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La fermezza di Obama

Kevin Frederick* – Francis Rivers**
www.riforma.it

Due anni fa, Repubblicani e Democratici del Congresso statunitense hanno concordato di garantire l’assistenza sanitaria a 48 milioni di persone che ne erano sprovviste. Il cosidetto Affordable Health Care Act, detto anche Obama Care, ha resistito a sfide legali alla Corte federale e allo scrutinio delle elezioni del 2012. Nel tentativo di impedire l’applicazione della legge, i membri del cosiddetto Tea Party hanno costretto la direzione del Partito repubblicano a rifiutare l’adozione del budget per l’anno 2013-2014, a meno che il presidente Obama non approvi modifiche alla Affordable Health Care.

Il risultato di questa situazione di stallo è stato un blocco del governo federale che prevede l’eliminazione di tutti i servizi governativi che non sono essenziali per la sicurezza della nazione. Luoghi d’interesse, come il Grand Canyon in Arizona e la Statua della Libertà nel porto di New York, al momento sono chiusi al pubblico. Nessuno sa quale sarà la perdita di fatturato per le imprese che dipendono dal turismo di questi siti.

Un recente sondaggio a livello nazionale rivela che solo il 10% degli americani crede che il Congresso stia facendo un buon lavoro. Allo stesso tempo, quasi il 40% degli americani pensa che il presidente Obama è almeno in parte da biasimare per la crisi attuale. Né repubblicani né democratici usciranno indenni da questa situazione di stallo.

Negli ultimi decenni, i politici americani e i loro costituenti sono stati coinvolti in un dibattito circa la dimensione e il ruolo del governo. Seguendo la tradizione di Franklin Roosevelt e il New Deal, il presidente Obama auspica un ruolo attivo per Washington. Partendo da un punto di vista liberal, egli sostiene l’importanza di fornire la copertura sanitaria per i non assicurati, promuovendo in tal modo il «bene comune».

I Repubblicani, d’altra parte, invocano il carisma di Ronald Reagan. Il governo, sostengono i Repubblicani, non ha il diritto di intromettersi nella libertà dei singoli cittadini. I cittadini dovrebbero avere il diritto di acquistare armi, così come dovrebbero avere il diritto di rifiutare l’assistenza sanitaria. Violare la libertà personale è, secondo i Repubblicani, una tirannia che riporta i cittadini all’epoca del colonialismo inglese. Di fatto, il nome Tea Party deriva dal Boston Tea Party del 1773, un evento iconico nella storia americana quando un gruppo di Patriots, per protestare contro il monopolio inglese del tè, assalirono delle imbarcazioni, seque­strarono casse di tè e le gettarono nell’acqua.

Data la reputazione del sistema politico degli Stati Uniti di arrivare a compromessi pragmatici, la situazione di blocco totale è scoraggiante. Forse il sociologo Daniel Bell aveva sbagliato: siamo ancora lontani dalla «fine delle ideologie». C’è, tuttavia, una spiegazione pratica della situazione di stallo.

Ogni dieci anni, il governo federale degli Stati Uniti conduce un censimento. I risultati del censimento determinano non solo il numero di rappresentanti che ogni Stato può mandare al Congresso, ma anche i confini geografici dei distretti congressuali. Questo processo chiamato redistricting o riorganizzazione è una risposta alle realtà demografiche.

Uno dei fatti trascurati della campagna elettorale 2012 è stato l’impatto che la riorganizzazione ha avuto sul terreno politico. Il Tea Party è riuscito a eleggere individui nei distretti congressuali (soprattutto zone rurale nel Sud e nel Midwest) che non dovevano affrontare la concorrenza né dei candidati del Partito Democratico né delle forze moderate del Partito Repubblicano. Secondo Griff Palmer e Michael Cooper del New York Times, «la riorganizzazione risulta nel fatto che molti membri del Congresso si trovano a gestire distretti politicamente più omogenei e meno competitivi. Quindi, il redistricting è uno degli elementi principali di polarizzazione politica».

La riorganizzazione permette al Tea Party e ai membri della Camera dei Rappresentanti di mantenere e promuovere posizioni ideologicamente contrastanti tutta l’agenda del Presidente. La riorganizzazione consente loro di sentirsi al sicuro e di non avere timori di perdere voti .

Obama, che sin dagli albori della sua presidenza ha sempre detto di voler giungere a compromessi tra i due partiti, ha ora preso una posizione ferma e indiscutibile. I Repubblicani lo accusano di venir meno alle sue promesse ma sta al Presidente il compito di decidere quando e a che punto sarà disposto a negoziare.

L’attuale clima politico negli Stati Uniti punisce i leader politici aperti al compromesso e premia i politici intransigenti. Obama, che ha sempre avuto la reputazione di essere aperto al dialogo, adesso si trova in una condizione di necessaria fermezza. I membri del Tea Party, trovandosi in una situazione privilegiata e forte nei loro distretti, devono ora dare prova di una disponibilità a negoziare. Poco chiaro è se la leadership politica può alternare i propri ruoli e ritrovare il principio del compromesso per il bene del Paese.

* Pastore della Chiesa valdese presbiteriana di Valdese
** Direttore esecutivo della American Waldensian Society

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USA, il gioco sporco sul default

Michele Paris
www.altrenotizie.org

Mentre la chiusura degli uffici governativi americani entra martedì nella seconda settimana, a Washington non sembra essere in vista nessun accordo tra democratici e repubblicani sull’approvazione del bilancio federale che metta fine al cosiddetto “shutdown”. Anzi, l’impasse attuale appare destinata sempre più a confluire in un’altra questione controversa e ancora più delicata, cioè quella dell’innalzamento del livello del debito pubblico che dovrà essere autorizzato poco dopo la metà di ottobre per evitare il primo clamoroso default della storia degli Stati Uniti.

A respingere ogni ipotesi di sbloccare la situazione con un pacchetto di emergenza per finanziare il governo almeno per alcune settimane è stato nel fine settimana lo speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner. Apparso domenica sulla ABC, il leader repubblicano ha ribadito la posizione dell’ala più conservatrice del suo partito, la quale è disponibile a dare il via libera al bilancio 2013/2014 solo in cambio di consistenti concessioni da parte democratica che limitino l’entrata in vigore della “riforma” sanitaria di Obama.

La battaglia condotta dai deputati repubblicani vicini ai Tea Party non è in realtà condivisa da tutto il partito, all’interno del quale sono in molti a temere le ripercussioni politiche causate dalle responsabilità per la paralisi del governo iniziata ufficialmente alla mezzanotte di martedì scorso.

Non pochi tra gli stessi repubblicani, infatti, vorrebbero che Boehner mettesse in calendario un voto alla Camera per approvare il bilancio licenziato dal Senato senza emendamenti relativi alla “riforma” sanitaria, poiché certi che esista una maggioranza trasversale. Il deputato di New York, Peter King, lo ha ad esempio confermato domenica alla stampa USA, rivelando che i repubblicani disposti a rompere con i compagni di partito più intransigenti sarebbero tra i 50 e i 75, se non addirittura 150 in caso di voto segreto. Numeri simili, sommati ai deputati democratici, consentirebbero il passaggio senza difficoltà del nuovo bilancio secondo la versione già approvata dal Senato.

Boehner, tuttavia, continua ad affermare il contrario e, in ogni caso, ha ribadito di non volere portare in aula un provvedimento di questo genere, rimanendo per ora sulla linea dei suoi colleghi conservatori, verosimilmente per non danneggiare ulteriormente la sua leadership con nuovi attacchi dalla destra del partito.

Mostrando un ulteriore irrigidimento della propria posizione, Boehner ha inoltre confermato che la Camera non approverà nemmeno l’innalzamento del tetto del debito federale senza concessioni da parte della Casa Bianca e dei democratici al Congresso. Con un cambiamento di strategia estremamente significativo, lo speaker ha però lasciato intendere che l’obiettivo repubblicano in questo caso non sarà tanto la “riforma” sanitaria, bensì programmi pubblici come Medicare e Social Security.

Dal momento che l’amministrazione Obama ha mostrato una totale chiusura sulla legge del 2010 destinata a tagliare i costi, la quantità e la qualità dei servizi sanitari negli Stati Uniti, i due partiti potrebbero così accordarsi sulla riduzione della spesa pubblica, attorno alla quale i democratici continuano a mostrare più di un’apertura.

La necessità di intervenire per rendere “sostenibili” sia i programmi di assistenza sanitaria destinati agli americani più anziani che l’insieme di benefit di cui godono i pensionati, è stata perciò ripetuta da Boehner nella giornata di domenica, quando contemporaneamente il segretario al Tesoro, Jacob Lew, ha confermato la disponibilità del presidente democratico a trattare con i repubblicani su questi temi.

Nel linguaggio della politica di Washington, com’è ovvio, la garanzia della “sostenibilità” di questi popolari programmi pubblici nel lungo periodo si traduce in tagli sostanziali che ne alterino la natura stessa o nel restringerne drasticamente l’accesso. Il tutto, come ha tenuto a spiegare lo stesso Boehner, senza concedere in cambio alcun aumento del carico fiscale per i redditi più elevati.

Ciò che i democratici proporranno nelle trattative sul tetto del debito – il cui sforamento è previsto per il 17 ottobre – sarà invece una sorta di riforma fiscale, che dovrebbe concretizzarsi in una riduzione delle aliquote per i redditi più elevati da compensare con la cancellazione di trascurabili scappatoie legali che consentono alle corporation e ai più ricchi di abbattere le tasse da pagare.

In definitiva, lo stallo sul bilancio federale e sul livello di indebitamento degli Stati Uniti viene nuovamente sfruttato ad arte dai due partiti di Washington per creare il consueto clima di crisi come è già stato fatto più volte negli ultimi tre anni, così da trasformare una situazione apparentemente di scontro in un esito condiviso che spiani la strada a nuovi attacchi a programmi pubblici essenziali da cui dipende la sopravvivenza di decine di milioni di persone.

Non a caso, infatti, nei corridoi di Washington comincia a circolare una nuova ipotesi relativa al cosiddetto “grande accordo” bipartisan, continuamente evocato nel recente passato e mai andato in porto. In uno scenario sufficientemente drammatico, questa opzione potrebbe essere presa finalmente in considerazione da entrambi gli schieramenti, in modo da combinare in un unico pacchetto il nuovo bilancio federale, l’innalzamento del tetto del debito, la “riforma” del fisco e, soprattutto, i tagli alla spesa pubblica che ridimensionerebbero i programmi destinati alle fasce più deboli della popolazione.

A riproporre il “grand bargain”, secondo quanto riportato dalla testata on-line Politico.com, sarebbe stato lo stesso John Boehner nel corso di un incontro con Obama alla Casa Bianca. Se l’idea sarebbe stata accolta con ironia dai presenti visto il fallimento nel raggiungere un accordo di questo genere in passato, essa starebbe raccogliendo sempre maggiore seguito sia tra i repubblicani che i democratici, entrambi intenzionati ad uscire quanto prima dallo stallo in corso e a far segnare passi avanti verso lo smantellamento di programmi pubblici che, dal loro punto di vista, non rappresentano altro che uno spreco di risorse da indirizzare piuttosto ai grandi interessi a cui fanno unicamente riferimento.

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