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Un sinodo sulla famiglia di G.Codrignani

Giancarla Codrignani

Dopo la professionalizzazione militare, solo la chiesa cattolica rimane rigorosamente un’istituzione maschile. Per questo manca degli strumenti culturali per riformare il ruolo di quel femminile a cui Giovanni Paolo II attribuiva uno speciale “genio femminile”, per confinarlo nella famiglia.

Ma le donne chiedono di essere riconosciute “a partire da sé”, mentre gli uomini (e il Papa è un uomo), in genere, non si interrogano, non si conoscono e si relazionano male se debbono prescindere dal potere che gli conferisce, prima di ogni altro valore, l’essere uomo.

Una conferma alle preoccupazioni femminil-femministe la offre, in questi giorni, il questionario informativo che il Papa ha proposto alle diocesi per il Sinodo straordinario sulla famiglia (5-19 ottobre 2014), al cui interno troviamo intatto il linguaggio tradizionale della morale cattolica (di cui molto, proprio a partire dalla terminologia, andrebbe smantellato).

Ottima, dunque, la scelta di interpellare la base di un mondo fin qui educato all’obbedienza, meno buona se avvia alla conferma della tradizione convenzionalmente “cattolico-romana”.

Per questo il richiamo iniziale alla “missione di predicare il Vangelo” è premessa necessaria alla pratica nuova della consultazione; purché, però, i laici e le laiche rivendichino l’autorevolezza loro data dal Concilio Vaticano II e non lascino le risposte ai Consigli pastorali: solo fornendo libere risposte, contribuiranno ad una riforma che solo se parte dalla realtà effettiva del vivere può ridare senso a valori di fede oggi resi opachi.

Proprio sulla famiglia è auspicabile che il clero faccia un passo indietro per la scarsa competenza che ne hanno i preti, condannati a conoscere come famiglia solo quella dei genitori a causa dell’obbligatorietà del celibato; tema questo che poteva ben rientrare tra gli argomenti della consultazione non essendo pochi i preti sposati la cui testimonianza di, per così dire, “divorziati” dall’Ordine, risulterebbe non irrilevante. Il riferimento alla “legge naturale”, dato come ovvio, sembra prescindere dall’esistenza di ormai ampi settori di persone di fede, in particolare donne, che ne riconoscono il limite di principio.

Non è senza probabile ragione che non viene fatta parola dell’argomento agitato dal “Movimento per la vita” (sostenuto da parrocchie e associazioni anche con una raccolta di firme consegnate in questi giorni al Ministero dell’Interno) sul riconoscimento della personalità giuridica dell’embrione, definito “uno di noi”; non va tuttavia ignorata né l’opinione largamente diffusa che la vita prenatale può essere valorizzata solo a partire da quella reale delle vittime di guerre, migrazioni, disastri ambientali e miseria che incontrovertibilmente sono persone; né il fatto che, essendo i rapporti sono molto più fecondi delle gravidanze portate a termine, milioni di embrioni se ne vanno senza aver avvertito della loro presenza neppure le presunte madri che, pensando a un ritardo mestruale di uno o due mesi, restano ignare del concepimento.

Nella parte relativa al matrimonio, il questionario parla di “sposi” dando per scontato che significhi “un uomo e una donna”, ma senza riconoscimento delle loro autonome dignità, che invece richiederebbero questioni specifiche.

Non tutti ancora sanno che solo la Gaudium et spes ha posto come fondamento supremo del matrimonio l’amore, precedentemente condizionato dalla triade “riproduzione, mutuo aiuto e remedium concupiscentiae” (detto in latino per non svilire un sacramento).

Non ricorre nemmeno la parola “sessualità”, anche se molti documenti pastorali ne hanno esaltato il valore umano ineludibile, soprattutto per ciò che concerne l’autenticità di relazioni che, proprio nell’ambito dell’educazione religiosa, debbono pretendere di diventare espressione alta di sé sia per gli uomini che per le donne.

La rimozione del sesso, silenziato dalla tradizione, nacque dal convincimento che la sessualità maschile egocentrica fosse senza peccato in virtù della sottomissione dell’altro genere; si spiega così l’assurda (perché teologicamente immotivata) esclusione dalla consacrazione delle donne, ritenute, come in altri culti più o meno antichi, impure perché mestruate e condannate a non entrare nel tempio – come la santa Vergine – per quaranta giorni dopo l’impurità del parto.

Fu il patriarcato a intercettare il messaggio li liberazione del cristianesimo nascente: “voglio che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio…. L’uomo non deve coprirsi il capo, perché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non è l’uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo…..” (I Cor. 3-11).

La citazione biblica “Dio fece l’essere umano, uomo e donna, a sua immagine e somiglianza” (qui citata nella traduzione androcentrica “Dio fece l’uomo a sua immagine”) insegnerebbe il rispetto che debbono avere i coniugi di se stessi e del loro futuro, figli compresi.

La cosiddetta “apertura degli sposi alla vita”, definita anche “favorire la natalità”, lascia supporre che il problema della trasmissione della vita sia essenzialmente riproduttivo, a prescindere dalla qualità della vita concreta che gli sposi intendono fornire ai figli.

All’interno della coppia, la maternità ha sempre connotato la donna, mentre la paternità non è mai connotato esclusivo dell’uomo: senza una rilettura dei ruoli antropologici nelle società complesse non ci si deve stupire se la stessa istituzione familiare è a rischio.

Nemmeno sulla qualità dei rapporti coniugali e familiari il questionario invita a prendere posizione esplicita, anche se dovrebbe essere evidente la necessità di evangelizzare gli uomini e le loro presunte esigenze. Infatti la donna, per quanto santificata nel suo ruolo, rischia di essere un oggetto a disposizione degli egoismi maschili: sarebbe bene tener conto che il numero maggiore di aborti è delle coniugate e tanto meno si può ignorare che è all’interno della famiglia che si commettono violenze e abusi sulle donne e sui bambini.

Maltrattamenti, stupri, pedofilia albergano nella privatezza delle case e i femminicidi appaiono quotidianamente sulle pagine nere dei media: vanno nominati. Si suppone che i preti che confessano (il questionario fa riferimento alla pratica del sacramento chiamato sia “della Riconciliazione”, sia “della Penitenza”) ne sappiano qualcosa: se non si diffondono un’informazione e una formazione specifiche, si perde la possibilità di prevenire disastri e crimini.

L’espressione “convivenze ad experimentum” indurrebbe a ritenere la convivenza un peccato da risanare con un prevedibile matrimonio, mentre domande correttamente informative come quelle sulle “unioni dello stesso sesso” lasciano persistere un pregiudizio di trasgressività, se poi si chiede “come i battezzati vivono la loro irregolarità”.

Toccherà a Papa Francesco utilizzare i risultati di questa ottima innovazione “democratica” (e fraterna) e giudicare se i cristiani lo possono aiutare davvero a innovare il magistero e a conformare “la dottrina cattolica”, finora comprensiva di temi “non negoziabili”, ad una chiara, coerente contestualizzazione del Vangelo.

Se accoglierà l’invito che viene dal pensiero delle donne e cercherà di partire da sé nel pensare l’umano, si accorgerà di quanto grande sia stata la perdita della chiesa nell’escludere le donne dall’elaborazione dei valori della teologia, dalla rilettura delle Scritture, dall’organizzazione non verticale della chiesa.
Nemmeno questa indagine. tuttavia potrà aiutare papa Francesco se i laici, ma in primo luogo le laiche, non spingeranno i vescovi a rielaborarne tutti i contenuti, anche quelli potenziali.

L’archetipo antropologico della famiglia patriarcale deve oggi essere definitivamente superato, anche se nemmeno la parità erogata dalle leggi civili privilegia ancora in pieno l’autonomia e la libertà delle donne nella società e nelle stesse istituzioni pubbliche sempre orientate a pretendere l’omologazione al modello unico.

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