Home Politica e Società Perché il decreto sul femminicidio ha spaccato il movimento delle donne?

Perché il decreto sul femminicidio ha spaccato il movimento delle donne?

Elvira Reale, Stefania Cantatore
Udi Napoli

“prima di tutto vive”, una riflessione sul decreto così detto contro il femminicidio. Come tutte le intromissioni delle donne nell’attività legislativa, l’uso del decreto è tutt’altro che una resa al governo e alle istituzioni maschili, ma uno strumento per il rilancio della sfida.

Nel 2004 il movimento delle donne, nella nostra città e poi altrove, superando storie e teorie differenti e frammentate, di fronte al tema della violenza sessuata scelse di orientarsi al confronto e alla ricerca di condivisioni, a partire dall’analisi politica del fenomeno.

Nel giro di dieci anni, anche grazie ad una ricerca orientata all’identificazione delle cause attuali e delle responsabilità politiche, si è potuto ricercare un confronto pubblico, e nel cuore dello stato, su azioni e prospettive che fino agli anni 2000 erano esclusivo patrimonio del femminismo e del suo agire l’autodifesa nei confronti della violenza sessuata.

Dalla sperimentazione permanente dei centri autogestiti , quasi sempre privi di ogni risorsa, tranne quella umana, siamo giunte oggi a negoziare l’ orientamento delle risorse pubbliche e il loro corretto impiego.

Una vera e propria rivoluzione di prospettive che oggi rende realistica la possibilità di aprire un conflitto aperto per una profonda ricollocazione dei diritti delle donne. Il livello attuale di queste pratiche ha reso palesi le connivenze determinate da leggi che ancora risentono del senso comune riassunto in quelle abolite che istituzionalizzavano matrimoni e accomodamenti familiari di fronte a stupri e violenze.

La crescita autonoma del movimento delle donne ha resa possibile e non lontana una sua soggettività politica, pur continuando a confrontarsi con una realtà istituzionale che rimane aggrappata alla sua origine patriarcale.

Se sul femminicidio lo Stato continua a considerarsi conciliatore, per altri versi le istituzioni sono state costrette ad avanzare in terreni poco familiari e sui quali è sempre più difficile richiamare le donne all’ordine gerarchico patriarcale. Tutto questo si è avuto di fronte alla pretesa di nuove regole da parte delle donne.

Si tratta a volte, o sempre, di regole volutamente marginali, che pur non mutando radicalmente le condizioni nelle quali prospera la violenza maschile contro le donne, che tuttavia instillano a piccole dosi molecole di libertà femminile, parte di un corpo estraneo che apre contraddizioni e squilibri. Sta al movimento delle donne che questi squilibri permanenti diventino insanabili, nonostante la capacità restaurativa del potere maschile.

Le leggi fin qui cambiate ed ottenute in Italia, sotto indicazione del movimento antiviolenza, rappresentano un varco, uno spazio per nuove strategie sempre più avanzate verso modello per le generazioni future di convivenza non violento tra donne e uomini.

Allora perché il decreto sul femminicidio di questo 2013 ha spaccato il movimento delle donne?

Fino al momento del decreto di agosto il movimento era stato unito sulla lotta prioritaria alle uccisioni in quanto forma estrema di violenza sessuata. L’accento posto sulla salvezza delle donne di fronte all’espressione più estrema del femminicidio, nella teoria a monte di tutte le azioni da intraprendere per sradicare la violenza di genere dalle costruzioni politiche e sociali, non è un paravento dietro il quale dissimulare il fenomeno nel suo complesso (come dissimula la logica istituzionale).

La piena e vera libertà femminile è negata nel contesto Italiana e mondiale per la natura stessa degli stati, un’azione continua ed attenta tesa a contrastare volta per volta, e sulle emergenze, elementi significativi del sistema di riproduzione della violenza va proprio nel senso della conquista di margini sempre più ampi nei quali quella libertà può agire, dilagare e contaminare. “Prima di tutto vive” non è uno slogan, ma il principio umano e politico dal quale nessuna può prescindere e che esclude il sacrificio eroico, del quale i media si nutrono calcando i toni “sulla vittima buona”.

Il decreto, cosiddetto sul femminicidio, va letto in questa chiave in quanto offre un appiglio legale alle donne per opporsi alle manovre conciliative messe in atto proprio nei luoghi della denuncia, in connivenza con l’uomo violento: denuncia non ritrattabile ed allontanamento contestuale dell’offender diventano veri e propri argini alla riconduzione delle vittime nel contesto omicidiario.

La lotta al femminicidio non deve essere ridotta a norme unicamente securitarie, non può essere ridotta sul piano dell’applicazione della legalità data così come non può essere affidata agli annosi processi di cambiamento culturale (come dimostrano i retaggi tutt’ora presenti e derivanti da una concezione dei ruoli sessuali così come concepiti nel millennio passato), deve però spingersi tu tutti questi piani evitando di cadere nella trappola della concezione che “lo stato non è delle donne”.

Le donne sanno umanamente difendersi, ma devono essere libere: la violenza le imprigiona e le annulla: Nessuna è veramente fuori dalla violenza, tutte potenzialmente possono subire la violenza ulteriore di un sistema fatto per confermare il predominio maschile, nel momento più estremo del pericolo per l’incolumità.

Perché allora pensare che la vittima sia libera solo nel momento in cui “può decidere di lasciar perdere”? una donna che subisce violenze sessuate continuative non ha libertà da esprimere di fronte al potere, come non ne ha di fronte al suo potenziale assassino.

Le prime azioni pubbliche e di politica generale, portate avanti dal movimento, furono nel 2005 le bacheche rosa nei commissariati per affermare l’esistenza del reato ed il diritto di denunciare. Il diritto, appunto non l’obbligo, e fu un successo perché contendeva agli uomini l’uso esclusivo dell’ordine pubblico a difesa della vita.

Nel rileggere attentamente la convenzione di Istanbul si nota che il decreto di agosto 2013 di questa recepisce parzialmente alcuni principi e poteva essere, e può, ancora essere ripensato ed emendato e va comunque considerato come un varco importante nella direzione del contrasto reale al femminicidio.

Posizioni massimaliste, nella contestuale divisione dei poteri, alimentano un’idea elitaria del femminismo e instillano la sensazione che le vittime siano un corpo a parte dal movimento delle donne.

Le donne vogliono rimanere vive, tutte vogliamo rimanere vive, e per questo non possiamo chiudere le i nostri ragionamenti su modelli teorici che vorrebbero “la libertà già qui”.

Non si può dopo tanti interventi che richiedevano la tutela, rinnegare parole come vittime, tutela e sicurezza anche se affidate ad un inasprimento della legge penale contro i violenti. Ce lo richiede la convenzione di Istanbul che dà largo spazio ai concetti come tutela e sicurezza.

L’emergenza c’è, a meno che non abbiamo inventato ( come tanti negazionisti maschi affermano) i tanti omicidi di donne ed il loro non calare mentre calano gli omicidi in generale.

È una fase emergenziale nella crisi generale: le donne vogliono la loro libertà e si oppongono a rimanere con uomini violenti. E proprio questo sembra essere la molla finale del femminicidio: l’affermazione della libertà femminile come la tolleranza della violenza è la sua negazione.

Per le donne che lasciano gli uomini violenti, ma anche per quelle che vorrebbero lasciarli ma hanno paura, cosa pensiamo di dover mettere in campo senza il sostegno di una legge penale che possa fornire strumenti istituzionali ( giudiziari) di protezione (la coercizione e la limitazione della libertà del violento e non viceversa) e che non costituisca una esposizione al rischio di essere uccise o anche solo esposte alla violenza che lede l’integrità psichica e fisica, conducendo se non alla morte sicuramente alla malattia?

Il dibattito sulla libertà di denuncia e la non ingerenza dello stato ci fa fare passi indietro è come se oggi il movimento avesse rinunciato a reclamare la responsabilità istituzionale ( richiesta a gran voce dal movimento finora e parte integrante nella convenzione di istanbul- la due diligence- ) dentro le mura domestiche e nei rapporti personali e di lavoro, trattando la violenza come un affare privato tra uomo e donna e chiedendo che le istituzioni statali ( sociali sanitarie e giudiziarie) non se ne facciano carico e lascino alle donne la responsabilità decisionale sui modi e tempi di gestire il rischio. Finora abbiamo chiesto percorsi veloci delle denunce delle donne, valutazione attenta dei rischi e procedure certe di messa in sicurezza.

Il decreto ha dovuto recepire le nostre pressioni ed è un altro terreno sul quale aprire nuovi conflitti tra le donne e lo stato, tra le donne e lo stato delle cose.

L’uccisione di una donna è per lo Stato un delitto “differente”, la conclusione di una vicenda privata, quando non l’epilogo logico di una vita disordinata, abbiamo lottato perché questa concezione istituzionale divenisse ingiusta per le leggi e non solo da un punto di vista culturale ed umano. Il primo passo è stato affermare che anche, se non soprattutto, le leggi civili e penali rappresentano l’identità di un paese e costruiscono la sua cultura e quindi devono anche rappresentare e garantire le identità femminili.

Di fronte alla nostra vita dobbiamo scegliere e comprometterci, fino a compromettere lo Stato. È forse questa la forza che non crediamo più di avere?

Sono le pratiche a parlarci e a dirci che il diritto è la condizione dalla quale partire, la morte è ciò che pone la parola fine anche al rapporto tra le testimoni della violenza e il movimento delle donne.

Il laboratorio avviato nel 2004 da una parte ha mirato ad un necessario salto di qualità nella percezione della violenza sessuata, a una comunicazione ribaltata su tutti i reati commessi contro la libertà e la vita delle donne, e dall’altra ha attuato una strategia di confronto politico mirato all’assunzione delle responsabilità pubbliche rispetto all’affermazione dei diritti delle donne, prima di tutto di quello di vivere e vivere libere.

Nell’identità di quel che è stato nominato cartello antiviolenza delle donne napoletane la parte più qualificante è stata quella di porre la centralità dell’eliminazione della violenza sessuata rispetto ad ogni prospettiva politica, economica e culturale.

L’emancipazione di un sistema imperniato sulla moderazione violenta dei comportamenti femminili, attiene ad una proposta del movimento delle donne che sappia anche esso emanciparsi da una dimensione auto propositiva al suo interno, che riguarda sempre troppo poche e troppo poco cambia delle condizioni che conducono a soccombere, potenzialmente, tutte.

Più volte lo slogan è stato “salve subito”, e di questo si deve continuare a farsi carico, pena una sconfitta politica ed umana speculare alle ambizioni di libertà dalle quali nessuna vuole arretrare.

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.