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Catania: rimossa dal comune la lapide dedicata alla memoria dei confinati omosessuali…

Gruppo Memoria e Libertà
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E’ stata rimossa la lapide posata dall’associazione “ Open mind Glbt Ctania” il 4 luglio scorso su un muro del “Palazzo della Cultura”- a gestione comunale – nella ricorrenza dell” Indipendent Catania pride”, nel corso di una partecipata manifestazione.

Ovviamente la posa della stele raffigurante un “triangolo di marmo rosa” non è stato atto abusiva, poiché debitamente concordata con i rappresentanti dell’Amministrazione comunale del sindaco Enzo Bianco.

Eppure, per quel che è sa sapere, la dizione ha “disturbato” i discendenti del ex questore Alfonso Molina. Le rimostranza sono state raccolte dall’Amministrazione comunale, tant’è che la lapide è stata rimossa.
Tuttavia, il drammatico accaduto sinteticamente descritto nella nota scolpita, non può essere manomesso, o lasciato alla “ libera interpretazione”…….all’uso e consumo dei cittadini lettori.

La Storia non può essere mutata. Bisogna solo rispettarla, per dare giusta memoria e dignità agli oppressi che furono privati della libertà e sadicamente tormentati.

Durante la dittatura fascista non furono varate apposite norme giudiziarie di persecuzione degli omosessuali. Vennero considerati, come tutti gli altri accusati di “diversità” o di “sfregio” ai principi e ai riti fascisti ( ingiurie al duce, azioni e canti contro il regime…….), portatori di atti contrari alla “pubblica moralità”.

I cittadini attenzionati venivano seguiti e strettamente controllati. Come atto finale di “condanna”, tra l’altro, venivano inviati nelle colonie di confino. Presso l’Archivio Centrale dello stato a Roma sono depositate circa 20.000 schede personali dei confinati politici.

Una particolare Commissione provinciale, costituita da cinque componenti : prefetto, procuratore del re, questore, comandante dei Carabinieri provinciale, ufficiale superiore della “Milizia volontaria per la sicurezza nazionale”, svolgeva il compito di assegnazione della pena: ammonizione, arresti domiciliari, confino di polizia, da uno a cinque anni.

Diversamente dalle leggi razziali, varate tra il settembre del 1938 e il luglio 1939, che imposero metodici e concreti atti discriminatori nei confronti dei cittadini di religione ebraica, nei riguardi dei gay tutto fu subdolamente più sfumato, ovattato, nascosto. L’intendimento originario di inserire nel famigerato Codice Rocco ( 1933) il “reato di omosessualità” fu infine abbandonato.

L’esaltazione delle maschie virtù della stirpe italica, glorificate dalla dottrina fascista, non potevano permettere l’ ufficializzazione di una diversità nel comportamento sessuale. Sarebbe stato un’inaccettabile oltraggio alla “ vigorosa mascolinità” e all’ “ integrità della stirpe” tanto osannate.

Le ritorsioni furono lasciate alle “discrezionalità” interpretative ed operative dei rappresentanti dello stato fascista, cioè alla Commissione provinciale. Venivano considerati confinati politici, prevalente era la motivazione di avere commessi “delitti contro la razza e le disposizioni di educazione dei giovani dei Regime”.

A Catania i risultati si videro bene. Nel biennio 1939-1940 divenne la capitale nazionale assoluta delle condanne inflitte agli omosessuali.

In due tornate, tra gennaio e maggio del 1939 e i primi mesi del 1940, 45 persone, accusate dalla polizia di essere omosessuali; senza alcuno processo furono strapiantati dalla propria città, “marchiati” come pericolosi per la pubblica convivenza e condannati a cinque anni di confino, nei luoghi più remoti. Complessivamente durante la dittatura fascista sono stati ritrovati riferimenti per alcune centinaia di omosessuali inviati al confino ( 300).
Inizialmente i catanesi furono inviati a Ustica, Favignana e Lampedusa, poi, definitivamente, nell’isola di San Domito nelle Tremiti ( disabitata), lontana 600 chilometri. Nel 1940 su 55 confinati deportati nell’isolotto ben 46 erano gli omosessuali catanesi.

A Catania si colpì forte e duro

In quella fase il questore era Alfonso Molina. Aveva assunto l’incarico nel febbraio del 1938. L’ultima sua nota è del 30 luglio 1943, cinque giorni dopo la caduta del regime.

Sulla sua attività di “attenzione al problema degenerativo” esistono molti documenti. Per tutti basta riportare la relazione redatta per la condanna al confino degli omosessuali catanesi (1)

“La piaga della pederastia in questo capoluogo tende ad aggravarsi e generalizzarsi perché i giovani finora insospettati, ora risultano presi da tale forma di degenerazione sessuale sia attiva che passiva che molto spesso procura loro mali venerei.

In passato molto raramente si notava che un pederasta frequentasse caffè e sale da ballo o andasse in giro per le vie più affollate; più raro ancora che lo accompagnassero pubblicamente giovani amanti ed avventori.

Il pederasta ed il suo ammiratore-preferivano allora le vie solitarie per sottrarsi ai frizzi ed ai commenti salaci; erano in ogni caso generalmente disprezzati non solo dai più timidi, ma anche molte e spontanee ripugnanze sono superate e si deve constatare con tristezza che vari caffè, sale da ballo, ritrovi balneari e di montagna, secondo le epoche, accolgono molti di tali ammalati, e che giovani di tutte le classi sociali ricercano pubblicamente la loro compagnia e preferiscono i loro amori snervandosi ed abbruttendosi.

Questo dilagare di degenerazione in questa città ha richiamato l’attenzione della locale Questura, che è intervenuta a stroncare o, per lo meno, arginare tale grave aberrazione sessuale-, che offende la morale e che è esiziale alla sanità ed al miglioramento della razza, ma purtroppo i mezzi adoperati si sono dimostrati insufficienti.
I fermi per misure, le visite sanitarie, la maggiore sorveglianza esercitata nei pubblici esercizi e nelle pubbliche vie, non rispondono più alla bisogna. Perché infatti i pederasti, fatti più cauti per eludere la vigilanza della Pubblica Sicurezza, ricorrono ad una infinità di ripieghi.

I più abbienti mettono su quartini mobiliati con gusto civettuolo ed invitante, i più poveri per spirito di emulazione e per non essere da meno, ricorrono ai più disparati espedienti, non escluso il furto, per procurarsi i mezzi e mettere anch’essi su una casa ospitale.

Tutti poi, per vanità, per piccole gelosie, menano vanto delle conquiste fatte, che tentano di mantenere a prezzo di qualsiasi sacrificio.

I giovani dall’altro (quando non espressamente invitati) sono sospinti in quelle case, alcuni dalla curiosità, altri dall’insidioso desiderio di fumarvi gratuitamente una sigaretta, e tutti, dopo aver visto, hanno voluto poi provare sicché vi sono sempre ritornati

È tale presa di contatto, anche quando non sfugge alla Polizia, che non può in ogni caso essere impedita, pur prevedendone gli sviluppi e le ultime conseguenze.

Ritengo, pertanto, indispensabile nell’interesse del buon costume e della sanità della razza, intervenire, con provvedimenti più energici, perché il male venga aggredito e cauterizzato nei suoi focolai.
A ciò soccorra, nel silenzio della legge, il provvedimento del Confino di Polizia, da adottarsi nei confronti dei più ostinati, fra cui segnalo l’individuo…”.

Pertanto l’Amministrazione comunale deve ricollocare con grande urgenza la lapide incomprensibilmente rimossa. Lo richiedono tutti i cittadini catanesi democratici ed antifascisti, e , a “viva voce”, i patrioti catanesi partigiani sacrificatosi per la Libertà nella lotta contro il fascismo.

L’oltraggio contro i confinati omosessuali catanesi non può passare.

(1) i fascicoli sono conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, “ Ministero dell’Interno, Divisione Generale PS, Divisione Affari Generali e Riservati, ufficio confino politico, fascicoli personali”. Riportato dalla fonte consultata, per “ Relazione Molino”:
http://www.giovannidallorto.com/saggistoria/fascismo/bb/confino1.html
(2) Per Approfondimenti, leggere: * “ La città e l’isola”, di Gianfranco Goretti, Tommaso
Giartosio ( Donzelli ed.).* “Il nemico dell’uomo nuovo”– l’omosessualità nell’esperimento totalitario fascista -, di Lorenzo Benadusi ( Feltrinelli ed.)

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