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Due papi e una enciclica di E.Rindone

Elio Rindone
www.italialaica.it

Due eventi concomitanti: il viaggio di papa Bergoglio a Lampedusa, gesto di autentica umanità e sensibilità evangelica per i poveri del mondo, e la pubblicazione dell’enciclica Lumen fidei, testo che nasce da un’impostazione ideologica decisamente premoderna.

L’apprezzamento per la dura condanna dell’egoismo e dell’indifferenza, cause del dolore e della morte di tanti migranti, ovviamente non può esimere da una valutazione critica dell’enciclica, la cui impostazione appare non solo incapace di coinvolgere i lettori non cattolici ma anche insostenibile alla luce delle acquisizioni della stessa teologia cattolica.

Il papa, infatti, concepisce la fede come “dono di Dio, virtù soprannaturale da Lui infusa”(n 7), che consente di riconoscere “che una Parola buona ci è stata rivolta”(n 7) e di accogliere “questa Parola, che è Gesù Cristo, Parola incarnata”(n 7). E, per parlare di questo dono, ricorre, più che alle definizioni tecniche ereditate dalla Scolastica, al linguaggio della Bibbia. Ottima intenzione, ma bisogna essere coerenti: se ci si vuol basare sulla Scrittura, questa va letta con gli strumenti offerti dall’esegesi contemporanea, che per più aspetti rivoluziona dalle fondamenta la teologia tradizionale! Non è questa la sede per addentrarsi in tale problematica, ma è certo che oggi molti biblisti avrebbero difficoltà a parlare della fede come di una ‘virtù soprannaturale’.

Papa Francesco, evidentemente, non gradisce le conclusioni cui giungono gli esegeti, e allora li ignora, parlando della fede “in continuità con tutto quello che il Magistero della Chiesa ha pronunciato circa questa virtù teologale”(n 7). Ma ignorare o privare della parola i teologi e fondare la forza dei propri argomenti sull’autorità del magistero non risulta oggi molto convincente, perché è proprio la stessa idea di un’autorità magisteriale che è da tempo in discussione.

Un magistero poco affidabile

Che la gerarchia cattolica chieda ai fedeli di accogliere il suo insegnamento, e non solo quello solenne ma anche quello ordinario, in spirito di fede è certo. E il papa ribadisce che “il Magistero parla sempre in obbedienza alla Parola originaria su cui si basa la fede ed è affidabile perché si affida alla Parola che ascolta, custodisce ed espone”(n 49). Peccato però che questa pretesa si scontri con la realtà dei fatti.

Le smentite della storia sono innumerevoli. Davvero è un esempio di fedeltà alla ‘Parola originaria’ Leone X quando condanna la tesi sostenuta da Lutero per cui “È contro la volontà dello Spirito che gli eretici siano bruciati”(Exsurge Domine, 1520)? O Pio IX quando condanna la libertà di coscienza, “dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria chiamata delirio”(Quanta cura, 1864)? O il Concilio di Firenze quando proclama solennemente che “Nessuno per quante elemosine abbia potuto fare, e perfino se avesse versato il sangue per il nome di Cristo si può salvare, qualora non rimanga nel seno e nell’unità della chiesa cattolica”(Sessione XI, 1442).

Ma poiché la consapevolezza della scarsa affidabilità del magistero sembra oggi abbastanza diffusa, per evitare di dare l’impressione di volere sfondare una porta aperta non mi soffermerò oltre su questo punto.

Una lettura molto selettiva della Bibbia

Mi pare, invece, necessario richiamare l’attenzione sul fatto che una corretta lettura della Bibbia non solo esige il ricorso agli strumenti esegetici più aggiornati ma deve essere anche integrale: non è possibile, in sostanza, scegliere le pagine più affascinanti e ignorare quelle più imbarazzanti. Purtroppo è proprio ciò che fa l’enciclica.

L’Antico Testamento, ricorda il papa, presenta un Dio che parla con gli uomini: “il Dio appunto di Abramo, Isacco e Giacobbe, capace di entrare in contatto con l’uomo e di stabilire con lui un’alleanza”(n 8). E nei confronti di Abramo Dio non lesina le promesse: una numerosa discendenza e una terra fertile in cui abitare.

Va detto, però, che quest’alleanza non è con l’umanità ma con un determinato clan, con un popolo nel cui interesse Dio non esiterà a combattere e a sterminare altri popoli. La liberazione di Israele dalla schiavitù, per esempio, avverrà con una serie di ‘prodigi’ culminanti nell’uccisione dei primogeniti egiziani, mentre le case degli israeliti saranno risparmiate perché cosparse col sangue di un agnello immolato: “Io passerò per il paese d’Egitto e colpirò ogni primogenito nel paese d’Egitto, uomo o bestia […]. Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio”(Esodo 12, 12-13).

La sollecitudine del Signore, dunque, non si estende a tutti i popoli: anzi, pare che egli voglia infierire sugli egiziani e, impedendo che il faraone ceda alla richiesta di Mosè di lasciare liberi gli ebrei, mostrare così la sua potenza punitiva: “Io ho reso irremovibile il suo cuore e il cuore dei suoi ministri, per operare questi miei prodigi in mezzo a loro”(Esodo 10, 1). Piuttosto crudele un Dio che indurisce il cuore del faraone e che dichiara di voler egli stesso causare direttamente la morte dei primogeniti, uomini o animali che siano!

Ma neanche gli ebrei sono al riparo da punizioni, forse un po’ eccessive. Infatti, quando il popolo cade nell’idolatria adorando un vitello d’oro, Mosè ordina ai leviti di provare la propria fedeltà al Signore uccidendo le persone a loro più vicine: “uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente”(Esodo 32, 27). Ordinare di uccidere le persone più care è il metodo adottato dai mafiosi per mettere alla prova la fedeltà dei membri dell’organizzazione: che abbiano imparato dalla Bibbia? Ad ogni modo, i circa tremila morti non sono sufficienti per il Signore, che promette: “nel giorno della mia visita li punirò per il loro peccato”(Esodo 32, 34).

Riferendosi a questo episodio della Bibbia, il papa non parla dell’esplosione della collera divina ma si abbandona a una pia riflessione sull’idolatria, contrapponendola alla fede: “Credere significa affidarsi a un amore misericordioso che sempre accoglie e perdona, che sostiene e orienta l’esistenza, che si mostra potente nella sua capacità di raddrizzare le storture della nostra storia”(n 13). Ma chi legge il testo per intero non può non chiedersi: anche la strage degli adoratori del vitello d’oro è frutto di amore misericordioso?

La conquista della terra, poi, che per gli israeliti è la prova che Dio mantiene le sue promesse, è una vera tragedia per i legittimi abitanti del Paese, che per ordine di Dio debbono essere addirittura sterminati. È il Signore, infatti, che per bocca di Samuele, per esempio, ordina a Saul il genocidio degli Amaleciti: “Colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini”(1 Samuele 15, 3). È ovvio: di tutto questo è meglio non parlare.

Certo, non mancano pagine bibliche in cui il Signore, placati gli spiriti guerrieri, sembra voler fare del suo popolo la guida che insegnerà agli altri popoli le vie della pace: “Verranno molti popoli e diranno: Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare sui suoi sentieri. […] Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra”(Isaia 2, 3-4). Ma si può giustificare una lettura selettiva della Bibbia, che ne salva solo pagine accuratamente scelte?

Una Scrittura poco ‘ispirata’

La questione non è di facile soluzione per chi, considerando la Bibbia direttamente ispirata da Dio, deve accettarla per intero, riconoscendo a tutte le sue pagine lo stesso status di ‘Parola di Dio’. Di fronte alle difficoltà poste dai racconti più ridicoli o moralmente ripugnanti una lunga tradizione ha quindi seguito varie vie: offrirne una lettura allegorica, isolare un versetto dal contesto per capovolgerne il senso, reinterpretare i testi alla luce di categorie filosofiche ad essi estranee o, più semplicemente, far cadere nel dimenticatoio interi libri, quando risultavano incompatibili con una sensibilità culturale e morale più raffinata.

In poche parole: la Bibbia per la gerarchia cattolica è un problema, tanto che per secoli, e si può dire sino al concilio Vaticano II, ne è stato proibito l’accesso ai semplici fedeli. Il magistero, infatti, si è impadronito del Libro, dichiarando che per disposizione divina spetta ai pastori il compito di selezionare, interpretare e rendere noti con la predicazione i contenuti della Scrittura che appaiono adatti al gregge.

Tutto ciò ha avuto conseguenze di enorme portata per la cristianità: da una parte, un atteggiamento di passività di intere masse, ridotte a uno stato di assoluta dipendenza da un clero che si presentava come unico interprete della parola di Dio; dall’altra, un’autorità ecclesiastica che, considerando di origine divina, e perciò immutabili, idee, istituzioni e precetti morali del popolo ebraico, spesso diventava un grave ostacolo per il progresso culturale e civile della società.

Ecco qualche esempio: l’antifemminismo del mondo antico ha trovato ulteriore giustificazione nel racconto della Genesi, che attribuisce a Eva la responsabilità di avere indotto Adamo a peccare. L’idea della particolare malvagità della donna, confermata da tanti testi biblici (v. per esempio Proverbi 7, 10-12; 9, 13-18) e negli ambienti clericali non superata ancor oggi, ha certamente rafforzato una mentalità patriarcale di predominio maschile e con la caccia alle streghe, avallata alla fine del Quattrocento dal papa Innocenzo VIII, ha provocato per un paio di secoli enormi sofferenze a un numero difficilmente calcolabile di donne, non di rado mandate al rogo.

Nell’antichità l’economia si basava sul lavoro degli schiavi, e anche la Scrittura sembra accettarla, tanto che Paolo invita gli schiavi a obbedire ai loro padroni (v. Efesini, 6, 5-8). Ma alla fine del Settecento, nel corso della Rivoluzione francese, viene abolita la schiavitù, in quanto appare ormai in contrasto col riconoscimento dell’uguaglianza tra gli uomini. Invece Pio IX, confortato dalla Bibbia, ancora nel 1866 approva una Istruzione del Sant’Uffizio che ribadisce che “la schiavitù, di per sé, non ripugna affatto né al diritto naturale né al diritto divino [e che]… non ripugna al diritto naturale né al diritto divino che il servo sia venduto, comprato, donato”.

Il papato non è stato motore del cambiamento neanche per quanto riguarda la diffusione delle idee democratiche. L’affermazione di Paolo (v. Romani 13, 1-2) secondo cui il potere viene dall’alto ha indotto la chiesa romana a considerare un sovvertimento dell’ordine voluto da Dio il principio della sovranità popolare. Leone XIII, per esempio, lancia l’allarme contro simili aberrazioni: si arriva a sostenere che “la sovranità non consiste che nella volontà del popolo, il quale, come possiede da solo tutto il potere, così da solo si governa: sceglie di fatto alcuni a cui delegare il potere, ma in modo tale da trasferire in loro non tanto la sovranità, quanto una semplice funzione da esercitare in suo nome. Si tace dell’autorità divina, come se Dio non esistesse o non si desse alcun pensiero del genere umano”(Immortale Dei, 1885).

Per uscire da tale vicolo cieco, e smetterla di tentare di imporre agli uomini d’oggi credenze e costumi morali di altre ere geologiche, le gerarchie ecclesiastiche hanno una sola possibilità: abbandonare l’idea che la Bibbia sia rivelazione divina, e quindi da accettare per intero, e riconoscere che in essa è condensata l’esperienza religiosa di un popolo, che nel corso dei secoli ha elaborato un patrimonio di idee, intuizioni e concezioni morali, all’interno del quale sarà allora lecito selezionare ciò che va salvato, tralasciando ciò che è francamente inaccettabile.

Ratzinger o Bergoglio?

Invece il papa, purtroppo, si muove nel solco della tradizione, e quindi ripropone le vecchie idee sul magistero, sulla rivelazione e, di conseguenza, sulla fede. Questa virtù, precisa Bergoglio, esige l’assenso a tutte le verità rivelate e proposte dal magistero: “Proprio perché tutti gli articoli di fede sono collegati in unità, negare uno di essi, anche di quelli che sembrerebbero meno importanti, equivale a danneggiare il tutto”(n 48). Fortunatamente ci si limita ad asserire che chi nega un articolo di fede danneggia il tutto: in altri tempi si sarebbe detto che è un eretico da bruciare.

La fede, quindi, per il papa ha a che fare con la dimensione conoscitiva, perché porta la luce della verità rispondendo alle grandi domande su Dio, sull’uomo e sul senso della vita. E, poiché oggi è caduto l’oblio sulla “domanda sull’origine di tutto, alla cui luce si può vedere la meta e così anche il senso della strada comune”(n 25), il papa indica l’urgenza del momento: “Richiamare la connessione della fede con la verità è oggi più che mai necessario, proprio per la crisi di verità in cui viviamo”(n 25).

È il vecchio tema della collaborazione tra ragione e fede, leitmotiv del pontificato di Benedetto XVI, e infatti sono presenti nell’enciclica tutti i temi a lui più cari: dalla tesi secondo cui l’incontro del messaggio evangelico con il pensiero filosofico del mondo antico “favorì una feconda interazione tra fede e ragione”(n 32) alla polemica contro “l’uomo diventato adulto”(n 2), che invece nella modernità si vuole chiudere nell’ambito della sua ragione, e contro il “relativismo”(n 25), che nega ogni verità assoluta. Con sprezzo del pericolo, si arriva addirittura ad affermare che, oggi come in passato, la scienza riceve “un beneficio dalla fede [… e che] la fede risveglia il senso critico”(n 34), mentre senza la fede sia la famiglia che la società vanno in frantumi.

Insomma, l’impostazione dell’enciclica, preparata da Ratzinger e ritoccata – sono sue parole – da Bergoglio, è quella preconciliare: netta contrapposizione tra Chiesa e modernità, verità ed errore, bene e male. Questa impostazione è da attribuire solo a Benedetto XVI? Direi proprio di no: da tante dichiarazioni del cardinale Bergoglio si può ricavare la certezza che il nuovo papa condivide quelle idee.

Ma ciò non significa che con l’elezione di Francesco non sia cambiato nulla: il fatto che il tema all’ordine del giorno non siano più i ‘principi non negoziabili’ ma le sofferenze dei poveri non è cosa da poco. E la volontà di combattere realmente la corruzione, che sembra dilagare ai vertici della struttura ecclesiastica, è degna di ogni incoraggiamento. Infatti la determinazione del papa, la sua calda umanità e il suo spirito evangelico possono produrre frutti nonostante i limiti di un’impostazione ideologica superata: l’ortoprassi conta molto più di una pretesa ortodossia.

E tuttavia, non è possibile nutrire soverchie speranze per cambiamenti di lunga durata: ammettiamo pure che Bergoglio riesca a fare una pulizia radicale e ormai non più rinviabile, ponendo fine – e sarebbe già un’impresa titanica – agli scandali delle opache finanze vaticane, della curia dilaniata dalle lotte intestine, dei preti pedofili, dell’alleanza con le forze politiche più reazionarie e della tacita convivenza con la criminalità mafiosa.

Queste riforme resteranno, infatti, pur sempre legate alla sua azione, e non potranno mettere radici sinché resterà in vigore l’organizzazione che la Chiesa cattolica si è data nel corso dei secoli e che è all’origine di quelle perversioni: cioè l’idea, che non ha alcun fondamento nel vangelo, di un potere autoreferenziale che ha il suo vertice in una struttura monarchica sacralizzata che si pretende depositaria della verità.

Per il momento non resta che augurare il più completo successo all’opera di rinnovamento morale intrapresa da papa Francesco e, al contempo, manifestare una certa delusione per la produzione dottrinale condotta in tandem con Benedetto. Per la prima volta nella storia ben due papi al lavoro per un’enciclica: e questo è il risultato?!

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