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Medicina di genere: meglio tardi che mai

Ines Valanzuolo
www.womenews.net

Il 31 ottobre 2013 presso l’Istituto Superiore di Sanità si è tenuto un incontro internazionale su “La salute di genere: una proposta per il futuro.” La parola futuro sollecita una serie di riflessioni ironiche e inquietanti quando, nel presentare le motivazioni dell’incontro, si dichiara che la medicina di genere ormai è riconosciuta “branca importante del sapere medico” e che si deve ora lavorare su ”l’appropriatezza” delle cure “occupandosi di quelle popolazioni nelle quali le differenze mediche e di approccio socio-sanitario vanno valorizzate e personalizzate se vogliamo che il nostro sistema sanitario mantenga e aumenti il suo grado di efficacia, efficienza ed equità: anziani fragili, bambini, persone con polimorbilità, e appunto, le donne”.

Non commentiamo. Possiamo però riflettere sul ritardo con cui le istituzioni sanitarie hanno percepito la loro ignoranza circa le diverse esigenze sanitarie determinate dall’essere donne o uomini, non superando però il preconcetto: donne/minoranze fragili da tutelare…

Non sembra quindi banale dopo queste premesse ricordare che il femminismo del ‘900 ha rivendicato l’attenzione al corpo della donna, la sua liberazione dal controllo e dalla segregazione patriarcale e sottolineare che nel 2013 l’Istituto Superiore di Sanita, dove Simonetta Tosi lavorò fino alla morte, sembra ancora ignorare l’ impegno speso dalle donne nel proporre una nuova cultura, generata dallo spostamento delle questioni relative all’equilibrio e alla salute fisico/ psichica delle donne nel riconoscimento della differenza, sia della loro sfera biologica che psicologica ed emotiva.

Tutto ciò, non per creare nuovi steccati, nuove riserve in cui esercitare come sempre tutela e controllo sul corpo femminile ma per raggiungere libertà nell’equità, per tutte/i. Esiste quindi una pratica ed una esperienza sulla “medicina di genere” qui completamente taciuta… Tuttavia i lavori di questa giornata, sia con omissioni che con dati, hanno chiaramente delineato quanto non è stato fatto e quanto si dovrà fare.

Fondamentale a questo proposito l’intervento del Direttore Generale dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) Luca Pani. Ha infatti ricordato che “nel passato la medicina ha studiato malattie, condotto ricerca, sperimentato farmaci facendo riferimento solo al mondo maschile… Le attuali ricerche scientifiche hanno evidenziato, tra uomini e donne, differenze genetiche, anatomiche, fisiologiche, ormonali, nonché di abitudini, stili di vita, sport, alimentazione, fattori sociali e culturali….

I dati di farmacovigilanza 2012 dell’Aifa attestano, inoltre, che buona parte delle reazioni avverse da farmaci nelle donne sono causate da sovradosaggio o politerapie, eventi legati a un dosaggio farmacologico definito su un soggetto maschile del peso di 70 kg.

Dunque, proprio le differenze giustificano l’importanza di favorire lo sviluppo della cosiddetta medicina di genere”.
La medicina deve tener conto di ciò che gli anglosassoni chiamano gender bias, il pregiudizio di genere.
Certamente molti aspetti della Medicina di Genere sono già stati organicamente affrontati dai ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità che dal 2007 ha attivato una struttura ad hoc che si occupa delle differenze biologiche, e contemporaneamente ha coordinato un grande Progetto Strategico Salute Donna (2008-2012), finanziato dal Ministero della Salute, che ha coinvolto 25 Unità Operative disseminate sul territorio nazionale, studiando 5 aree prioritarie: Malattie dismetaboliche e cardiovascolari, Immunità ed endocrinologia, Ambiente di lavoro, Malattie iatrogene e reazioni avverse, Determinanti della salute della donna.(cfr. la scheda dell’Iss sulla medicina di genere).

Inoltre il Direttore del dipartimento del farmaco dell’ISS Stefano Vella per il futuro preannuncia un Tavolo che raccolga un gruppo di lavoro, Aifa, Agenas, Regioni e Ministero della salute che si dedichi alla ricerca di base e a quella clinica, tenendo sempre presente le caratteristiche di genere, e che valuti come le direttive che ne scaturiranno siano equamente applicate a livello nazionale.

Emerge dalle varie relazioni la consapevolezza che l’Italia deve ancora lavorare molto in questo settore. E’ risultato evidente soprattutto alla luce dei lavori di Ineke Klinge, dell’Università di Maastricht e di Londa Schiebinger, dell’Università di Stanford.

La prima ha illustrato tutte le iniziative già prese negli Stati della Comunità Europea. La seconda ha riferito i risultati di ricerche in ambienti diversi; solo un esempio: nelle scuole /campione prescelte, mentre fino al 1980 il 92% dei ragazzi dichiarava che lo scienziato era maschio, recentemente ha continuato a sostenerlo solo il 33%… Ha presentato poi il progetto europeo “Gendered Innovations” che applica la prospettiva di genere per promuovere le innovazioni in ambito scientifico.

Lo stesso dott Luca Pani ha ricordato che l’Italia, su questi argomenti, è giunta in ritardo a livello europeo; per esempio fino al 2010 nel Comitato europeo di valutazione scientifica dei medicinali non aveva rappresentanti, oggi sono in quattro.

Purtroppo anche a livello nazionale si procede a fatica se, come dichiara il dott. Bruno Rusticali della Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas), parlando di quanto fanno le Regioni, dichiara che nelle linee guida canoniche la questione di genere non esiste come non esistono dati disaggregati.

Emergono tuttavia alcune eccellenze: la Prof.ssa Flavia Franconi, direttora del Laboratorio Nazionale Medicina di Genere del Consorzio Università di Biostrutture e Biosistemi dell’Università di Sassari, che ha illustrato le iniziative intraprese, quelle progettate e le pubblicazioni già disponibili ; La Prof.ssa Clelia Piperno del MIUR (Ministero Istruzione Università Ricerca) che sta portando avanti, non senza resistenze ideologiche, un piccolo ma interessante progetto di medicina di genere con l’ Istituto superiore di sanità e l’Ospedale Romano Bambin Gesù perché, non si può negare, anche tra bambine /i c’è differenza di genere

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