Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Omofobia: dare una speranza ai giovani. «Le cose cambiano»

Omofobia: dare una speranza ai giovani. «Le cose cambiano»

Luca Maria Negro
Riforma n°45, 29 novembre 2013

Il contributo di Riforma a un progetto internazionale contro il bullismo e l’omofobia: quindici storie di credenti (protestanti e cattolici) che sono riusciti ad accettarsi e hanno trovato accoglienza nelle chiese

«Un giorno credi di essere giusto… in un altro ti svegli e devi ricominciare da zero». Questa citazione di una famosa canzone di Edoardo Bennato apre la lettera inviata un anno fa al Concistoro della Chiesa valdese di piazza Cavour a Roma da Alessandra Brussato e Manuela Vinay per chiedere la benedizione della loro coppia. Perché queste parole, scrivevano Alessandra e Manuela, «praticamente sono il vissuto quotidiano di una persona lesbica, gay, transessuale in questa società.

Tu ti senti “giusto”, ami la tua vita e ti piace come sei, ami gli altri per come sai, ti sforzi di far parte in modo attento e attivo di questo mondo e ringrazi Dio di questo dono: di esserci così come sei. Ma poi questo “esserci” con il tuo “essere” non è accolto nella nostra società e ogni giorno devi ricominciare da capo sia nelle relazioni con nuove persone che incontri, sia nei diritti civili negati. Questo è fonte di sofferenza che rende faticose le nostre vite, sempre a dover spiegare come sei e sempre a cercare di far vedere che vali anche tu, come tutti gli altri».

La fatica di essere «diversi» in una società omofoba emerge con drammatica evidenza dai continui suicidi di giovani omosessuali, l’ultimo dei quali, in ordine di tempo, quello del giovane romano che a fine ottobre si è gettato dall’undicesimo piano dell’ex pastificio Pantanella, lasciando scritto in un biglietto questo atto d’accusa: «Sono gay, l’Italia è un paese libero ma esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza».

Non è la prima volta che Riforma si occupa di questo tema, e ci sarebbe molto da dire anche sul progetto di legge sull’omofobia attualmente in discussione – sul quale sono state espresse molte riserve. Ma questa volta volevamo affrontare l’argomento con un taglio diverso, cercando soprattutto di dare un messaggio di speranza rivolto alle giovani generazioni.

La «chiave» giusta ce l’ha offerta un progetto sponsorizzato, tra l’altro, anche dal Corriere della Sera: «Le cose cambiano». Al recente convegno della Refo (Rete evangelica fede e omosessualità) sulle «nuove famiglie» (vedi l’articolo a pagina 5) abbiamo incontrato Chiara Reale, responsabile del progetto insieme a Linda Fava. «Le cose cambiano» è un sito web e anche un libro (Isbn edizioni, Milano 2013) che raccoglie una serie di «storie di coming out, conflitti, amori e amicizie che salvano la vita».

«Le cose cambiano», spiega Chiara, è l’affiliato italiano del progetto statunitense «It Gets Better», un progetto contro il bullismo e l’omofobia, una biblioteca e videoteca di «finali alternativi per chi non sa ancora o non sa più come continua la sua storia. Le storie fanno bene a chi le racconta e a chi le ascolta, e queste non sono storie qualunque. Sono storie che vengono raccontate a chi è bloccato davanti alla pagina bianca e non sa più come va avanti la propria, di storia», ma anche «storie raccontate a chi queste storie non le ha mai sentite, alle persone per cui gay, lesbiche, bisessuali e transessuali sono solo personaggi ridotti a stereotipi sulle pagine dei giornali».

A questa «biblioteca di finali alternativi» abbiamo voluto contribuire, con la collaborazione della Refo e del progetto Gionata, portale su fede e omosessualità (www.gionata.org), raccogliendo alcune testimonianze centrate sull’accoglienza degli omosessuali nelle chiese.

Cominciamo con la testimonianza delle due coppie che sono state «benedette» dopo la decisione del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi (2010) di aprire, appunto, alla possibilità di una benedizione liturgica di coppie dello stesso. Nella lettera citata in apertura Alessandra e Manuela spiegano: «La comunità valdese di piazza Cavour, la nostra Comunità, ci ha accolto con amore come singole persone. Per me, Manuela, è stato più facile: la nostra comunità è la mia famiglia, ci sono nata e non potrei non farne parte anche se volessi. È stato proprio all’interno della comunità che ho trovato rifugio quando mi sembrava che tutto fosse sbagliato, che io stessa lo fossi… è stato nell’abbraccio del Dio Padre che ho trovato conforto e da allora, come oggi, ho sempre trovato parole e sguardi accoglienti e pieni d’amore per una figlia mai rinnegata. Per me, Alessandra, incontrare Manuela e ritrovare la fede in quel Dio, che io da sempre avevo conosciuto e dal quale a fasi alterne mi sono allontanata, è stata una doppia emozione che ha rafforzato quel sentire d’amore che verso l’una nasceva e verso l’Altro tornava. Il nostro incontrarci e conoscerci ci ha portato presto a parlare di fede, di Dio, ma soprattutto della sua agàpe, ed è stato proprio parlando della nostra timida fede che abbiamo capito che i nostri sentieri sarebbero diventati uno solo e sentito che il nostro amore era benedetto e benvoluto da Dio».

Ciro Scelsi e Guido Lanza, la cui unione è stata benedetta nella Chiesa valdese di Milano nel 2011, spiegano: «La possibilità di esprimere pubblicamente il proprio amore e di chiedere ai membri di una comunità ecclesiale di esserne testimoni è stato l’arrivo – che però è anche un punto di partenza – di un lungo percorso. Esso passa attraverso il riconoscimento, a volte doloroso, della propria identità, il rapporto con la propria famiglia di origine, il ricordo delle nostre esperienze e delle nostre perdite, la capacità di incontrarsi… Al di là di ogni banalizzazione, l’amore ci permette nuovamente di respirare, di ampliare le nostre identità e di rinnovarle. Quella che abbiamo costituito è la nostra famiglia; è naturale per noi volerla vedere riconosciuta e gioire quando ciò avviene. Non è il desiderio di esporsi, ma la volontà di non nascondersi».

Francesco Boschi, valdese di Milano, e Giorgio Rainelli, battista romano, sono membri della segreteria della Refo: entrambi provengono dal cattolicesimo. «Il mio rapporto con la Chiesa ha avuto caratteristiche diverse nel corso degli anni», racconta Francesco, «sia a causa della mia maturazione personale sia a causa di un evento (l’abbandono della Chiesa cattolica e l’ingresso in una Chiesa evangelica riformata) che ha radicalmente cambiato il mio stesso modo di vivere la fede cristiana e di appartenere a una comunità di credenti. Un elemento costante nella mia esperienza è la percezione che il mio essere omosessuale non fosse qualcosa di «sbagliato» ma un elemento presente in me e di conseguenza incluso nel piano che Dio (mio creatore) aveva ed ha nei miei confronti… Ho sempre, grazie a Dio, avuto la convinzione che dunque non fossi io ad essere «sbagliato», ma il mondo che mi circondava (chiesa compresa) a non essere pronto ad accettare il modo in cui Dio mi aveva creato». Dopo un progressivo allontanamento dal cattolicesimo, il «punto di svolta» per Francesco è stato «l’aver conosciuto la Chiesa valdese a cui dopo un periodo di conoscenza e approfondimento ho scelto di aderire: in questa chiesa ho (ri)scoperto una modalità di vivere la fede più in sintonia certamente con la mia sensibilità e (a mio parere) con l’essenza del messaggio evangelico. Nella Chiesa valdese mi sono sentito immediatamente «a casa mia», come se fossi stato evangelico da sempre, senza saperlo!». Francesco tiene a precisare «che le posizioni di apertura della Chiesa valdese nei confronti dell’omosessualità non sono state il motivo principale che mi ha spinto a questa scelta. Piuttosto se non fossi stato gay non avrei probabilmente avuto il desiderio di cercare un’esperienza di fede diversa al di fuori dei «comodi» confini della mia Chiesa di origine: quindi si può dire che il mio essere gay è stato uno stimolo per crescere nella fede. Anche questo (credo) ha fatto parte del piano di Dio su di me!

Giorgio Rainelli racconta il suo percorso, dall’impegno nel movimento scout all’incontro con un gesuita che per la prima volta gli ha «permesso di avere un nuovo punto di vista riguardo al senso di peccato con cui vivevo la mia omosessualità», fino all’incontro con la comunità battista di Albano Laziale, che ha significato «trovare l’accoglienza senza se e senza ma, poter spezzare le catene del peccato, poter essere libero. Sì, è stata questa la sensazione precisa: spezzare dei vincoli, dei legacci che mi stringevano e non mi davano la possibilità di essere Giorgio con la sua storia, la sua maniera di essere, con la sua omosessualità. Sono stato fortunato a incontrare quella comunità che sempre mi ha protetto e difeso e ha difeso e protetto il mio compagno tutte le volte che qualcuno ha tentato di condannare, in nome di un principio assoluto o di una verità immutabile, le nostre scelte e la nostra maniera di essere uomini». Certamente, racconta Giorgio, non tutte le esperienze nel mondo evangelico sono state così positive: a volte si è trovato di fronte a «interpretazioni fondamentaliste delle Scritture» oppure a una «formale accoglienza, «politicamente corretta», ma senza un reale coinvolgimento».

Ben undici sono le testimonianze che abbiamo ricevuto attraverso il Progetto Gionata: alcune sono di carattere «ecumenico», altre riflettono un’esperienza più specificamente cattolica. Il gruppo Kairos, cristiani omosessuali di Firenze, racconta il percorso che ha portato a consolidati «rapporti di stima e amicizia con chiese protestanti e parrocchie cattoliche, anche se la gerarchia cattolica ancora fa finta di non conoscerci»; Michelangelo Cannizzaro racconta dell’accoglienza ricevuta alla «comune» valdese del Centro Lombardini di Firenze e ai campi di Agape. Gino Scarpelli parla dell’incontro con «sacerdoti, pastori e pastore da cui ho imparato a rileggere la Parola di Dio in maniera più critica». Particolarmente toccante la testimonianza di Stefano, nato in una famiglia di Testimoni di Geova. E poi Anna Maria, che nonostante le difficoltà non ha smesso di «essere parte di una chiesa sorella di altre chiese che ha semplicemente il compito di accompagnare ogni persona nel cammino della vita»; Emanuele che ha «cercato con caparbietà e la Provvidenza mi ha aiutato a trovare esperienze di vita che mi permettono di non sentirmi solo anche nell’ambito delle comunità cattoliche»; Filippo che racconta la sua storia di scout cristiano e dell’incontro con un giovane sacerdote che gli apre gli occhi sulla misericordia di Dio; Carmen che narra il dialogo questa volta con un sacerdote anziano, che a suo tempo l’aveva condannata ma in seguito capisce di aver sbagliato; Roberto che ha potuto parlare della sua omosessualità con un vescovo, e pensa che «da parte nostra bisogna aiutare la Chiesa in questo cammino di conoscenza e di accoglienza»; Domenico che ha trovato ascolto e comprensione in un’amica suora. E infine Gustavo Gnavi, presidente del Centro studi su fede e omosessualità «Ferruccio Castellano» di Torino, che da laico ha ricoperto vari incarichi a livello parrocchiale e diocesano, senza nascondere il suo essere omosessuale.

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TESTIMONIANZE

Diamo di seguito il testo integrale delle testimonianze citate nell’articolo «Le cose cambiano» pubblicato sul n. 45 di Riforma del 29 novembre 2013. Le testimonianze sono nell’ordine in cui sono citate nell’articolo.

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1. La lettera di Alessandra e Manuela al Concistoro

Al Concistoro della Chiesa Valdese di Piazza Cavour, Roma
Roma, 02.09.12

“…Un giorno credi di essere giusto… in un altro devi ricominciare da zero…” Queste, alcune delle parole di una canzone di un noto cantautore italiano, praticamente sono il vissuto quotidiano di una persona lesbica, gay,transessuale in questa società. Tu ti senti “giusto”, ami la tua vita e ti piace come sei, ami gli altri per come sai, ti sforzi di far parte in modo attento e attivo di questo mondo e ringrazi Dio di questo dono: di esserci così come sei. Ma poi questo “esserci” con il tuo “essere” non è accolto nella nostra società e ogni giorno devi ricominciare da capo sia nelle relazioni con nuove persone che incontri, sia nei diritti civili negati. Questo è fonte di sofferenza che rende faticose le nostre vite, sempre a dover spiegare come sei e sempre a cercare di far vedere che vali anche tu, come tutti gli altri.

Ma Dio si è fatto Uomo più degli uomini e non si è mai posto il problema dei diritti civili per il semplice fatto che le sue creature sono tutte figlie sue e tutte uguali e Lui dispensa il suo amore senza valutazioni di merito, di idee, di orientamenti. Il suo amore è benedetto e l’amore suo benedice l’amore tra gli uomini perché questo è il suo comandamento “amatevi come io vi ho amato”.

La comunità valdese di piazza Cavour, la nostra comunità, ci ha accolto con amore come singole persone.

Per me, Manuela, è stato più facile: la nostra Comunità è la mia famiglia, ci sono nata e non potrei non farne parte anche se volessi. È stato proprio all’interno della Comunità che ho trovato rifugio quando mi sembrava che tutto fosse sbagliato che io stessa lo fossi…è stato nell’abbraccio del Dio Padre che ho trovato conforto e da allora, come oggi, ho sempre trovato parole e sguardi accoglienti e pieni d’amore per una figlia mai rinnegata.

Per me, Alessandra, incontrare Manuela e ritrovare la fede in quel Dio, che io da sempre avevo conosciuto e dal quale a fasi alterne mi sono allontanata, è stata una doppia emozione che ha rafforzato quel sentire d’amore che verso l’una nasceva e verso l’Altro tornava. Il nostro incontrarci e conoscerci ci ha portato presto a parlare di fede, di Dio, ma soprattutto della sua agàpe, ed è stato proprio parlando della nostra timida fede che abbiamo capito che i nostri sentieri sarebbero diventati uno solo e sentito che il nostro amore era benedetto e benvoluto da Dio. Da quel giorno abbiamo sempre percepito che sia stato Dio a guidare i nostri passi l’una verso l’altra, e che Dio abbia trovato per noi la strada per farci incontrare. Ed ora noi vorremo poter continuare a percorrere questa strada anche nella nostra comunità con la stessa amorevole accoglienza ricevuta come singole persone, verso la nostra dimensione di coppia nel nome di Dio e con la benedizione delle nostre e dei nostri compagne e compagni di viaggio. Perché la fede si nutre dell’esperienza individuale con Dio ma anche con quella comunitaria, di preghiera, di condivisione, di amore ed accoglienza verso l’altra/o.

Con questo spirito rivolgiamo alla Comunità valdese di Piazza Cavour, la richiesta di benedizione di noi come coppia così come una comunità accoglie e benedice un nuovo nato, un nuovo ingresso, un nuovo membro.

Alessandra Brussato e Manuela Vinay

1 bis. Un aggiornamento di Manuela

Ogni volta che un giovane si toglie la vita perché non resiste alla derisione e alle battute del branco, è una ferita che brucia dentro ogni persona omosessuale che partecipa alla lotta per il riconoscimento dei diritti delle persone GLBT. Ogni volta ci domandiamo che cosa avremmo potuto fare di più per evitare un tale delitto e spesso ci capita di reagire in maniera “esagerata” quando perdiamo una battaglia politica o sentiamo l’ennesima parola sbagliata. Quando la mia omosessualità mi ha costretta a guardarmi in faccia, nonostante la mia omofobia avesse tentato di tutto per evitarla, sono andata in chiesa, nella mia comunità alla ricerca di un conforto per quella paura immensa del rifiuto di me stessa e dalla società. La consapevolezza che la Chiesa Valdese fosse “aperta” sul tema dell’omosessualità e la circostanza fortunata di avere a quei tempi due pastore come Maria Bonafede e Monica Michelin Salomon, ha reso il mio cammino più semplice e mi ha aiutato a muovere quei primi passi verso la serenità che da tempo mi appartiene. Quando il Sinodo nel 2010 ha aperto alla possibilità delle benedizioni per le coppie omosessuali, con la mia compagna, Alessandra, abbiamo gioito seppur consapevoli che il cammino non sarebbe stato né facile né breve. Ma le cose migliori sono quelle fatte con la giusta calma, nel rispetto dei tempi di tutti e con tanta pazienza. L’intero percorso possiamo riassumerlo con le parole che un membro di chiesa ha detto durante l’intervista per la rubrica televisiva Protestantesimo : “Ho affrontato questo evento con timore e tremore ma come ho risolto la mia preoccupazione? Anche se la Bibbia condanna le relazioni omosessuali, sempre la Bibbia ci dà la risposta, e la risposta è il comandamento dell’amore e quindi un relazione d’amore non può essere altro che benedetta“.

Quando, fra le varie difficoltà, emerse che non era possibile che la nostra benedizione fosse fatta nella data che Alessandra ed io avevamo scelto, accettammo il rinvio al 26 maggio 2013. Ricordo che appena entrata in casa corsi a prendere Un giorno una Parola per vedere il testo della predicazione previsto per quel giorno, e scoppiai in un pianto felice e liberatorio quando lessi “Il Signore ti benedica e ti protegga, il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio! Il Signore rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace“ (Numeri 6, 24-25). Amen.

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2. Chiara Reale – Responsabile del progetto «Le cose cambiano»

Che cos’è «Le cose cambiano»? È la domanda che mi viene rivolta più spesso da quando faccio questo lavoro. A volte rispondo partendo dall’inizio, da quella coppia americana di marito e marito che hanno deciso di raccontarsi con un video su Youtube dopo che qualcuno aveva detto: se solo al ragazzo che si è suicidato avessi potuto dire che… A volte rispondo dalla fine, dall’ultima cosa che mi è successa, in questo caso il messaggio di una ragazza che ci ha scritto per dirci che ha fatto girare il libro nella sua classe e una professoressa ha deciso di leggerlo a lezione.

«Le cose cambiano» è l’affiliato italiano di «It Gets Better». «Le cose cambiano» è un progetto contro il bullismo e l’omofobia. Le cose cambiano è una biblioteca digitale di finali alternativi per chi non sa ancora o non sa più come continua la sua storia.

Non so bene cosa avessero in mente Dan Savage e suo marito Terry Miller quando, nel 2010, hanno caricato il loro video su Youtube, quello da cui è partito tutto, né ho la percezione esatta di cosa sia diventato «It Gets Better» negli Stati Uniti, dove è entrato a far parte della loro cultura al punto di venire citato, parodiato, preso come punto di riferimento.

So a cosa abbiamo pensato noi nei mesi in cui abbiamo lavorato per portarlo in Italia e so cosa abbiamo pensato nei mesi a seguire: le storie fanno bene sia a chi le racconta che a chi le ascolta, e queste non sono storie qualunque. Sono storie che vengono raccontate a chi è bloccato davanti alla pagina bianca e non sa più come va avanti la propria, di storia.

Sono storie che vengono raccontate a chi queste storie non le ha mai sentite, alle persone per cui gay, lesbiche, bisessuali e transessuali sono solo personaggi ridotti a stereotipi sulle pagine dei giornali. Sono storie per chi non ha ancora deciso cosa essere da grande per dirgli che a noi non importa, che la risposta – la risposta possibile – è: da grande voglio essere felice.

Le cose cambiano, come dice Vittorio Lingiardi, è smettere di pensare «perché sono omosessuale?» e iniziare a pensare «perché sei omofobo?».

www.lecosecambiano.org

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3. Ciro Scelsi e Guido Lanza

Guido / Ciro mi dono a te, ti amo, confido in te e in te mi rallegro: La tua fiducia scioglie il mio dubbio, la tua gioia dissolve la mia solitudine. La mia casa sarà la tua casa, i tuoi progetti saranno i miei progetti. Con te affronterò con coraggio ogni passo, andrò con te laddove Dio ci chiamerà. Questa è la mia promessa solenne

Con queste parole il 26 giugno di quasi tre anni fa ci siamo scambiati la nostra promessa, invocando, insieme con la comunità della Chiesa valdese di Milano, la benedizione di Dio sulla nostra unione.

Non abbiamo mai pensato che l’esperienza di coppia e matrimoniale, non importa se tra persone eterosessuali o omosessuali, sia un percorso obbligato, una meta da ambire a tutti i costi, pena l’esclusione dalla società normale o una vita di solitudine e sofferenza.

Per noi, tuttavia, essa ha rappresentato una tappa fondamentale in un cammino di liberazione.

La possibilità di esprimere pubblicamente il proprio amore e di chiedere ai membri di una comunità ecclesiale di esserne testimoni è stato l’arrivo – che però è anche un punto di partenza – di un lungo percorso.

Esso passa attraverso il riconoscimento, a volte doloroso, della propria identità, il rapporto con la propria famiglia di origine, il ricordo delle nostre esperienze e delle nostre perdite, la capacità di incontrarsi.

In questo cammino non siamo stati soli, ci hanno accompagnato i compagni del Varco e la comunità tutta, i pastori, ma anche gli amici non valdesi, i nostri genitori, fratelli, sorelle e nipoti.

Al di là di ogni banalizzazione, l’amore ci permette nuovamente di respirare, di ampliare le nostre identità e di rinnovarle.

Quella che abbiamo costituito è la nostra famiglia; è naturale per noi volerla vedere riconosciuta e gioire quando ciò avviene. Non è il desiderio di esporsi, ma la volontà di non nascondersi.

Non possiamo negare che ciò sia a volte una sfida, e che spesso si proceda “navigando a vista”. Come è stato ad esempio il timore per l’accoglienza della comunità del piccolo paese ligure in cui ora noi viviamo come coppia. Eppure anche questa è andata liscia…

Se qualcuno dovesse chiedere :«ma cosa avete voluto dire con la vostra benedizione ?», forse ora è possibile rispondere :«semplicemente: io ti amo».

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4. Francesco Boschi

Il mio rapporto con la Chiesa ha avuto caratteristiche diverse nel corso degli anni, sia a causa della mia maturazione personale sia a causa di un evento (l’abbandono della Chiesa cattolica e l’ingresso in una Chiesa evangelica riformata) che ha radicalmente cambiato il mio stesso modo di vivere la fede cristiana e di appartenere ad una comunità di credenti.

Un elemento costante nella mia esperienza (che si può anche considerare un punto di partenza) è la percezione (netta e ferma in me sin dall’età adolescenziale) che il mio essere omosessuale non fosse qualcosa di “sbagliato” ma un elemento presente in me e di conseguenza incluso nel piano che Dio (mio creatore) aveva ed ha nei miei confronti. Credo che questa convinzione sia legata anche a quella (per me del tutto evidente) che il mio orientamento sessuale e sentimentale non fosse in alcun modo modificabile: per questo era impensabile che Dio (prima fonte dell’amore) potesse chiedermi un cambiamento impossibile o (ancora peggio) di vivere senza amare. Ho sempre, grazie a Dio, avuto la convinzione che dunque non fossi io ad essere “sbagliato”, ma il mondo che mi circondava (Chiesa compresa) a non essere pronto ad accettare il modo in cui Dio mi aveva creato.

Partendo da questa condizione il mio rapporto con la Chiesa cattolica non è stato all’inizio particolarmente problematico anche perché non ero visibile come omosessuale e dunque perfettamente integrato nel contesto ecclesiale/parrocchiale. Tuttavia man mano che la mia visibilità e consapevolezza aumentava i problemi vennero inesorabilmente a galla: il dialogo con un sacerdote a cui ero molto legato (e che tuttora considero una delle persone a cui sono grato per avermi la fede) mi pose di fronte ad una deludente reazione di completa chiusura.

La conseguenza di questo fu un progressivo allontanamento dalla Chiesa fino a ridurre i miei rapporti ad una saltuaria presenza alla messa domenicale: una visione più distaccata mi permise anche di rilevare molti aspetti dell’essere Chiesa nel cattolicesimo nettamente in contrasto con il mio modo di vivere la fede cristiana (gerarchia, sete di potere, conformismo, eccessiva attenzione ai temi cosiddetti “etici” a discapito degli aspetti principali del messaggio evangelico). Fortunatamente riuscii a conservare in quegli anni un rapporto personale con Dio da cui non ebbi mai l’impressione di essere abbandonato: tuttavia la mancanza di una comunità con cui condividere il mio cammino era certamente presente.

Il punto di svolta è stato senz’altro l’aver conosciuto la Chiesa valdese a cui dopo un periodo di conoscenza e approfondimento ho scelto di aderire: in questa Chiesa ho (ri)scoperto una modalità di vivere la fede più in sintonia certamente con la mia sensibilità e (a mio parere) con l’essenza del messaggio evangelico. Nella Chiesa valdese mi sono sentito immediatamente “a casa mia”, come se fossi stato evangelico da sempre, senza saperlo!

Un aspetto (non l’unico) di questo sentirmi “a casa” è senz’altro la possibilità di vivere la mia vita di relazione alla luce del sole e di essere rispettato in tutte le sfaccettature del mio essere (incluso l’essere omosessuale e avere un compagno), ma tengo a precisare che le posizioni di apertura della Chiesa valdese nei confronti dell’omosessualità non sono state il motivo principale che mi ha spinto a questa scelta. Piuttosto se non fossi stato gay non avrei probabilmente avuto il desiderio di cercare un’esperienza di fede diversa al di fuori dei “comodi” confini della mia Chiesa di origine: quindi si può dire che il mio essere gay è stato uno stimolo per crescere nella fede. Anche questo (credo) ha fatto parte del piano di Dio su di me!

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5. Giorgio Rainelli

La mia storia comincia da lontano: sono di origine cattolica romana ed ho percorso tutte le “tappe” del credente, dal battesimo fino alla cresima e in seguito catechista e capo scout. Posso ben dire che “a quei tempi” la struttura della chiesa cattolica era estremamente sessuofobica e l’omosessualità era un fatto cui non si accennava minimamente anche perché nella società civile pochi, anzi pochissimi, erano gli uomini omosessuali dichiarati e ancora di meno le meno le donne omosessuali e si andava avanti secondo cliché ben definiti (gay=effeminato, lesbica=camionista). Scoprire la mia omosessualità è stato un evento traumatico, da nascondere a tutti e tutte, un fatto di cui vergognarsi, un peccato da espiare ancora più grave di un qualsiasi rapporto eterosessuale, anche il più strano e problematico.

La conseguenza? Sensi di colpa schiaccianti, impossibilità di parlarne con qualcuno – fosse esso un sacerdote o un amico o un genitore o un compagno di scuola – insomma l’isolamento assoluto e la recita dell’eterosessualità: a scuola, a casa, con gli amici e le amiche, in chiesa, con i compagni di lotta politica (era il periodo in cui Pasolini non era gradito al Pci): una doppia vita. Ma il tempo passa e ho preso lentamente coscienza che non si può e non ci si deve nascondere, non si può e non si deve reprimere il proprio orientamento sessuale, bisogna essere persone a tutto tondo e la sessualità è una parte talmente importante che va vissuta alla luce del giorno senza paure. Il percorso è stato faticoso soprattutto perché le cose non venivano dette; meglio tacere che affrontare il problema. Essendo impegnato in ambito ecclesiale come capo scout tutte e tutti sapevano della mia omosessualità ma, come spesso succede in ambito cattolico romano, è più semplice ignorare l’omosessualità di una persona che affrontare a viso aperto il problema, sempre che di problema si tratti. E poi si condanna il peccato e non il peccatore, c’è sempre la confessione per rimettere le cose in ordine e tornare nello stato di “grazia”. Dunque non omofobia palese ma ben nascosta. Un colloquio con un mio amico sacerdote e gesuita belga, Pierre, mi ha permesso di avere un nuovo punto di vista riguardo al senso di peccato con cui vivevo la mia omosessualità: se il Signore ha voluto che tu fossi omosessuale, mi ha detto, non devi viverlo come un peccato; il peccato è usare le persone, non amarle, tutte le persone senza differenza di sesso. Ma questa era la sua posizione personale, non quella della struttura ufficiale. Ancora ricordo le parole di Pierre e gliene sono grato, da lì ho cominciato il mio cammino di liberazione dal senso di colpa.

Poi il percorso di liberazione è andato avanti e mi ha portato a uscire dalla chiesa cattolica romana non solo a causa della mia omosessualità ormai dichiarata ma anche per profonde divergenze teologiche. Arrivare, per caso, in una comunità evangelica battista, quella di Albano Laziale, ha significato trovare l’accoglienza senza se e senza ma, ha significato poter spezzare le catene del peccato, poter essere libero. Sì, è stata questa la sensazione precisa: spezzare dei vincoli, dei legacci che mi stringevano e non mi davano la possibilità di essere Giorgio con la sua storia, la sua maniera di essere, con la sua omosessualità. Sono stato fortunato a incontrare quella comunità che sempre, e ribadisco sempre, mi ha protetto e difeso e ha difeso e protetto il mio compagno tutte le volte che qualcuno/a ha tentato di condannare, in nome di un principio assoluto o di una verità immutabile o di un Dio vendicatore e che non ama, le nostre scelte e la nostra maniera di essere uomini. La cosa meravigliosa è stata che non solo le persone “giovani” ma anche “le vecchie” e “i vecchi” della comunità hanno avuto questo atteggiamento, anzi proprio le persone anziane sono state le più “battagliere” a rivendicare la libertà di essere se stessi, a rivendicare i diritti per le persone glbtq scendendo in piazza e partecipando ai culti per il Pride, a schierarsi per la benedizioni di unione di coppie omosessuali.

Certamente non sono state tutte rose e fiori: in alcune occasioni nelle chiese evangeliche mi sono ritrovato a dover vivere situazioni di disagio non propriamente dovute ad una esplicita omofobia ma ad una diffidenza o ad interpretazioni fondamentaliste delle Scritture, e a poco sono valse le spiegazioni dei testi e la ricerca di contestualizzarli: un dialogo con sordi troppo chiusi in un bozzolo di false certezze che servivano da stampelle per non porsi domande ed avere certezze inossidabili. Una cosa spesso mi ha turbato nella frequentazione di alcune comunità: la formale accoglienza, “politicamente corretta”, ma senza un reale coinvolgimento, un guardare di sottecchi, un osservare con occhio di “tolleranza paternalista”. Nei rari casi in cui questo è sfociato in un atteggiamento ostile o aggressivo la mia reazione è stata calma ma ferma nel dimostrare che l’essere una persona omosessuale e credente non solo è possibile ma anche che, di fronte al Dio d’amore, tutti e tutte siamo ugualmente amati e amate e che il problema non era mio ma loro, che costruivano muri e ostacoli non a me o alle altre persone omosessuali ma a se stessi per monopolizzare la Parola a proprio uso e consumo.

Facendo un bilancio complessivo devo ammettere che, non essendo io un uomo che tende a piangersi addosso e a fustigarsi, ho sempre reagito difendendo le mie scelte in ogni campo, da quello socio-politico a quello etico; questo ha portato il suo frutto anche al di fuori delle realtà ecclesiali, come quelle lavorative o politiche; solo una vota che un mio collega in ufficio si è permesso di offendermi pesantemente tirando in ballo la mia omosessualità. Ho reagito calmo e tranquillo minacciando di denunciarlo per violazione della privacy e, guarda caso, ha abbassato subito i toni; morale della favola, non bisogna mai sottomettersi rinunciando a se stessi ed ai propri diritti. Ma ora veramente LE COSE CAMBIANO.

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6. Testimonianza del gruppo Kairos, cristiani omosessuali di Firenze

In una della parrocchie cattoliche “amiche” della nostra diocesi, il Venerdì santo viene organizzato un momento di preghiera ecumenico: ogni chiesa ed ogni gruppo sono chiamati a commentare una stazione della via crucis. Ci sono protestanti, valdesi, battisti, da quest’anno anche ortodossi. Ci sono i giovani della parrocchia, il gruppo dei gesuiti e ci siamo anche noi, gruppo Kairos di cristiani omosessuali di Firenze. Questo incontro riassume in una serata undici anni di cammino del nostro gruppo.

Inizialmente, era il 2001, ci incontravamo con un sacerdote cattolico, quasi di nascosto e in silenzio, un po’ impauriti.

Dopo qualche anno, spinti dall’ennesimo suicidio di un ragazzo omosessuale, abbiamo organizzato una veglia di preghiera in occasione della giornata contro l’omofobia del 17 Maggio.

In quell’occasione abbiamo conosciuto la comunità valdese, che ci accolse e ci aprì le porte della loro chiesa. A oggi le veglie per ricordare le vittime della violenza dell’omofobia vengono fatte in tutta Italia e non solo… e possiamo con orgoglio affermare che le abbiamo pensate proprio noi per primi!

Con il passare degli anni altri sacerdoti cattolici e pastori evangelici ci hanno aperto le porte: siamo entrati in varie comunità e da due anni anche la veglia è organizzata in una chiesa cattolica.

Per i nostri incontri ci siamo trovati per tanto tempo nelle stanze della chiesa valdese, il pastore è venuto più volte a tenere degli incontri; così anche la pastora battista e la pastora della chiesa metodista di Firenze.

Abbiamo invitato alla nostra veglia gli ortodossi, ma non ci hanno mai risposto.

Abbiamo cercato contatti con il nostro vescovo: ma se il precedente almeno ci aveva ricevuti, l’attuale vescovo di Firenze non ci ha voluto vedere… A tutte le parrocchie e le comunità evangeliche cittadine inviamo notizie delle nostre attività… ma ben poche sono le risposte; abbiamo però una cerchia di sacerdoti cattolici e pastori evangelici che ci sostengono e alcune parrocchie e comunità evangeliche in cui ci consideriamo di casa.

E ogni anno, come detto all’inizio, siamo presenti a quel prezioso momento di preghiera ecumenico. Dunque che dire?

In questi 11 anni il cammino dei cristiani omosessuali del gruppo Kairos è stato intenso. Rapporti di stima e di amicizia si sono consolidati con chiese protestanti e parrocchie cattoliche, anche se la gerarchia cattolica ancora fa finta di non conoscerci…

Siamo consapevoli che il nostro cammino è ancora lungo, e siamo felici di essere parte di una rete di preghiera che va oltre l’appartenenza terrena ma che si ritrova unita in Gesù Cristo…

E nutriamo come cristiani, come uomini e donne omosessuali, la speranza certa di un cammino che porterà a una comunione sempre più vera con le chiese sorelle a cui noi apparteniamo.

Le donne e gli uomini del gruppo Kairos, cristiani omosessuali di Firenze

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7. Michelangelo Cannizzaro

Entrare in una chiesa e sentirsi come un bambino affascinato tra navate maestose e affreschi immaginifici e rivelatori. Ma soprattutto avere la sensazione che quel bambino abbia qualcosa da nascondere o magari da espiare. Quel bambino che ha dovuto sottostare allo studio del catechismo e magari anche all’ora di religione, poi rifiutata. Tutte cose molto belle ma che il bambino non sentiva come sue. Quando poi nella solitudine della sua camera altri pensieri e altre figure prendevano forma. E vivere con una sensazione, quasi un sapore, di peccato. Crescere con la paura e l’angoscia di essere diverso e aver paura di pronunciare, a se stesso, una semplice frase: io sono omosessuale. Tale da dover escludere completamente la sua famiglia. E nel contempo eclissare il suo vero io. Trovare poi nell’ambiente accogliente di una comune valdese, il Lombardini, alle porte di Milano, un ambiente dove sentirsi finalmente a proprio agio. E soprattutto amici, protestanti, ma anche cattolici. Dove partecipare a iniziative di solidarietà e di integrazione. Come una serie di incontri e conferenze sulla diversità. I campi estivi dove finalmente si parla e si vive alla luce del sole di sé e della propria omosessualità. Trovare anzi non trovare nella chiesa cattolica e nelle sue dichiarazione ufficiali quel senso di inclusività e di fratellanza, ma ancora quel senso di peccato e di stigma sociale. Ora posso dire da adulto di aver trovato una mia integrità anche grazie all’uomo che mi ama al mio fianco.

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8. Gino Scarpelli – Firenze

Ho 36 anni e fin da piccolo sapevo di provare attrazione per il mio stesso sesso, ma non ho mai avuto il coraggio di esprimerlo. Ho vissuto per molti anni della mia adolescenza e giovinezza rinchiuso in una “gabbia d’oro”, la quale, se da un lato mi proteggeva, dall’altro mi impediva di crescere e di svilupparmi sessualmente. Adesso ho tanti rimpianti, però dico a me stesso che, allora, non mi si è mai presentata l’occasione che mi permettesse di sbocciare, di liberarmi da convinzioni e circoli viziosi in cui ero sprofondato, perché ero solo e troppo preso dalle mie fisime mentali. Con il tempo, grazie anche a un efficace e lungo percorso di psicoterapia, mi sono convinto che posso vivere serenamente la mia omosessualità. Finalmente, ho deciso di incontrare omosessuali come me, con i quali poter condividere anche degli ideali di umanità e di solidarietà, che mi sono sempre stati a cuore. Perciò, mi sono rivolto al gruppo Kairòs, i cristiani omosessuali di Firenze, la mia città. Con loro, mi sono trovato a mio agio, e ho riscoperto la gioia e il bisogno di pregare insieme. Sono stato accolto con amicizia da sacerdoti, pastori e pastore, suore e esperti di teologia, da cui ho imparato a rileggere la Parola di Dio in maniera più critica. Ho capito che l’omosessualità e le altre forme di sessualità non etero non sono contrarie al Progetto Divino: il peccato esiste, a prescindere dall’identità sessuale. Il mio rapporto con la fede si è rivelato più autentico e il mio spirito si è rinvigorito, con la salutare conseguenza di una costante consapevolezza che fede cristiana e orientamento omosessuale sono due aspetti compresenti della mia personalità: li sento come doni ricevuti dal Signore, che mi ha aiutato a comprendere l’importanza di farli maturare: ne sono seguiti i miei positivi coming out in famiglia e con amici e parenti e la volontà di trovare un compagno per la vita.

Sono nato in una famiglia cattolica, non praticante, ma non amo definirmi cattolico o protestante: sono devoto alla Madonna, ma non approvo i dogmi del cattolicesimo. Mi considero un cristiano in cammino, desideroso, di percorrerlo insieme a un sempre maggior numero di donne e di uomini.

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9. Stefano

“Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1 Giovanni 4,8).

Nel mio cammino di vita fino ad oggi, ho avuto modo di sperimentare su me stesso quanto vere siano queste parole scritte dall’apostolo Giovanni.

Nasco ormai quasi trentasei anni fa in una famiglia di testimoni di Geova. Questa condizione mi ha donato l’opportunità di conoscere la Bibbia e di crescere con delle linee guida etiche e morali molto chiare, mi ha anche dato la possibilità di trascorrere l’infanzia in un ambiente sereno e accogliente, dove c’era sempre qualcuno che si prendeva cura di te. Ho memoria che sin dall’età di sei anni i miei pensieri fantastici si orientavano verso la condivisione della vita con una persona del mio stesso sesso e, nella mia mente di bambino innocente, questo pensiero mi appariva come assolutamente naturale e non riuscivo a concepire che potesse essere altrimenti.

Crescendo mi pareva di capire che questa mia realtà interiore doveva rimanere tale, doveva rimanere sotterranea, perché non era contemplata nella realtà di vita che mi era stata proposta come modello di riferimento. Durante la fase adolescenziale avvertii spesso la sensazione di isolamento che si può provare in uno stato di diversità: diversità religiosa e diversità di orientamento. Molto spesso avevo la sensazione di non poter essere capito e quindi sviluppai una sorta di sdoppiamento del mio essere: una parte nascosta e una parte esposta. Vivevo spesso in una forma di dissociazione dalla realtà.

La fine dell’adolescenza mi portò ad allontanarmi dalla fede, sentivo forte l’attrazione per la sperimentazione di tutte quelle “cose” che “il mondo” proponeva. Anche perché nella comunità religiosa in cui ero cresciuto sentivo di non poter esprimermi in modo completo. Così, nello sperimentare nuove esperienze, segnatamente nell’ambito dei divertimenti, sentii sempre una forma di inquietudine che mi accompagnava, mi sembrava che esse fossero come un fuoco intenso che consuma la paglia, brucia forte per un momento e dopo scompare, lasciando dietro di sé vuoto e desolazione. Ero diventato egoista e poco capace di vedere l’altro.

All’età di ventotto anni conobbi per la prima volta il nascere in me di una forma genuina di amore. Portava con sé il viso molto espressivo di un ragazzo con una storia difficile e molto, molto lontana dalla realtà che io avevo conosciuto fino ad allora. Fin dal primo momento mi parve chiaro che vivere quella storia era la cosa giusta. Gli anni di relazione che seguirono furono molto intensi, molto veri e a tratti molto difficili. Provai l’esperienza di confrontarmi veramente con la sofferenza e con l’impossibilità di comunicare il mio stato a nessuno. Il mio egoismo faceva fatica a passare e spesso non riuscivo a comprendere gli stati d’animo della persona che avevo accanto. Una notte in cui tutto mi sembrava buio e senza via d’uscita, laddove mi pentivo persino di essere nato, sentii come la sensazione di una voce che mi chiamava. Sentii che dovevo provare a fare quello che non avevo mai fatto: pregare. Fu la prima vera preghiera della mia vita. Era l’estate del 2012. Pregai Colui che conoscevo con il nome di Geova.

Provai da allora una forza nuova, una forza che mi permise di cambiare gradualmente, con dolcezza e delicatezza, dall’interno. Cominciavo a vedere le cose in modo diverso e soprattutto sentivo aprirsi dei varchi di luce nel mio essere. Ora il tipo di forza non era quello del fuoco di paglia di cui parlavo prima, ma più simile a quella del roveto ardente visto da Mosè, un fuoco che non consuma, ma che purifica, che dona vita.

La mia relazione con Luiz assunse una forma nuova, più luminosa, divenne un autentico percorso di risalita verso la luce. Questo ci ha permesso di conoscere persone nuove e autentiche che ancora oggi ci sono accanto in questo cammino.

Ancora non sappiamo esattamente dove questo cammino condurrà, ma il desiderio è quello di poter condividere con altri quello che il nostro Padre Celeste può fare per tutti coloro che lo desiderano. Il desiderio è quello di valorizzare le esperienze di sofferenza e di esclusione poiché è da queste realtà che si possono formare individui che capiscono l’amore e l’accoglienza e che sono in grado di entusiasmare il prossimo.

L’invito che mi sento di rivolgere a tutte le comunità religiose è dunque questo: la religione ha il compito di portare la speranza e la luce fra gli uomini. Concentriamoci nel cercare veramente di capire il prossimo e non chiudiamo gli occhi di fronte a tipi di amore che possono diversi da quelli proposti dai modelli millenari. Cerchiamo di capire situazioni e realtà nuove. Nessuno deve rimanere indietro o escluso. Non permettiamo che qualcuno abbandoni la fede perché si sente rifiutato o escluso.

Laddove il vero amore si sviluppa, là ci può essere la presenza del Signore.

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10. Anna Maria

L’esperienza con la cosiddetta gerarchia cattolica non è stata certa delle migliori. Frasi un po’ difficili da digerire mi hanno allontanato dall’Azione cattolica, in cui ho dovuto smettere di essere educatrice. La mia condizione di omosessuale dichiarata non era compatibile: ancor meno quando ho avuto da Dio il dono di una compagna!

Ma sempre all’interno della Chiesa ho incontrato un sacerdote che mi accompagna tutt’ora a livello personale e di coppia.

E soprattutto ho incontrato una comunità in cui possiamo vivere alla luce del sole il nostro essere semplicemente coppia innamorata: facciamo parte di un gruppo di ascolto, facciamo catechismo e il dopo-cresima e siamo inserite con leggerezza all’interno della comunità.

Quindi non smetto di sperare, specie ora che ci è stato donato un Papa sorridente e attento all’uomo.

E non smetto di essere parte di una chiesa sorella di altre chiese che ha semplicemente il compito di accompagnare ogni persona nel cammino della vita”

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11. Emanuele

Sono Emanuele, 37 anni, vivo a Pavia e sono – tra le altre cose – un omosessuale cristiano. Le classificazioni hanno un valore relativo perché prima di tutto ci sono “io nella complessità della mia storia”; indubbiamente però l’omosessualità è uno degli aspetti che più mi ha influenzato nella lenta e costante sofferenza di adolescente e di giovane.

Le “difficoltà” che essa procura sono individuabili nella sfera più intima di una persona a partire dalla relazione con i propri creatori sin dalla più tenera infanzia. La prima ferita nasce dall’introiettare la paura di non corrispondere alle aspettative basilari dei genitori, a cui susseguono i timori in ambito scolastico e lavorativo; in età adulta si corre il pericolo di non vedere socialmente considerate le proprie relazioni affettive, tanto da essere esortati a non dare alcuna visibilità a questo aspetto della propria vita. Si vive insomma con la paura di essere allontanati in qualsiasi forma qualora ci si confidi e si renda visibile questo aspetto di sé. Il rischio di convivere tanto a lungo con questa paura (che magari nel vissuto vede delle conferme esperienziali) è quello di anestetizzare la volontà e la capacità di costruire legami trasparenti e profondi per prevenire delusioni già fatte proprie nell’intimo.

Nella mia vita, quando questa situazione si stava somatizzando in modo ingestibile, ho capito che dovevo fare qualcosa e che era mia precisa responsabilità cercare una soluzione per uscire dal tunnel. Tutti i passaggi che da allora ho compiuto nascondevano sempre il desiderio di presentarmi nella mia identità completa, senza dover celare nulla e stringere le mani dei miei genitori, dei miei colleghi di lavoro, dei parrocchiani, di quegli amici che si sentono a loro agio a parlare con me di omosessualità ma che non hanno mai voluto mettere piede in un contesto diverso da quello a loro abituale, e del mio vescovo e del papa.

Senza ricerca non si trova. Ho cercato con caparbietà e la Provvidenza mi ha aiutato a trovare esperienze di vita che mi permettono di non sentirmi solo anche nell’ambito delle comunità cattoliche. Non vivo più con la pretesa che tutti siano in piena sintonia con me, neppure le gerarchie, ma con la volontà che ci si preoccupi gli uni degli altri – senza imporsi e senza soffocarsi – qualsiasi ruolo si copra nella nostra società (operaio, impiegato, medico o vescovo). Questo che mi ha permesso di sentirmi “unito con altre persone” cioè in una vera e propria “com-unità”.

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12. Filippo, del Gruppo Kairos di Firenze

Il cortile antistante la basilica della santa casa di Loreto aveva assunto un aspetto insolito, brulicante com’era di divise grigie e blu; in occasione del giubileo del 2000, l’annuale assemblea del movimento aveva radunato da tutta Italia le comunità degli adulti scout proprio in uno dei santuari mariani più cari alla tradizione. Come magister della mia comunità non mi ero potuto sottrarre ad un impegno che in quel particolare momento della mia vita mi sembrava così gravoso. In attesa di partecipare alla celebrazione eucaristica domenicale che avrebbe concluso la tre giorni di incontri, discussioni e dibattiti, passeggiavo con la mente assorta in mille pensieri. Nella tasca del marsupio il telefonino che mio padre aveva insistito portassi con me e tenessi il più possibile acceso. Conoscevo bene il motivo di quella insolita imposizione così poco coerente con lo spirito scoutistico.

I medici non avevano lasciato spazio alla speranza; quelle erano le ultime settimane di vita di mia madre. I fratelli della mia comunità non mi avevano mai lasciato solo nel timore che da un istante all’altro il telefono potesse squillare. Questo pensiero me lo ero portato dietro per tutta l’assemblea, nonostante gli intensi momenti di raccoglimento e le allegre compagnie serali davanti al fuoco di bivacco. Ma c’era di più; quell’altro peso che mi opprimeva e che mi era diventato impossibile da sopportare. In quel luogo di fede l’insanabile contraddizione tra il mio orientamento sessuale e il mio amore verso Dio e la Chiesa sembrava assumere una dimensione non più conciliabile. Sotto il portico della basilica alcuni sacerdoti erano a disposizione per le confessioni; ci sono arrivato senza neanche rendermene conto.

È il mio turno; mi siedo sulla panca di marmo accanto ad un giovane prete di cui non ricordo nemmeno il viso. Forse perché non lo guardo negli occhi. Con la testa abbassata comincio ad aprirgli il mio cuore. Gli parlo del mio “problema”, della sofferenza che mi procura l’apparentemente insanabile contrasto tra il desiderio di vivere pienamente la mia affettività e la volontà di restare saldo nella fede. Gli confesso persino il timore, questa sì una vera bestemmia, che le preghiere per mia madre siano inascoltate a causat della mia condizione. A questo punto il giovane sacerdote mi interrompe quasi bruscamente pronunciando parole che allora mai avrei creduto di sentire.

Dopo avermi confortato mi dice che Dio non fa distinzioni tra i suoi figli e che anche un amore tra due persone dello stesso sesso, se animato da spirito sincero, può essere a Lui gradito. Mi alzo più rasserenato. Il telefono non squilla per tutto il resto della domenica. Faccio in tempo a tornare a casa e a trascorrere gli ultimi giorni accanto a mia madre. Poi ancora una lunga traversata in un deserto di dubbi e di incertezze; le parole di quel sacerdote avevano acceso in me una speranza che ci ha messo altri dieci anni prima di diventare concreta certezza nell’incontro con gli amici di Kairos. Chissà dove sarà oggi quel giovane sacerdote; mi piace pensarlo impegnato in una di quelle periferie del mondo dove c’è veramente bisogno di pastori come lui. Vorrei tanto sapesse che il seme che ha piantato in me quel giorno faticosamente sta dando i suoi frutti

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13. Carmen

Arriva con due bicchieri e un prosecco bianco che mi serve, poi siede. Beve alcuni sorsi e prende a parlare. «Vedi, Carmen, noi sacerdoti di una certa età abbiamo delle difficoltà a parlare di amore con le giovani coppie. Ne parliamo in modo astratto, avulso dalla realtà. Raramente affrontiamo l’amore nella sua componente umana sessuale, con desideri ed emozioni, con il bisogno che l’uomo ha di toccare e di stare vicino agli altri. In seminario non ci hanno educato a parlare di sesso. D’accordo, erano altri tempi. Eppure… tu hai avuto un’educazione religiosa, quindi sai che nell’Eucarestia c’è il dono di un corpo. Cristo si dona per amore. È esattamente ciò che avviene tra persone che si amano. Quando ero giovane seminarista e sentivo che qualche prete si era innamorato, dicevo che a me non sarebbe mai capitato. Avevo scelto il Signore. Ma sui quarant’anni m’innamorai veramente di una donna. È stato allora che ho capito la mia grettezza e quel falso puritanesimo che ci era stato inculcato. Ero una persona inibita, che non conosceva la vita. O meglio, la conoscevo in parte attraverso il confessionale. Sono rimasto fedele al mio sacerdozio, ma quella donna mi ha aiutato tanto, mi ha aperto gli occhi. Siamo rimasti ottimi amici fino alla sua morte».

Si interrompe, infine con un lungo sospiro riprende: «Quando scoppiò il tuo caso, non eravamo preparati. Viviamo in un paese di provincia, non dimenticarlo». «Mi avevate bandito dalla parrocchia impedendomi di lavorare coi giovani». Don Francesco rimane alcuni istanti silenzioso. «Sì, agimmo da ottusi. Mi ero rivolto alla Curia che già conosceva il tuo caso per via dell’annullamento. Mi consigliarono di non coinvolgerti più in nessuna attività. Tu lo capisti e ti allontanasti definitivamente». Mi versa un altro goccio di prosecco e riprende. «Ogni persona ha la propria storia ed è proprio da questa sua storia o realtà che impara ad amare o a odiare. Viviamo all’interno di una cultura in cui viene difficile accettare il diverso e si creano persone infelici. Bisogna che impariamo a guardare in faccia la realtà delle persone che incontriamo. Che ci facciamo carico delle loro sofferenze per dare loro una speranza.

Viviamo in un’epoca che sta camminando troppo veloce. Siamo sempre occupati, impegnati a correre da una parte all’altra, progettando per il dopo e non vediamo il volto di chi ci sta vicino, la sua bellezza, le sue gioie ma soprattutto le sue ferite, la sua sofferenza. Anche un amore particolare come il tuo ha tanto da insegnare. Se pensi di aver concluso la tua storia con quella donna non saprai mai perché si è allontanata. E una ragione deve esserci. Stai pagando un prezzo alto di sofferenza ma forse lo sta pagando anche lei». Rimango in silenzio alcuni istanti. «In questo momento non mi sento di affrontarla. Sono ancora stravolta, ferita».

«È un buon segno. Hai un cuore. Non sei morta,vivi. Non t’imporre niente. Sarà il tuo cuore a dirti quando cercarla e allora dovrai muoverti senza paura. Con fiducia e coraggio. Perché una storia d’amore non è mai come noi la vorremmo ma segue dei percorsi sconosciuti, imprevedibili a volte. Io sono sempre qui non per dirti ciò che è permesso o cosa è vietato o se persone dello stesso sesso possono avere relazioni fisiche e via dicendo. Sono qui per ascoltare il tuo amore, aiutarti e benedirti». Alza la mano e rimane in attesa di un mio cenno di consenso. Allora chino il capo e lascio che metta le sue mani gonfie per l’artrite sulla mia testa. «Ti ho fatto raffreddare il pranzo», dico alzandomi.

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14. Roberto

Dopo aver creato l’uomo, Dio disse: “ è cosa molto buona”. “Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa non l’avresti neppure creata” (Sp. 11,24)

Mi sono chiesto: “Dio già sapeva che ci sarebbero state persone che avrebbero amato persone dello stesso sesso? E questo era già nel disegno di Dio? Se penso alle mie e altrui sofferenze, per chi ha vissuto e vive drammaticamente una condizione non voluta, bisogna rispondere di no! Dio, che ha creato l’uomo per la felicità piena, non può volerlo.

Ma l’omosessualità esiste. E qui sorge una domanda: perché? Perché la stessa “creazione soffre le doglie del parto e attende di essere redenta”? (Rm,8,19-22) Perché la creazione è stata deturpata dal peccato originale? Lasciamo che i teologi si confrontino e ci dicano una parola.

Quante domande mi sono posto nella mia ricerca. Cosa si intende per natura? Il disegno di Dio e il “disordine intrinseco”. S. Paolo può conoscere che si può agire per una condizione non voluta?

Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio dare un aiuto che gli sia simile”. Quale aiuto può corrispondere ad un omosessuale? Il rapporto affettivo non è un bisogno primario?

Personalmente parto nelle mie riflessioni da alcuni punti. Da sempre, fin dall’infanzia, sentivo di essere “diverso”, mi trovavo addosso una condizione non voluta, non scelta. Pensavo allora che da grande, come tutti gli altri, avrei avuto una moglie e dei figli.

Ed è la cosa che mi è sempre mancata. Se avessi avuto la possibilità di scegliere, non avrei scelto di essere omosessuale. Ho sofferto e lottato, cercando di negare ciò che sempre più diventava una evidenza. Ho trovato serenità solo quando mi sono accettato.

Mi allontanai dalla Chiesa perché mi sentivo giudicato, mentre la mia vita chiedeva altro. Poi, proprio grazie ad un amico, mi sono riavvicinato ed ora vivo, accolto, dentro una realtà ecclesiale.

Mi sono chiesto: come può una persona omosessuale e cattolica vivere queste due appartenenze? Sentire certe parole, certi giudizi mi ha ferito. Mi sono confrontato con sacerdoti per raccontare il mio vissuto, per sentirmi accolto nella comunità ecclesiale per ciò che sono: una persona.

Ho notato che molto dipende dalla sensibilità e umanità. Alle severe parole di una volta, ne sono subentrate altre con giudizi più sfumati. Un vescovo a cui avevo scritto, mi rispose dicendomi: “Dio si mette sempre dalla tua parte”. Ho incontrato un vescovo con cui ero in contatto epistolare. Mi ascoltò con molta attenzione. Gli raccontai del mio legame affettivo. Fu molto paterno.

Io sono convinto che nel muro che si frapponeva, ora ci sono degli spiragli, qualcosa si sta muovendo. Credo che da parte nostra bisogna aiutare la Chiesa in questo cammino di conoscenza e di accoglienza. I tempi mi sembrano maturi.

Più che di possibili leggi abbiamo bisogno di una parola, che ci venga detto: “Sii in pace con te stesso e vivi la vita per come ti è stata data di vivere”. Alcuni gesti, i toni e certe parole di Papa Francesco, sono di buon auspicio.

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15. Domenico, Vicenza

La mia omosessualità era rimasta ai bordi della consapevolezza sino a 32 anni. Prima di allora ero disinteressato alla Chiesa come istituzione e gerarchia. Ora la conosco un po’ meglio, la considero, ma non troppo.

Certo, entrai in crisi per una posizione che non riuscivo a comprendere. Mi informavo delle ragioni. Provai astio quando nelle relazioni ufficiali vedevo più preoccupazione per la dottrina che per la persona. Non per questo mi sono sentito rifiutato, semplicemente non concordo con le conclusioni.

Come rapporto personale Chiesa-istituzione ricordo due eventi significativi, nessuno dei due negativo.

Nel primo, in piena crisi per la presa di coscienza della mia omosessualità, chiesi aiuto ad un’amica suora. Fu molto comprensiva. Per sua esperienza personale mi consigliò un aiuto psicoterapeutico. Non per la “cura” dell’omosessualità, ma perché mi aiutasse a fare chiarezza sul frastuono emotivo che provavo. In effetti mi servì a vivere più serenamente.

Il secondo è stato in concomitanza del Gay Pride 2000 a Roma. Durante la messa nel mio paese, il parroco si profuse in un’omelia particolarmente focosa contro questo evento e gli omosessuali.

La cosa mi offese, per cui decisi di incontrarlo e parlarne.

Quando lo feci mi aspettavo scomuniche e fuoco dell’inferno, invece ebbe un approccio simile a quello che, anni dopo, avrebbe utilizzato papa Francesco. Dal chiarimento risultò che quell’omelia era il risultato dell’essersi risentito per interviste ascoltate al telegiornale. Il rapporto personale ne ebbe un giovamento e in seguito non sentii più omelie di quel tipo.

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16. Gustavo Gnavi – Centro studi e documentazione “Ferruccio Castellano”

Non sono più di primo pelo ed ho vissuto il mio impegno nel movimento omosessuale e in particolare fra gli omosessuali credenti in anni in cui di omosessualità si parlava poco o niente soprattutto all’interno della Chiesa cattolica alla quale appartengo.

Cresciuto in un paese di circa 6.000 anime in provincia di Torino, nella diocesi di Ivrea e in una famiglia normalmente religiosa e praticante, ho iniziato a frequentare oratorio e Azione Cattolica come quasi tutti i bambini e i ragazzi facevano allora cosicché, quando nel post-concilio arrivò in diocesi il nuovo vescovo (mons. Bettazzi) e propose i Consigli Pastorali Parrocchiali, fui quasi obbligato a farne parte. Dal C.P.P. a quello diocesano e, da questo, alla presidenza del medesimo il passo fu breve e così mi trovai per vari anni ad avere una parte significativa nella pastorale diocesana. Questo incarico diocesano lo lasciai nel 2001 mentre l’attività parrocchiale continua tutt’ora.

Nel gennaio dell’81 fui fra quelli che diedero vita al gruppo torinese di gay credenti Davide e Gionata ma già dalla metà degli anni ’70 mi ero interessato alle problematiche dei gay credenti, tanto che venni contattato da Ferruccio Castellano per collaborare con lui e altri a smuovere le acque in questo settore. Dopo la morte di Ferruccio continuai a darmi da fare nell’associazione torinese sino alla sua chiusura e ora sono presidente del Centro Studi e Documentazione intitolato appunto a Ferruccio Castellano.

Da quanto detto si potrebbe pensare che il mio impegno quotidiano mi abbia visto attivo su due binari ben distinti e forse anch’io, inizialmente, pensai alla possibilità di tenerli separati ma per vari motivi, sia strettamente personali, sia di rappresentanza dell’associazione a cui appartenevo, la mia omosessualità divenne un fatto pubblico. Il mio nome finì sui giornali, locali e nazionali, la mia faccia comparve in varie trasmissioni televisive e così oggi molti sanno della mia gayezza.

Il tutto avvenne però per gradi, anche all’interno della Chiesa. Col mio vecchio parroco ne parlai quando la cosa si seppe in famiglia; al vescovo quando Ferruccio Castellano scrisse a mons. Bettazzi per l’organizzazione del primo convegno di gay credenti ad Assisi; alcuni sacerdoti della mia diocesi li invitai a parlare al Davide e Gionata. Ogni tanto scrissi qualche articolo sul settimanale diocesano, articoli che seppi vennero anche letti e commentati dai seminaristi (erano anni “felici” in cui anche i miei articoli venivano pubblicati e commentati) e così via.

Ancora oggi ho l’abitudine (ma per quanto detto prima probabilmente non ce ne sarebbe bisogno) di presentarmi al nuovo parroco ricordandogli che sono omosessuale e che faccio parte di gruppi di omosessuali e poiché tutto ciò mi porta a essere visibile come tale, lo lascio libero di decidere se crede opportuno ch’io faccia parte di organismi parrocchiali. Al nuovo parroco e al nuovo vescovo ho portato il libro “Fede e omosessualità” scritto qualche anno fa da un prete di Torino con la collaborazione di un gruppo di gay credenti.

In conclusione perciò devo dire che non ho mai avuto problemi nel mio impegno parrocchiale e diocesano, a causa della mia omosessualità.

Sono un caso raro? Può darsi. E’ vero che non vado in giro vestito di rosa e con le piume di struzzo e neppure con cartelli inneggianti alla libertà sessuale, ma credo che il fatto che io sia stato accettato così come sono sia dovuto alla serietà del mio impegno che ha preceduto per anni la scoperta della mia omosessualità da parte di altri. Se uno si comporta bene in generale, la sua omosessualità è ritenuta un qualcosa in più, qualcosa di privato su cui si può sorvolare.

E’ anche vero che, all’interno della Chiesa locale, non si cerca la mia collaborazione su certi temi ma… non esageriamo… anche se credente, sono per sempre un gay che si impegna per i diritti dei suoi simili, anche all’interno della Chiesa per cui è meglio fare in modo ch’io non ficchi troppo il naso in certi ambienti cari ai preti.

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