Home Comunità Cristiane di Base L’ eccezionalità banale della bontà di B.Manni

L’ eccezionalità banale della bontà di B.Manni

Beppe Manni
Gazzetta di Modena, 29 ottobre 2013

In un dolce pomeriggio autunnale l’addio degli amici a don Adriano Fornari. Uomo buono.

Adriano Fornari un prete qualunque. Non aveva doti eccezionali di intelligenza, bellezza, eloquenza. Non era uno scrittore brillante. Non ha fondato istituti, costruito chiese, oratori, scritto opere letterarie. Negli ultimi quattro anni era pressoché inabile assediato da una di quelle malattie che non perdonano e limitano progressivamente ogni movimento. La sua testimonianza di prete, cristiano e uomo è stata diversa ed eccezionale.

La sua biografia è semplice: diventa prete a 24 anni nel 1966. Per molti anni è stato direttore della Charitas diocesana, dove ha dimostrato grande sensibilità verso più emarginati e capacità di dialogo. Nel 2000 è parroco a Fiorano per sette anni.

Da quando era parroco a Saliceta San Giuliano nel 1966, era diventato direttore dell’istituto T. Pellegrini dei Sordi. A Modena la cura e l’attenzione per i sordomuti è antica: nel 1956 si chiamava “Educatorio estense dei sordomuti” fondato appunto da don T. Pellegrini. Dopo la guerra ebbe due bravi sacerdoti che si occuparono della scuola, don Sergio Ferrari e don Marzio Gualmini. Don Adriano era subentrato dopo la tragica morte di don Sergio nel 1966.

Studiò, scelse buoni maestri, applicò alla scuola i nuovi strumenti pedagogici e tecnici. Ma specialmente come un padre amoroso dedicò tutta la sua vita per curare e rendere autosufficienti queste bambine e ragazzi sfortunati. L’Istituto era gestito da una commissione mista con i rappresentati del Vescovo, del Sindaco, del Provveditorato e della Provincia. Il “Direttore” seppe gestire questa collaborazione “tutta modenese” che metteva insieme competenze e sensibilità diverse, con raro equilibrio e saggezza.

E poi la sua malattia che lo teneva inchiodato alla carrozzina. Dipendente da tutti. Niente di eroico. Non voleva essere campassionato. “Va tutto bene” diceva. Ha continuato a lavorare al suo impegno giornaliero di prete, direttore, amico. E’ stata una testimonianza di come si possa vivere queste infermità ormai così presenti nelle nostre famiglie. Con pazienza e anche allegria. Occasione di solidarietà e di dialogo pieno di parole buone scambiate che solo il tempo lungo della malattia ti dona.

E’ stato un uomo buono, don Adriano, sorridente, accogliente e premuroso. Testimone autentico delle parole del vangelo nelle quali ha creduto.

Il giorno del suo funerale, millecinquecento amici gremivano la piazza del Santuario di Fiorano: ragazzi e ragazze dell’Istituto, ex ormai adulti con famiglia, parrocchiani di Fiorano, amici da tutta la provincia, amministratori e preti. Raramente si partecipa a un rito liturgico così intenso ed emozionante dove le parole scelte delle letture, le preghiere della liturgia, il commento del celebrante, i numerosi interventi e il sentimento dei presenti, vengono vissuti con tanta autenticità. Senza retorica e pietismi. Anche il battimani che tanto stona nelle chiese, aveva acquistato un senso nella sua spontaneità, in quella stupenda piazza accarezzata dal sole autunnale…

Il Vescovo mons Antonio Lanfranchi nella bella omelia ha commentato l’inno alla carità di san Paolo e la guarigione del sordomuto nel vangelo di Marco, ha ricordato che don Adriano era “Un uomo fatto carità, che ha saputo vivere con la semplicità del sorriso l’amore verso tutti…ha fatto veramente udire i sordi e fatto parlare i muti, con la sua preziosa opera di reinserimento nella società dei suoi alunni”.

Noi siamo spesso malevoli, litigiosi, intolleranti, vendicativi, attaccati al denaro, aggressivi. Ne siamo consapevoli.

Abbiamo bisogno di sapere che ci sono uomini giusti, (per fortuna non ancora ‘santi’ che li allontanerebbero troppo da noi), che testimoniano la bontà e la misericordia, la mitezza e il sorriso. In modo naturale e quotidiano.
Senza prediche e giudizi ci trascinano anche se siamo resistenti a fare il bene e a diventare migliori.

A pensare che anche noi possiamo essere buoni.

“Gesù, di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea, in pieno territorio della Decapoli. E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. E portandolo in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: Effatà, cioè: Apriti. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava , più essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano: Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti”.
Dal Vangelo di Marco 7,31 ss.

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