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Iran: ricatti incrociati

Michele Paris
www.altrenotizie.org

Le divisioni emerse domenica tra i governi impegnati nei colloqui con l’Iran per la risoluzione della crisi del nucleare di Teheran e il conseguente rinvio di un accordo che solo poche ore prima sembrava a portata di mano, hanno consentito ai falchi di Washington e Tel Aviv di tornare ad agitarsi per impedire un esito positivo della complicata questione.

Come è stato ampiamente riportato dalla stampa di tutto il mondo, a determinare il relativo fallimento del vertice di Ginevra sarebbe stato l’irrigidimento della posizione francese nel corso dei negoziati, manifestato da una dichiarazione pubblica del ministro degli Esteri di Parigi, Laurent Fabius, responsabile di avere rotto il tacito accordo che prevedeva il massimo riserbo sul contenuto delle condizioni in discussione

La Francia, in sostanza, ha espresso riserve su una eventuale intesa che non avrebbe incluso alcune condizioni più dure nei confronti della Repubblica Islamica, come l’invio all’estero di tutto l’uranio finora arricchito al 20% e lo smantellamento dell’impianto di Arak per la produzione di plutonio che dovrebbe essere attivato nel 2014. Simili richieste, come sa perfettamente il governo socialista transalpino, appaiono difficilmente accettabili dagli iraniani.

Lo stop provocato dai francesi ha rappresentato un brusco risveglio per quanti avevano visto aumentare le aspettative attorno al summit di Ginevra nel fine settimana, soprattutto dopo che venerdì i ministri degli Esteri dei P5+1 (USA, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania), tra cui il segretario di Stato americano, John Kerry, erano volati nella località svizzera in vista dell’annuncio di un accordo, sia pure provvisorio per consentire ulteriori trattative nei prossimi mesi su un’intesa più ampia.

Le ricostruzioni prevalenti in merito alla frenata improvvisa sono state però in parte smentite da quanto riportato lunedì dal New York Times, secondo il quale a determinare un rinvio di una decina di giorni dei colloqui sarebbe stata invece la posizione assunta dai negoziatori iraniani di fronte alle loro controparti.

Secondo questa versione, basata su quanto rivelato da anonimi diplomatici presenti a Ginevra e supportata in gran parte dalle dichiarazioni rilasciate sempre lunedì da John Kerry, sarebbe stata la delegazione di Teheran, guidata dal ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, a esprimere resistenze dopo avere preso atto dell’assenza tra i P5+1 della volontà di riconoscere esplicitamente il diritto dell’Iran ad arricchire l’uranio in quanto firmatario del Trattato di Non Proliferazione.

Come ha scritto domenica il quotidiano israeliano Jerusalem Post, cioè, all’interno dei P5+1 non ci sarebbe stata alcuna divisione ed essi, anzi, avrebbero approvato in maniera unanime un documento da sottoporre agli iraniani che a loro volta lo hanno giudicato “troppo duro”, sostenendo che si rendevano necessarie consultazione con il governo a Teheran.

Quest’ultima versione, se corrispondente al vero, dimostra come nella realtà dei fatti i progressi delle ultime settimane siano stati meno significativi di quanto propagandato, visto che, in tal caso, l’atteggiamento tenuto pochi giorni fa a Ginevra dai P5+1 e, in particolare, dai governi occidentali ricorderebbe quello mostrato durante tutti i precedenti vertici, puntualmente falliti quando le aperture iraniane sono state accolte con richieste o concessioni inaccettabili. Tanto più che lunedì un diplomatico iraniano ha rivelato come il suo governo avrebbe raggiunto un’intesa con le Nazioni Unite su una “road map” per adottare un regime di ispezioni più severo nelle proprie strutture nucleari.

Se a determinare l’esito del summit è stata invece la presa di posizione della Francia, è estremamente probabile che essa sia da collegare, come ha affermato un anonimo diplomatico occidentale in un’intervista al britannico Guardian, “agli interessi di Parigi nel Golfo [Persico]” nonché al lavoro dietro le quinte svolto dal governo di Tel Aviv e, in particolare, “al fatto che [il presidente François] Hollande questo mese si recherà in Israele e non vuole che il suo viaggio si trasformi in un incubo”.

Più in generale, a sottolineare le implicazioni strategiche ed economiche della crisi del nucleare iraniano e di una sua eventuale risoluzione è stato il vice-ministro degli Esteri russo, Sergey Ryabkov, per il quale ci sarebbero “molte questioni che influiscono sugli interessi di svariati paesi”, a cominciare dai P5+1, e che si concretizzano in divisioni sempre più accentuate.

Inoltre, la relativa distensione tra Washington e Teheran ha già fatto intravedere come le relazioni e gli equilibri in Medio Oriente potrebbero essere stravolti da un accordo di ampio respiro, con i tradizionali alleati degli Stati Uniti – come Israele e Arabia Saudita – che stanno mostrando segni di insofferenza ed altre potenze (come appunto la Francia) che cercano di conquistare posizioni di favore per stabilire nuove o più solide alleanze in un’area cruciale del globo.

Ciò che risulta evidente, in ogni caso, non sono soltanto le difficoltà nel risolvere una questione annosa sulla quale agiscono pressioni enormi ma anche la posta in palio che va ben al di là del programma nucleare della Repubblica Islamica, per il quale peraltro non esiste una sola prova che abbia come obiettivo la produzione di armi atomiche.

Già domenica, così, è iniziata a circolare la notizia che il Senato degli Stati Uniti potrebbe discutere a breve un nuovo pacchetto di sanzioni economiche contro l’Iran, come ha confermato in un intervento al programma “This Week” della ABC il presidente della commissione Esteri, il democratico Robert Menendez. Il senatore del New Jersey ha minacciato di far procedere la legislazione già approvata lo scorso luglio dalla Camera e che, se implementata, mirerebbe a congelare pressoché interamente le esportazioni petrolifere iraniane entro il 2015.

Al Congresso USA, d’altra parte, esiste un’ampia maggioranza trasversale molto più disposta rispetto alla Casa Bianca ad assecondare le richieste di Israele, il cui governo continua a tuonare contro qualsiasi accordo sul nucleare che non rappresenti una resa totale per Teheran.

Con i colloqui rimandati, inoltre, la macchina della propaganda soprattutto israeliana opererà a pieno regime nei prossimi giorni per cercare di far naufragare completamente i negoziati. Milioni di dollari sono infatti già stati spesi da gruppi di lobbies negli Stati Uniti favorevoli a Israele per “convincere” il governo e il Congresso di Washington a non siglare nessun accordo con Teheran.

La linea dura che intendono perseguire senatori e deputati di entrambi gli schieramenti appare particolarmente preoccupante per la Casa Bianca, poiché un’ipotetica soppressione anche solo di alcune sanzioni contro l’Iran in seguito ad un futuro accordo dovrà essere approvata proprio da un voto del Congresso.

Per cercare di placare l’opposizione ai negoziati, l’amministrazione Obama nella giornata di domenica ha così inviato in Israele la sottosegretaria di Stato Wendy Sherman, responsabile della delegazione USA a Ginevra, mentre Kerry dopo un breve stop ad Abu Dhabi è tornato a Washington nella serata di lunedì e martedì sarà protagonista di un’audizione al Senato per convincere i suoi ex colleghi a rinviare la discussione sulle nuove sanzioni.

Le minacce di istituire una sorta di embargo totale sul commercio iraniano, nonostante le intenzioni dichiarate di mantenere alta la pressione su Teheran per favorire un accordo e ottenere le maggiori concessioni possibili sul nucleare, servono sostanzialmente a far saltare il tavolo delle trattative e giungere, in ultima analisi, ad un intervento militare in Iran e ad un cambio di regime, uniche soluzioni gradite a quanti si oppongono in maniera strenua ad ogni genere di accomodamento con questo paese.

I toni bellicosi del governo israeliano e dei “congressmen” americani, d’altra parte, hanno sempre prodotto un comprensibile irrigidimento del regime iraniano e questa dinamica non sembra essere stata alterata con l’arrivo al potere di una leadership moderata e ben disposta verso l’Occidente.

Ciò è stato dimostrato, ancora una volta, dalle dichiarazioni del presidente, Hassan Rouhani, di fronte al parlamento iraniano nella giornata di domenica. Nella necessità anche di concedere qualcosa agli esponenti della linea dura contrari al dialogo con gli Stati Uniti, Rouhani ha cioè ribadito il diritto della Repubblica Islamica ad arricchire l’uranio per scopi pacifici, aggiungendo che il suo governo non si piegherà né si lascerà intimidire da nessuna minaccia esterna.

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