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Madiba, il padre di tutti

Febe Cavazzutti Rossi
www.riforma.it

È spirato alle 20.50 di giovedì 5 dicembre 2013, Madiba, il padre di tutti: neri e bianchi, dei torturati consumati nel pianto e dei torturatori pentiti. Il suo spirito era già entrato nel riposo dei prati del cielo quando il coma lo aveva colto nel giugno di quest’anno. I suoi occhi di neonato si erano aperti ai grandi prati della terra sul fiume Mbash, nel Transkei del Sud Africa, il 18 luglio 1918. Suo padre, uno Xhosa di origini regali, gli aveva posto nome Rolihlahla, «tira giù i rami degli alberi», come a dire «uno che va in cerca di guai». La famiglia si era poi trasferita nel villaggio Qunu: un fondovalle fertile senza strade e solo sentieri; i frutti della terra come cibo e le acque fresche del ruscello per dissetarsi. Fu presto messo a badare al bestiame. A sette anni la madre pensò bene di mandarlo alla Chiesa metodista dove fu battezzato e messo a studiare; il suo primo insegnante gli dette il nome per il mondo: Nelson Mandela. Quando aveva nove anni suo padre morì.

Il filo che lo legava alla Chiesa metodista non si è mai più rotto. Ha compiuto gli studi superiori nel convitto metodista di Healdtown (Eastern Cape), un laboratorio di predicazione cristiana sui diritti umani dove ha affinato l’introspezione politica e si è dotato degli strumenti della legge. Per forgiare un nuovo Sud Africa ha cercato ispirazione nella sintonia con leader della chiesa, legato da profonda amicizia con Desmond Tutu, l’arcivescovo anglicano figlio di un predicatore metodista. Lascia la moglie, Graça Machel, vedova del passato presidente del Mozambico, una metodista che si è spesa nella difesa dei diritti delle donne e dei bambini.

Rivoluzionario anti-apartheid, Mandela è stato un nazionalista africano, democratico socialista fin dalla sua adesione all’African National Congress (Anc) di cui è stato presidente dal 1991 al 1997.

Benché abbia usato modi autocratici in molti suoi discorsi, ha vissuto in prima persona la democrazia piegandosi alle decisioni della maggioranza quand’anche ne fosse in disaccordo. Secondo le sue stesse parole, la democrazia è «inclusione, affidabilità e libertà di parola».

Tutti sanno dei suoi 27 anni di prigionia a Robben Island e poi nelle carceri di Pollsmoor e Victor Verster: lunghi giorni guadagnati per fugare il risentimento e la vendetta, dedicati con pazienza a penetrare l’umana natura per scoprire che siamo tutti molto simili, oppressori e oppressi. Non ha atteso l’uscita dal carcere per allacciare rapporti segreti con il ministro della giustizia e il presidente Botha.

Ha servito il suo paese come presidente dal 1994 al 1999, e ha rifiutato un secondo mandato. Il primo sud africano nero eletto nella prima elezione rappresentativa multirazziale, mai prima sognata in quella terra. L’impegno primario del suo governo è stato di smantellare la dolorosa eredità dell’apartheid contrastando il razzismo istituzionale, la povertà e la disuguaglianza xenofoba in un orizzonte di onnicomprensiva riconciliazione.

La sua amministrazione ha ereditato una enorme disparità fra il benessere dei bianchi e il nulla dei neri: 23 milioni di neri ghettizzati fuori da collegamenti viari, privi di accesso all’elettricità, senza sanitari e impianti igienici; 12 milioni senza acqua, oltre 2 milioni di bambini senza scuole e un terzo della popolazione ridotta all’analfabetismo dalle leggi instaurate in 50 anni di regime.

Dalla sua presidenza è uscita la nuova costituzione, una fra le più belle nel mondo, e ha preso il via la commissione per la Riconciliazione e la Verità affidata alla presidenza di Desmond Tutu affinché investigasse i crimini commessi sia dal governo che dall’Anc. La commissione ha garantito l’amnistia in cambio della testimonianza dei crimini commessi: si è così evitata la creazione di martiri e ridato dignità alle vittime superando un passato tragico con lo sguardo rivolto al futuro.

Mandela ha visto nella riconciliazione nazionale l’unica possibilità per un futuro senza sangue: ha garantito alla popolazione bianca che sarebbe stata protetta e mai avrebbe dovuto patire le immani sofferenze subite dai neri. Lo ha dimostrato stringendo la mano ai suoi persecutori e accettando di dividere nel 2009 il prestigioso Premio Nobel per la pace con il presidente De Klerk, ponendolo così alla sua stessa misura di democratico. Il mondo lo ha acclamato dandogli 250 riconoscimenti, compresa la Medaglia alla libertà del presidente degli Stati Uniti e quella dell’Ordine sovietico di Lenin.

Non esiste coesione senza il canto. Mandela ha elevato due inni a comune inno nazionale: «Nkosi Sikelel’ iAfrika» (Dio benedica l’Africa), composto nel 1897 da un maestro nero metodista, Enoch Sontonga, e «Die Stern van Suid-Africa» sul testo di una lirica del 1918 che celebra patria e Dio, intitolato Afrikaans, musicato dal pastore M.L.de Villers della chiesa Nederduits Gereformeerde Kerk (Dutch Reformed Church), le cui tesi razziste vennero stigmatizzate come eretiche dall’Alleanza riformata mondiale (Arm); questo fu l’inno nazionale aborrito dai neri dal 1957 al 1994 e Mandela lo ha voluto rielaborato in afrikaans, inglese, Xhosa, Zulu e Sesotho così che tutti lo cantino sentendosi figli della medesima patria.

Fermarsi al suo superamento nel perdono di ogni negatività leggendolo in chiave religiosa sarebbe sminuirne il valore e il significato: Mandela ha usato quelle qualità, che oseremmo dire spirituali, al di sopra di qualsiasi forma religiosa, come lo strumento più efficace per il raggiungimento di traguardi politici. Così Nelson Mandela rimane nella storia quale fulgido esempio e speranza per molti popoli.

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Mandela, un gigante africano

Padre Giulio Albanese
http://blog.vita.it/africana

La morte di Nelson Mandela rimarrà nella Storia come un evento planetario. In un mondo globalizzato, dove le classi dirigenti lasciano molto a desiderare, le diseguaglianze tra ricchi e poveri, unitamente ad altre forme di sperequazione, acuiscono a dismisura l’indifferenza, fare memoria di questo grande statista africano significa, innanzitutto e soprattutto, assunzione di responsabilità per contrastare ogni genere di ingiustizia che determini l’esclusione sociale. Ecco che allora egli rappresenta uno straordinario modello per affermare il cambiamento, quello che egli stesso definiva in riferimento alle sorti del continente, l’agognato rinascimento africano.

In questa prospettiva, la chiave di lettura per comprendere la statura del suo carisma politico è tutta racchiusa in una citazione di Marianne Williamson, durante il suo celebre discorso d’investitura a presidente del nuovo Sudafrica, nel1994. «La nostra paura più profonda – disse – non è di essere inadeguati. La nostra paura più profonda, è di essere potenti oltre ogni limite. È la nostra luce, non la nostra ombra, a spaventarci di più…» E Mandela, congedandosi da questo mondo, in cui ha vissuto intensamente, ha dimostrato d’essere stato sempre se stesso, andando al di là di ogni compromesso, con grande responsabilità. Proprio perché, citando sempre la Williamson «quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsapevolmente diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso».

D’altronde, Mandela non è stato solo un celebre Premio Nobel, un presidente autorevole, il padre della Patria che tutti sognavano in Sudafrica, ma, soprattutto, l’eroe nella lotta contro l’apartheid, uno dei peggiori abomini perpetrati dalla colonizzazione occidentale in Africa. Si era ritirato ufficialmente dalla vita pubblica nel 1999, ma non ha mai interrotto la sua indefessa azione in difesa degli ultimi, portando la sua instancabile battaglia per la pace e oltre i confini del Sudafrica. Reso fragile dall’età e dai 27 anni trascorsi nelle galere del regime segregazionista bianco, già nel 1994, all’epoca delle prime elezioni libere, Mandela era dell’idea che non fosse opportuno fare il presidente a vita. Per lui, forgiato dalla passione impostagli dal regime di Pretoria, l’esercizio del potere doveva essere inteso solo e unicamente come servizio alla nazione, lungi da qualsiasi forma di compromesso.

Unanimemente riconosciuto come il leader africano che ha maggiormente contribuito a segnare l’epoca del riscatto dopo l’onta coloniale e le pessime performance di molti regimi, Mandela ha avuto il merito di scongiurare una guerra civile che avrebbe sconvolto il Sudafrica, con conseguenze forse irreparabili. Era un giorno limpido di fine estate nell’emisfero australe, quell’11 febbraio del 1990, quando dal cancello del penitenziario di Victor Vester, vicino Città del Capo, usciva dopo 27 anni il detenuto politico numero “46664”. All’anagrafe risultava “Rolihlahla Dalibhunga”, nato nel villaggio di Mzevo il 18 luglio 1918, per tutti Mandela, detto anche “Madiba”, come veniva solitamente chiamato dalla gente, con riferimento al suo clan.

A dare l’ordine di liberarlo era stato Frederik Willem de Klerk, l’ultimo presidente bianco del Sudafrica e premio Nobel per la pace con Mandela nel 1993. Certamente va affidato alla storia il giudizio sugli esiti della “Commissione per la Verità e la Riconciliazione” voluta proprio da Mandela e presieduta dal vescovo anglicano e premio Nobel per la Pace, Desmond Tutu. La consapevolezza è che i cinque volumi di rapporto, costati due anni e mezzo d’indagini, oltre a ventimila testimonianze e centinaia e centinaia di audizioni, siano serviti quantomeno, sul piano umano, ad innescare un processo di cicatrizzazione perché le ferite causate dall’odio razziale possano lentamente rimarginarsi. Lungi da ogni retorica di circostanza, Mandela ha, comunque, colmato un vuoto nella leadership del continente africano che si era aperto con l’uscita di scena dei “padri della patria”, dei Senghor, dei Nyerere…

Dopo aver colpevolmente tollerato il razzismo per troppi anni, il mondo forse ancora oggi non ha compreso l’enorme valore del miracolo che si è compiuto vent’anni fa in Sudafrica. «Forse non si vuole ammettere – ha saggiamente scritto Giampaolo Calchi Novati – che accettare e praticare il “plurale” voluto dalla storia – alla sola condizione di ripudiare il razzismo e la discriminazione – è meglio che pretendere di ‘territorializzare’ i diritti dei popoli o le aspettative delle minoranze».

Il Sudafrica, insomma, nel bene e nel male, può costituire un termine di riferimento, ancora oggi, con tutte le sue contraddizioni, per ogni politica intesa ad alleviare i problemi della transizione in Africa. Qualcuno potrebbe legittimamente obiettare che l’attuale capo di stato sudafricano, Jacob Zuma, non ha assolutamente lo spessore di Mandela. Anzi è una figura così controversa da offuscare, per certi versi, la memoria di Madiba. È vero, ma indietro non si torna. La commozione del popolo sudafricano per la sua morte – da Johannesburg a Pretoria, da Cape Town a Durban – è il segno evidente che lo spirito di Mandela aleggia su tutto il Paese. Grazie Mandela!

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