l’aureola di martire di un odiato governo (e, quindi, un aumento del suo già preoccupante consenso).
Ma torniamo a noi, Che fare per ridurre l’immigrazione clandestina? Intanto abolire il reato di clandestinità: uno strumento assolutamente inutile e costoso e che, tra l’altro, rende più difficile le espulsioni. Poi – ed è bene essere chiari su questo punto – bisogna ridurre drasticamente il flusso di migranti che sbarca sulle nostre coste.

Sulle guerre e gli embarghi, imposti dai nostri governanti, che alimentano questi flussi abbiamo già detto; e così pure sul come le nostre istituzioni hanno favorito l’immigrazione di clandestini. Ci aggiungiamo pure il “land grabbing” (e cioè l’acquisto, sopratutto in Africa, di sterminate aree di terreno, con la conseguente espulsione dei contadini che le coltivavano) nuovo business dei nostrani capitalisti; e ci aggiungiamo pure la partecipazione delle nostre banche allo strozzinaggio in Africa operato dal Fondo Monetario Internazionale.. Tutto vero. Ma, sperando di rimuovere (con una Rivoluzione?) le cause che alimentano le orde di disperati che si rivolgono sulle nostre coste, intanto, cosa proponiamo?

Lo so. È un dilemma che non dovrebbe essere nostro. Ma almeno proviamo a proporre qualcosa prima che la dilagante xenofobia ci riduca come la Francia. Che cosa? Ad esempio accordi bilaterali con gli stati costieri del Mediterraneo per impedire la partenza degli scafi. Lo abbiamo già fatto con l’Albania e gli sbarchi nell’Adriatico sono cessati. Lo avevamo fatto con la Libia e subito si è gridato allo scandalo, arrivando ad accusare Gheddafi delle peggiori nefandezze contro i migranti (quando, poi, la Libia ospitava, allora, ben due milioni di immigrati).
Anzi il trattato Gheddafi-Berlusconi divenne, per tante “anime belle della sinistra”, la prova della “giustezza” della nostra guerra alla Libia. I risultati si sono visti.

E oggi la Libia, dominata da bande di tagliagole messe da noi al potere, è diventata il principale porto di imbarco per le coste italiane. E allora? Che si fa? Ci imbarchiamo, come vuole Letta, in un altra “missione umanitaria” contro i “mercanti di morte”? Assolutamente no. Anche perchè, una missione militare, al di là di quale rituale speronamento (tipo Kater I Rades, per intenderci), in assenza di uno stato funzionante non potrebbe certo controllare una costa lunga 1850 chilometri. Per fermare sul nascere i natanti carichi di clandestini c’è bisogno di uno stato in Libia, così come in Eritrea o in Somalia.

Uno stato

Non certo quella congrega di gangster capitanata da Ali Zeidan e per difendere la quale – come in Afghanistan – mandiamo i nostri soldati. E per creare uno stato, un governo, in Libia ci vogliono non già missioni militari ma libere elezioni; elezioni nelle quali la popolazione possa, senza alcun condizionamento o minaccia, votare chi crede.
Ad esempio, Saif Gheddafi, il figlio di Mu’ammar Gheddafi – sequestrato dal 2011 e in attesa di una condanna a morte – e che, secondo il Washington Post, se potesse presentarsi alle elezioni avrebbe un consenso pressoché plebiscitario. E forse, aggiungiamo noi, la possibilità di ricostruire la Libia: un motivo in più per battersi per la sua immediata liberazione e per la sua agibilità politica in Libia. Una follia questa proposta? Se la ritenete tale ignoratela e continuate a esternare la vostra “solidarietà” ai migranti clandestini.

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