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Potere come servizio di M.Vigli

Marcello Vigli

L’esercizio del potere nella Chiesa è uno dei problemi riproposto all’attenzione della pubblica opinione dagli interventi di papa Francesco. In questo contesto la pubblicazione del libro Servizio e potere nella Chiesa (*) della editrice Gabrielli assume, ovviamente, una particolare attualità pur se costruito con testi elaborati in precedenza. La Prefazione e la Postfazione, contestualizzandoli, li propongono proprio come sollecitazione ad approfondire il problema a partire dalla diversità degli approcci. Tale diversità e la ricchezza delle argomentazioni, che caratterizza i testi, s’integrano in una prospettiva comune consentendo di cogliere la complessità del problema, di analizzarne i molteplici aspetti e di valutare le soluzioni individuate nel tempo. Al tempo stesso rendono, però, più laborioso dar conto dei singoli contributi pur se, nella loro diversità, presentano elementi comuni. Si può, infatti, individuare un filo conduttore che unisce alcuni di essi a partire dalla scelta della dimensione storica per comprendere il rapporto fra potere e servizio nella Chiesa.

La introduce Giovanni Miccoli ripercorrendo a ritroso le tappe del percorso, complesso e tortuoso, compiuto dal magistero nel definire le forme dell’esercizio del potere come rapporto fra diakonia/ministero e potestas/auctoritas. Prende le mosse, infatti, dall’insegnamento di Pio XI -“tutti devono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo-Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re” – che proponeva una festa di Cristo re, simbolo di una regalità estesa su tutti gli uomini ed esercitata nel tempo dalla Chiesa. L’enciclica Quas primas, che definisce i principi di tale rivendicazione, è, secondo l’autore, il punto d’arrivo di una lunga storia. Nel metterne in luce alcuni tratti muove dalla opinione diffusa che tale rapporto ha origine dalla donazione di Costantino, per poi analizzarne le successive tappe percorse dai papi Gelasio, Gregorio I Magno e Gregorio VII. Con quest’ultimo l’autorità del papa si propone assoluta sia all’interno sia all’esterno della Chiesa, suscitando numerose reazioni che diventano eresie o proposte alternative, da Francesco a Charles de Foucault. Tutte inefficaci, l’operazione fu, infatti, completata da Innocenzo III e Bonifacio VIII con i quali il primato del papa di Roma fu sancito definitivamente e reso resistente anche alla Riforma e alla Rivoluzione francese. Anche il Concilio Vaticano II ha lasciato aperta la questione sul come trovare un linguaggio, un modo di essere e di porsi delle strutture ecclesiastiche, che sia in sintonia, e non in contraddizione, con il linguaggio e le prospettive del messaggio di cui si pretendono depositarie e portatrici.

Da un’attenta ricognizione della storia della Chiesa muove anche Felice Scalia che, però, segue quella delle definizioni teologiche. Non si limita a individuare solo l’editto costantiniano come il fatto che cambiò la chiesa, ma riconosce una funzione analoga alla traduzione in greco della Bibbia. Fu un avvenimento umano e culturale di primaria importanza, ma poi lo si elevò al rango di rivelazione immutabile. Dal loro intrecciò è derivato che le caratteristiche autoritarie del governo ecclesiastico, a poco a poco, diventano verità rivelata a partire dall’accentramento del potere romano con i papi Leone I e Gregorio VII. Su di esso si fonda il carattere assolutamente piramidale nella chiesa … e una concezione molto personalizzata di “ogni potere” su queste tesi si è venuta fondando, a suo avviso, la concezione secondo la quale Gesù avrebbe propugnato uno stile evangelico individuale, lasciando poi alla sua chiesa (che deve strutturarsi e istituzionalizzarsi per assicurare il futuro dello stesso vangelo) la libertà di assumere le regole del tempo in cui vive. Sull’accettazione di tale dualismo si sviluppa, nel tempo, quella trasformazione da parte della gerarchia dell’autorità in potere – potere come dominio e non come servizio – collocandosi dalla parte dei dominatori; in combutta con loro e con la loro protezione la chiesa è diventata una istituzione abbandonando la forma di assemblea, ecclesia. La chiesa istituzione ha soffocato la chiesa mistero per cui oggi si pensa che dalla sopraffazione del “potere-dominio” sul “potere servizio” non si possa uscire …. Il potere-dominio farebbe così parte della storia della salvezza.

L’autore non condivide questa opinione e vede un’alternativa nella maturazione fra i cristiani di una coscienza evangelica. Il vangelo prevarrà ad opera di una diuturna azione dal basso nella consapevolezza che solo così si può evitare la sua insignificanza. Ai cristiani spetta sciogliere il nodo stretto all’inizio del terzo millennio: giustificare teologicamente come un dato di fatto una chiesa centralizzata, autoritaria, potente, gerarchica, assoluta, escludente, unica depositaria di verità naturali e soprannaturali o contestarla (biblicamente e teologicamente) in nome del vangelo e delle sue esigenze di “ buona notizia”. In questa prospettiva si collocano quelli che l’autore chiama i nove sogni del popolo di Dio che si possono sintetizzare nell’alternativa fra il “Regno di Dio” e il “regno degli uomini”. Nel primo amore, giustizia, pace, rispetto della dignità infinita di una persona, legame indissolubile tra fratelli, comune obbedienza alla Parola, cammino di purificazione per giungere alla pienezza della vita del Cristo nella propria carne, sono le caratteristiche di un popolo di fratelli che va verso la Vita con ruoli diversi ma con uguale dignità, Nell’altro la sottomissione a chi comanda e la rinunzia alla voce della propria coscienza sono elementi portanti. Nella prospettiva del Regno di Dio non c’è posto per una chiesa centralizzata e un assolutismo dogmatico, ma per una chiesa libera dall’ipocrisia, dalla vanità, dall’onnipotenza. Per sperare nel suo avvento sono di conforto, secondo l’autore, alcune parole di padre Balducci che cita fra le altre a conclusione del suo scritto: C’è una speranza che si purifica nell’amore, che si collega alle speranze di tutti gli oppressi del mondo.

Anche per Armido Rizzi l’origine della concezione del potere, prevalsa per secoli nella chiesa, va ricercato nella storia e precisamente nell’impatto fra la predicazione evangelica e la cultura ellenistica prevalente nelle società nelle quali i suoi portatori la proposero, Ne è derivato il processo di ellenizzazione del cristianesimo, che ha condizionato la produzione teologica fino ai nostri giorni. Nel presupposto che il pensiero greco fosse non un pensiero, ma il pensiero, fu assunto come processo di razionalizzazione della fede. Tale concezione, strenuamente difesa ancora oggi da papa Benedetto XVI, è alla base della formulazione dei dogmi e della teologia su di essi costruita avendo resistito alla sua progressiva delegittimazione con la richiesta di “de-ellenizzazione” a suo avviso nata nell’Europa moderna in tre onde a) la Riforma + Kant; b) la teologia liberale; c) le scienze naturali. L’autore contesta puntualmente questa e le altre argomentazioni, con le quali Ratzinger sostiene la sua tesi legittimando tutte le conseguenze che sono derivate dall’ammissione della piena “razionalità della fede” per di più, una razionalità che rimane quella della filosofia greca. Oppone ad esse, una soluzione radicale: la sua teologia alternativa, una teologia elaborata dal di dentro della Bibbia. Pensare dentro la Bibbia, cioè pensare trasformando quello che la Bibbia dice con mito, simbolo, leggenda, parabola ecc. in concetti che traducano fedelmente ciò che è detto nella Bibbia. Per farlo propone un metodo fondato sulla consapevolezza che la Bibbia è un grande mito; il che non vuol dire una falsità, una leggenda. Condivide, infatti, la moderna concezione della natura e della funzione del mito come interpretazione in forme fantastiche della realtà. In questa prospettiva la religione biblica va intesa come religione di alleanza tra Dio e l’essere umano; un’alleanza che inizia con il popolo di Israele e che poi si estende a tutta l’umanità. In conformità a questo patto stipulato in piena libertà, si stabilisce un rapporto fra Dio e l’uomo fondato sulla fedeltà e sull’amore che, interrotto dal peccato, è stato ricostituito come Nuova Alleanza – centro della fede cristiana – che si è realizzato nella morte resurrezione di Gesù, e che trova nel perdono il suo fondamento diventando il nuovo annuncio del racconto cristiano, il suo kerigma non il suo dogma.

Riconosce il valore della storia anche Roberto Fiorini che si sofferma ad analizzarne alcuni momenti in cui il processo del potere papale si realizza a partire dalla donazione di Costantino. Di essa evidenzia, però, le conseguenze derivanti dall’interventismo dell’autorità imperiale nel processo che nei primi secoli ha portato, attraverso i concili spesso convocati dallo stesso imperatore e svolti senza la presenza del papa, a definire i contenuti culturali della fede in forma dogmatica introducendo persino l’uso della terminologia militare. Da tale commistione deriva nei secoli una mondanizzazione della Chiesa caratterizzata, anche a suo avviso, dalla sua esenzione, in quanto istituzione, dalla fedeltà all’imperativo della povertà di Gesù di Nazareth raccomandata, invece, come virtù privata, e, al tempo stesso, dall’esercizio dell’autorità politica. Questa si conferma e si rafforza con l’avvio nel XV secolo della mondializzazione imposta dalla scoperta di nuove terre e di nuovi popoli. Di essi il papa pretende di essere padrone così da poterne distribuire il legittimo possesso ai sovrani cattolici. L’autore muove da queste considerazioni per rilanciare la necessità di proseguire il Concilio a partire dalla norma suprema, sancita nei suoi documenti, che la Chiesa deve”rassomigliare a Cristo” particolarmente nel modo di esercitare il potere come sevizio aprendo gli occhi sulle infiltrazioni mondane di un potere autoreferenziale che si è inserito per osmosi durante i secoli. Ne ricava una domanda perché la storia della chiesa … non diventa il luogo ove discernere la rivelazione di Dio? Se lo diventasse, sarebbe possibile rendere evidente che il papa deve liberarsi di quel carico storico che gli impedisce di essere e di apparire come il servus servorum Dei. Questa scelta non potrà mai avvenire fin quando non si mette mano a quella collegialità e condivisione del potere di servire che traspare dal Nuovo Testamento.

Muove proprio dal Nuovo Testamento, in particolare dal Vangelo di Marco, Rosanna Virgili per porre il problema dell’esercizio del potere analizzando i rapporti fra Gesù e gli apostoli. Si offre loro come esempio discutendo con loro, senza imporsi, della sua missione pur non rinunciando a rimproverarli severamente per le loro preoccupazioni di assicurarsi avanzamenti di carriera. Non si limita a questo, ma, al termine della marcia di avvicinamento a Gerusalemme, entra nel merito e spiega con chiarezza che chi comanda deve servire. Chi vuol essere “protos”, il primo, il capo, sia appunto diacono“doulos”. Anche Il figlio dell’uomo infatti è venuto a “servire” a essere diacono. Sa bene che così dicendo li scandalizza; non possono accettare la messianicità dal basso e sconsolati lo abbandonano. Proprio questa fuga è l’indice, secondo la Virgili, di quanto fosse difficile per gli apostoli, uomini “normali”, comprendere questo riferimento al servizio, alla diaconia pur rafforzato con il riferimento alla personale funzione messianica di quel Gesù che pur avevano seguito e considerato Maestro. Contrapposta, fu la reazione delle donne che non lo abbandonano; sono ai piedi della croce, dove mancano gli apostoli, e hanno il privilegio di testimoniarne la resurrezione. A conclusione le sembra di poter dire questo sul rapporto dialettico tra potere e servizio: il potere si scolla dal servizio e il servizio non è considerato come potere. Il servizio è quello dei grandi della comunità … Si parte quindi dal basso da questa diaconia. Per maggiore chiarezza ne riassume le caratteristiche in cinque atteggiamenti di Gesù, esempio del potere che si fa servizio, per indicarli alla chiesa: ascolto, uguaglianza, cura delle persone, dialogo, nessuna autoreferenzialità.

Nella postfazione l’editore Emilio Gabrielli riflette sulla necessità che i cristiani, ridotti a sudditi per il prevalere nella chiesa del potere-dominio che ha ridotto il cristianesimo a religione civile cancellando la sua funzione eversiva, colgano l’opportunità offerta da papa Francesco. Ha aperto, interrompendo l’era di negazione dl Concilio avviata dai suoi predecessori, la via ad una sua attuazione. Questa, però, è affidata all’auspicio che la conciliarità espressione della laicità diventi la virtù principale della chiesa e dei cristiani tutti, dal vescovo di Roma al più sconosciuto dei credenti.

(*) G. Miccoli, F. Scalia, R. Virgili, A. Rizzi R. Fiorini, Servizio e potere nella Chiesa. “Non possiedo né argento né oro … alzati e cammina” (Atti cap. 3,6) Gabrielli editori, San Pietro in Cariano, 2013

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