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Superare la Bossi-Fini

Salvatore Rapisarda
www.riforma.it

Di fronte alla tragedia, nel cordoglio del lutto, nel rispetto per le persone scomparse, si può alzare la voce soltanto per piangere. Le persone annegate nel Mediterraneo, tra l’Africa e la Sicilia, a pochi metri dalle nostre spiagge, le sentiamo come nostri fratelli e nostre sorelle. Con loro annega il sogno di un’esistenza migliore, la speranza di trovare una terra in cui vivere senza il terrore della guerra e senza i morsi della fame che non ti fanno dormire la notte. Quando muore il sogno, non muore soltanto il sogno di quel giovane eritreo o di quella giovane siriana di cui, purtroppo, non conosciamo il nome. Muore, invece, il Sogno con la esse maiuscola, il sogno incarnato in donne e uomini concreti che dà loro la capacità di affrontare la vita senza paure. Se muoiono i sogni, se muoiono le persone capaci di sognare, a noi non rimane che l’aridità dei discorsi che sanno rimpallare le responsabilità gli uni sugli altri.

In questo clima di aridità abbiamo sentito discorsi che addossano all’Europa la responsabilità delle tragedie che toccano il nostro Paese. Dall’Europa, però, veniamo ripagati con la stessa moneta. L’Italia viene accusata di non sapere gestire il problema migranti, di avere dei centri di identificazione inadeguati, una legislazione dei flussi e dei soccorsi in mare assolutamente caotica. Si chiede un corridoio che aiuti il nostro Paese a fare defluire la congestione causata dai migranti. Congestione? Chi usa espressioni allarmanti fa solo demagogia, non sa o fa finta di non sapere quali sono i dati della questione. Nel 2011 la Germania ha ospitato 571.000 rifugiati; la Francia ne ha ospitati 210.000, il Regno Unito 194.000, la Svezia 87.000, i Paesi Bassi 75.000 e l’Italia 58.000. Questi dati ci mostrano che l’Italia ne ospita un decimo di quanti ne ospita la Germania e che il rapporto migranti-popolazione italiana è di uno a mille, contro i sette su mille della Germania.

L’Italia farebbe bene ad abbandonare legislazioni condizionate dalla subcultura razzista e xenofoba di matrice leghista e di destra. Oggi vige una legge che porta il nome di Bossi e di Fini, due esponenti di una cultura fatta di respingimenti e di espulsioni, indipendentemente dal diritto dei migranti a richiedere quell’asilo che l’Italia è tenuta a offrire in forza delle leggi internazionali che ha sottoscritto. Siamo ancora oltremodo addolorati e irritati per il fatto che abbiamo assistito impotenti a respingimenti senza nemmeno avere constatato l’identità e i diritti delle persone. Non possiamo dimenticare che in quel clima di respingimenti, in cui degli irresponsabili parlavano di cannonate, il governo italiano stipulava accordi col dittatore Gheddafi, foraggiandolo con denari Ue e a cui il primo ministro del tempo baciava le mani. Sono documentate la corruzione delle milizie libiche, le violenze da esse perpetrate contro le donne in fuga dai paesi martoriati dalla guerra e dalla fame, la voracità con cui ricattavano quanti cadevano sotto le loro grinfie e le carcerazioni disumane a cui costringevano uomini, donne e bambini in cerca di un futuro. Non c’è chi non vede il prosperare delle mafie in presenza dell’incapacità italiana di affrontare la questione migrazione con strumenti umani e degni di un Paese civile.

L’Italia non merita di essere additata a livello internazionale come un paese razzista, anche se non vogliamo nascondere l’esistenza di sacche di razzismo. L’Italia non merita di essere sanzionata per una legislazione che non regge il confronto con la migliore tradizione del nostro Paese. L’Italia non merita di assistere ai ritardi e ai giochi elettorali che la classe politica mette in atto per non modificare quanto di più vergognoso c’è nella nostra legislazione a proposito di migranti, di flussi, di richiedenti asilo e di gestione dei Cie, dove impropriamente vengono detenute persone che hanno tutto il diritto di muoversi liberamente. L’Italia non merita di essere condizionata da un clima di paura, quando le persone non hanno paura e sono pronte a soccorrere i migranti in difficoltà. Lo abbiamo visto sulla spiaggia di Catania il 10 agosto, lo abbiamo visto sulla spiaggia di Sampieri il 30 settembre, a Lampedusa a più riprese, con gli interventi dei pescatori e con la sensibilità e l’impegno encomiabile del sindaco Giusi Nicolini. Lo si è visto in varie regioni, dalla Calabria al Piemonte. Lo vediamo ancora a Pozzallo dove le donne offrono vassoi di cibo e di dolci ai tanti giovani che si aggirano intorno al porto in attesa di una risposta alle loro domande e così realizzare i loro sogni.

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Stefano Rodotà
la Repubblica 8 ottobre 2013

Le terribili tragedie collettive sono ormai diventate grandi rappresentazioni pubbliche, che vedono
tra i loro attori i rappresentanti delle istituzioni, ben allenati ormai nel recitare il ruolo di chi deve
dare voce ai sentimenti di cordoglio, dire che il dramma non si ripeterà, promettere che «nulla sarà
come prima». Il pellegrinaggio a Lampedusa era ovviamente doveroso, arriverà anche il presidente
della Commissione europea Barroso, si è già fatta sentire la voce del primo ministro francese perché
sia anche l’Unione europea a discutere la questione. Sembra così che sia stata soddisfatta la
richiesta del governo italiano di considerare il tema in questa più larga dimensione, guardando alle
coste del nostro paese come alla frontiera sud dell’Unione.

Attenzione, però, a non operare una sorta di rimozione, rimettendoci alle istituzioni europee e non
considerando primario l’obbligo di mettere ordine in casa nostra. Lunga, e ben nota da tempo, è la
lista delle questioni da affrontare, a cominciare dalla condizione dei centri di accoglienza dove
troppo spesso ai migranti viene negato il rispetto della dignità, anzi della loro stessa umanità. Ma
oggi possiamo ben dire che vi è una priorità assoluta, che deve essere affrontata e che può esserlo
senza che si obietti, come accade per i centri di accoglienza, che mancano le risorse necessarie.
Questa priorità è la cosiddetta legge Bossi-Fini.

La Bossi-Fini è quasi un compendio di inciviltà per le motivazioni profonde che l’hanno generata e
per le regole che ne hanno costituito la traduzione concreta. Per questa legge l’emigrazione deve
essere considerata come un problema di ordine pubblico, con conseguente ricorso massiccio alle
norme penali e agli interventi di polizia. All’origine vi è il rifiuto dell’altro, del diverso, del lontano,
che con il solo suo insediarsi nel nostro paese ne mette in pericolo i fondamenti culturali e religiosi.

Un attentato perenne, dunque, da contrastare in ogni modo. Inutile insistere sulla radice razzista di
questo atteggiamento e sul fatto che, considerando pregiudizialmente il migrante irregolare come il
responsabile di un reato, viene così potentemente e pericolosamente rafforzata la propensione al
rifiuto. Non dimentichiamo che a Milano si cercò di impedire l’iscrizione alle scuole per l’infanzia
dei figli dei migranti irregolari, che si è cercato di escludere tutti questi migranti dall’accesso alle
cure mediche, pena la denuncia penale.

In questi anni sono stati soltanto i pericolosi giudici, la detestata Corte costituzionale, a cercar di
porre parzialmente riparo a questa vergognosa situazione, a reagire a questa perversa “cultura”. Già
nel 2001 la Corte costituzionale aveva scritto che vi sono garanzie costituzionali che valgono per
tutte le persone, cittadini dello Stato o stranieri, “non in quanto partecipi di una determinata
comunità politica, ma in quanto esseri umani”, sì che “lo straniero presente, anche irregolarmente,
nello Stato ha il diritto di fruire di tutte le prestazioni che risultino indifferibili e urgenti”. Un
orientamento, questo, ripetutamente confermato negli anni seguenti, motivato riferendosi
all’“insopprimibile tutela della persona umana”.

Le persone che ci spingono alla commozione, allora, non possono essere soltanto quelle chiuse
in una schiera di bare destinata ad allungarsi. Sono i sopravvissuti che, con “atto dovuto”
della magistratura”, sono stati denunciati per il reato di immigrazione clandestina.
Di essi non possiamo disinteressarci, rinviando tutto ad una auspicata strategia comune europea.
I rappresentanti delle istituzioni, presenti a Lampedusa o prodighi di dichiarazioni a distanza,
non possono ignorare questo problema, mille volte segnalato e mille volte eluso.
Così come non possono ignorare il fatto che lo stesso soccorso “umanitario” ai migranti in
pericolo di vita è istituzionalmente ostacolato da una norma che, prevedendo il reato di
favoreggiamento all’immigrazione clandestina, fa sì che il soccorritore possa essere incriminato.

A tutto questo si aggiunge la pratica dei respingimenti in mare, anch’essa illegittima e pericolosa per i migranti, sì che non deve sorprendere che proprio in questi giorni il Consiglio d’Europa abbia
definito sbagliate e pregiudizievoli le politiche italiane nella materia dell’immigrazione.

L’unica seria risposta istituzionale alla tragedia di Lampedusa è l’abrogazione della legge BossiFini, sostituendola con norme rispettose dei diritti delle persone. Contro una misura così
ragionevole e urgente si leveranno certamente le obiezioni e i distinguo di chi invoca la necessità di
non turbare i fragili equilibri politici, di fare i conti con le varie “sensibilità” all’interno dell’attuale
maggioranza. Miserie di una politica che, in tal modo, rivelerebbe una volta di più la sua incapacità
di cogliere i grandi temi del nostro tempo.

Siano i cittadini attivi, spesso protagonisti vincenti di un’“altra politica”, ad indicare imperiosamente quali siano le vie che, in nome dell’umanità e dei diritti, devono essere seguite.

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E ora variamo il “pacchetto accoglienza”

Don Sciortino
ww.famigliacristiana.it

“Se non ora, quando?”. Il famoso slogan tratto da Primo Levi, usato negli anni scorsi in una manifestazione contro la violenza sulle donne, potrebbe applicarsi ora per richiedere, con forza e in tempi rapidi, l’abolizione dell’obbrobrioso reato di clandestinità, che non ha risolto nessun problema. Anzi, è stato controproducente. Ci voleva un’immane tragedia, come quella che si è consumata nei giorni scorsi nel mare di Lampedusa, con più di trecento immigrati annegati a poca distanza dalle coste, per accendere i fari su una legge assurda, che rende reato una semplice situazione di fatto, senza che sia stato commesso un crimine.

Una legge disumana che, tra l’altro, costringe i nostri pescatori a girare al largo dalle carrette del mare, evitando di soccorrere questi “poveri cristi” in balia delle onde, arsi dal sole e dalla salsedine, stipati come bestie in pochi metri di barca, per non essere accusati di favoreggiamento del reato di clandestinità. E per non rischiare il sequestro del loro peschereccio. Come è bene raccontato dal regista Emanuele Crialese nel film Terraferma. Più che colpire chi soccorre, incriminandolo di favorire la clandestinità, bisognerebbe invece punire chi omette il soccorso a chi sta per annegare, ripristinando così il primato delle “leggi del mare” (che obbligano a salvare chiunque) su assurde “leggi scritte”. Così, i soldi spesi per pattugliare il mare in vista dei respingimenti, potevano essere usati per il soccorso o per nuovi centri di accoglienza.

O per facilitare un canale umanitario per evitare una continua “strage di innocenti”, tra cui molte donne e bambini. Al “pacchetto sicurezza”, basato su pattugliamenti e respingimenti in mare, un Paese civile deve preferire un “pacchetto accoglienza”, nel rispetto delle leggi internazionali sul diritto d’asilo, sottoscritte anche dall’Italia. A nulla è valso, nel luglio scorso, il grido di dolore di papa Francesco a Lampedusa, dove chiese perdono per le migliaia di immigrati annegati nel Mediterraneo, in fuga da situazioni di disperazione, guerra e persecuzione. Un grido di dolore fattosi preghiera a Dio per le vittime e invito agli uomini di buona volontà perché non si ripetano più tragedie simili. Tutto caduto nel vuoto e nell’oblio. Infine, sarà pure un “atto dovuto”, ma ciò non giustifica la disumana conseguenza della legge Bossi-Fini, per cui i sopravvissuti alla più grande tragedia del mare di questi tempi, ora sono indagati per immigrazione clandestina. E’ dolore che si aggiunge ad altro dolore; così pure la vergogna, come ha detto papa Francesco. Già solo questo basterebbe per dire “basta” al reato di clandestinità (per cui chiediamo di sottoscrivere l’appello) e per abolire la legge Bossi-Fini. A cominciare da chi in politica dice di ispirarsi al Vangelo dell’accoglienza.

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ALESSANDRO ROBECCHI – Lampedusa, l’alibi dell’Europa e lo psicodramma collettivo

La tragedia di Lampedusa ci regala un nuovo ritornello italiano, uno di quelli che ci ronzerà nelle orecchie per mesi, come le canzoncine cretine dell’estate che ascoltiamo anche senza ascoltarle. E il ritornello, con molte varianti, ci dice che quello dell’immigrazione è un problema dell’Europa, che ci deve pensare l’Europa, che l’Europa ci lascia da soli, che noi saremmo i buoni samaritani accoglienti sulla frontiera mentre quelli dentro, nell’interno del continente, quelli della famosa Europa, se ne fregano. È un ritornello che cantano tutti, dal ministro Alfano, che in Parlamento dice che tragedie simili succederanno di nuovo (non male, per un ministro che dovrebbe evitarle), ai “rivoluzionari” a Cinque Stelle, che sull’argomento balbettano anche loro (l’Europa, l’Europa, l’Europa…).

Insomma, l’Europa è una medicina buona per tutto. Austerità perché ce lo chiede l’Europa. Sacrifici e nuove tasse perché ce lo chiede l’Europa. Poi, di fronte a un’emergenza, si invoca l’Europa. L’autogol è nell’aria, perché quando e finalmente l’Europa se ne occuperà scopriremo che abbiamo meno immigrati di molti paesi europei, e l’Europa ci dirà di accoglierne di più. E, si spera meglio. Sì, perché, per continuare, non si capisce cosa c’entri l’Europa con i migranti e i richiedenti asilo stipati nei lager, i materassi (quando ci sono) per terra, un cesso per duecento persone, donne e bambini in condizioni inumane, mesi e anni di detenzione che secondo la legge dovrebbero essere 35 giorni, un affare per gestori dell’emergenza che premia tutti tranne quelli che l’emergenza la vivono sulla loro pelle: i migranti. Insomma, se fino a ieri l’Europa era un alibi per le politiche economiche, oggi è un alibi per non affrontare le nostre vergogne, tipo la legge Bossi-Fini, la madre di tutti i naufragi.

Cercare un capro espiatorio, si sa, è lo sport nazionale, e qui ne esiste un elenco infinito. Gli scafisti. Cattivi, certo, ma gli unici che offrono una via di fuga ai disperati che fuggono da guerre, dittature e carestie. Se ci fosse un corridoio umanitario, per dire, il problema dei trafficanti di uomini non esisterebbe, ed è il vecchio nodo del proibizionismo: se vieti una cosa, ci sarà chi la maneggia illegalmente. Poi il “buonismo”, entità volatile e comoda per fare spettacolo. Sarebbe insopportabilmente “buonista” accogliere chi scappa da una situazione insostenibile, mentre invece sarebbe più dignitoso il “cattivismo” di respingerli in mare, ostacolare i soccorsi minacciando di indagare per favoreggiamento che salva i naufraghi. Alla fine è un festival della malafede e della cattiva coscienza, dove il barile dei morti e dei prigionieri innocenti, futuri schiavi dell’economia sommersa italiana, viene scaricato ora qui ora lì, pur di non affrontare la situazione.

Così, si assiste allo spettacolino indecoroso di gente che la Bossi-Fini l’ha votata, l’ha sostenuta, non l’ha mai osteggiata, l’ha applicata nel peggiore dei modi possibili, che ora si fa problematica e dialogante. Sì, in effetti… Sì, dopotutto… E si rimanda a una ridisegno più complessivo delle leggi sul-l’asilo e l’accoglienza (sempre se se ne occupa l’Europa). Che è il modo migliore per stare immobili e fermi ad assistere ad altre tragedie. Coraggio, ancora qualche giorno e Lampedusa sarà un ricordo, il suo cimitero dimenticato, i suoi morti annegati rimossi, i carcerati innocenti invisibili. Insomma, finirà lo psicodramma. Il dramma, invece, resterà tutto, invisibile anche lui, per chi non vuol vedere.

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