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Laicità della politica di M.Vigli

Marcello Vigli
www.italialaica.it| 17.10.2013

Nel salone d’ingresso della Galleria nazionale d’arte moderna a Roma c’è a terra una tomba con tre tumuli sormontati ciascuno da un cippo con impresso in alto un simbolo: la falce martello, la svastica e la croce.

Una scritta a lato la segnala come la tomba di tre religioni a simboleggiare la morte delle ideologie e della religione. In verità si tratta di una tomba vuota perché quella morte non si è verificata, né solo perché liberismo e mercatismo sono pienamente vitali, ma anche perché il nazismo conserva i suoi proseliti come è apparso i questi giorni. Anche le altre grandi “narrazioni” sopravvivono pur se in forma “ridotta”, prive di autorevolezza e diminuite nel numero dei seguaci.

Della Dottrina sociale della Chiesa si può dire che è fuori moda da quando Giovanni Paolo II ha ritirato la delega ai politici cattolici di presentarsi come suoi interpreti, ma non è venuta meno l’ingerenza clericale nella vita politica esercitata direttamente dalla gerarchia ecclesiastica.

In Italia, è passata dai democristiani al cardinale Ruini e ai suoi successori, che hanno potuto imporla grazie alla disponibilità di politici non cattolici e alla compiacenza dei vertici istituzionali.

A sinistra pari la sorte dell’ideologia marxista. La sua “morte” ben accolta da alcuni, ha prodotto uno spregiudicato pragmatismo che ha contribuito a sfaldare il più solido partito comunista dell’occidente “capitalista”, è negata da altri ed ha prodotto il proliferare di piccole e rissose formazioni ben presto finite nell’irrilevanza politica.

Il Partito democratico – ultima delle sigle successivamente assunte dagli eredi della rinnegata tradizione comunista – ridotto, ai suoi vertici, a somma di cordate di sodali impegnati a conquistare posizioni di potere, ha evitato sul territorio questa sorte per l’aderenza dei dirigenti locali a problemi concreti e per l’arrivo di nuove leve. Si è così scongiurato che i diversi orientamenti ideali provocassero irrigidimenti e conflitti da separati in casa, consentendo sia i successi nelle elezioni amministrative sia la tenuta elettorale nelle recenti politiche, nonostante gli errori dei dirigenti nazionali.

Analoga vitalità democratica resiste a livello locale, fuori del Pd.

Ieri, si è espressa nella resistenza dei metalmeccanici, nell’impegno che, al di là dei diversi riferimenti ideali e culturali dei promotori, ha consentito il lancio dei due referendum: uno per l’acqua pubblica, vittorioso pur se ancora disatteso, l’altro contro l’attuale legge elettorale, dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale.

Oggi, si va verificando nella sollevazione contro il tentativo di stravolgere la Costituzione implicito nelle spregiudicate manovre parlamentari delle Larghe Intese.

Sull’appello La Via Maestra, lanciato da Lorenza Carlassare, Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky per opporsi a esse, si sono coinvolte associazioni, gruppi e movimenti di base. Non intendono fondare un nuovo partito, ma promuovere un soggetto capace di raccogliere e dar forza alla voce di quanti considerano la Costituzione il bastione estremo della democrazia italiana ed aprire la strada ad un modo diverso di fare politica.

La loro voce si è levata alta e forte a Roma sabato 12 ottobre in una piazza del Popolo gremita di comuni cittadini, la maggior parte dei quali convenuti spontaneamente per una manifestazione autenticamente popolare. A scorrere le sigle delle organizzazioni, che hanno dato la loro adesione, si coglie la grande varietà degli orientamenti culturali e dei principi ideali ispiratori del loro impegno nella società.

Ideali politici e fede religiosa, evocati dal palco della manifestazione da chi informava sulla presenza in piazza delle diverse organizzazioni, non sono apparsi morti, ma liberamente associati in una comune dimensione ideale e politica: la cultura della Costituzione. Costituzione non intesa solo come Carta fondante dei diritti/doveri dei cittadini e della struttura istituzionale della Repubblica, ma anche espressione, nei suoi principi generali, di quell’idea di convivenza umana fondata sul riconoscimento della comune cittadinanza.

Questa è la sola che rende assolutamente uguali davanti alla legge e permette a ciascuno di essere libero senza violare la libertà degli altri. Frutto di un processo di mediazione di diverse visioni del mondo ne rappresenta una sintesi inclusiva per l’oggi e per il domani.

In verità è l’espressione più genuina di una visione laica della politica, della laicità della politica.

Non bisogna dimenticare che, con la sentenza 203/1989, la Corte Costituzionale ha proclamato la laicità principio supremo dell’ordinamento costituzionale non limitandola ad una pur legittima concezione universale del mondo e sottraendola alle accuse di essere priva di valori.

La laicità, infatti, consente di vivere liberamente religioni e ideologie come patrimoni ideali da perseguire adeguandoli ai mutamenti profondi, che la convivenza umana subisce nel tempo, e non come criteri interpretativi della realtà o modelli da realizzare, indipendenti dalle condizioni reali in cui ci si trova ad operare.

Laicità non come alternativa alle religioni o alle ideologie, né come nuovo feticcio o tabù, ma come cultura, valore e metodo.

Cultura che offre una visione del mondo fondata sul riconoscimento della ineliminabile parzialità di tutte le altre, ideologiche o religiose che siano; valore da promuovere e da difendere per garantire uguaglianza, libertà, pace e giustizia; metodo per trovare le mediazioni necessarie a dare risposte condivise a diverse e opposte istanze individuali e collettive.

Metodo anche per distinguere ed evitare compromessi e mistificazioni.

In questi giorni c’è chi ha invocato la giusta “fermezza” dell’autorità ecclesiastica di Roma nell’impedire l’uso di chiese per celebrare il funerale di Priebke, per legittimare l’indegno comportamento dell’allora vicario di Roma cardinale Ruini, che vietò le esequie religiose invocate dalla mamma di Piergiorgio Welby.

Laicità significa, infatti, discernimento contro ogni falsa omologazione.

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