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Mi fido degli umili di E.Peyretti

Enrico Peyretti

Io sono strabiliato dal vedere sempre i vincitori nelle elezioni, regolarmente e dappertutto, scoppiare di felicità, urlare di gioia, elevare peana a cui non basta il vasto cielo, portati in trionfo dall’esercito dei loro sostenitori. Ma vi rendete conto della responsabilità che vi è caduta addosso? Non avete vinto nessun male e nessun problema: solamente vi hanno caricato del compito di vincere i mali della vostra società. Non sentite il grave peso, mentre ballate? I mali, le difficoltà, i problemi, gli errori che farete li avete tutti davanti, non alle spalle. Quasi sempre i vincitori eletti esibiscono per prima cosa la loro incoscienza, il narcisismo che li spinge – ce lo fanno temere loro – più della volontà di servire al bene comune. Solo qualche papa eletto in conclave si è presentato al popolo con umiltà. E se si eleggessero quelli che sono degni e capaci ma non desiderano essere eletti? Matteo Renzi ha stravinto nel Pd per vincere in tutta Italia. Prendiamo atto della sua esultanza. Il programma quasi unico che ha presentato è: vincere. Ma vincere non serve, se non si hanno idee e programmi più giusti della realtà esistente. Vedremo. Vincere coi numeri non è indispensabile, perché le idee giuste valgono e possono vincere più dei numeri. Si può migliorare la realtà anche stando all’opposizione. Più che maggioranza o minoranza conta la qualità dei progetti e dell’azione politica. Durante l’era democristiana, la sinistra all’opposizione ha contribuito alla costruzione dello stato sociale, più giusto dello stato oggi presente, senza avere il governo.

Cos’è il potere?

In realtà, il potere non è un sostantivo, un oggetto – se ce l’ho io non ce l’hai tu; se lo prendo io tu resti senza – ma è un verbo: io posso, tu puoi, egli può. Naturalmente possiamo in misure assai diverse. Ma poiché la pretesa del più forte di essere obbedito dipende tutta dalla coscienza di chi dovrebbe obbedire – purché costui usi e sviluppi la propria coscienza – il risultato non è determinato solo da chi comanda, ma da chi ha coscienza dei valori e decide in base ad essi, e non alla volontà del potente, se dare o no la propria obbedienza. Il potere ingiusto disobbedito è svuotato dalla forza della coscienza che sa pagare il necessario prezzo, senza bisogno di fare violenza, e non esiste più. Ciò non è utopia, ma è avvenuto in numerosi casi storici, in tutto il mondo, che ovviamente la storiografia più vicina ai potenti non ha occhi per vedere, o tende ad occultare, scrivendo quasi solo la storia dei vincitori. Indico in Google la bibliografia storica Difesa senza guerra (ultima edizione maggio 2013). L’ideologia del vincere non è una idea politica. La democrazia conta i numeri, ma non è un pallottoliere: è la fiducia che la razionalità umana media sappia scegliere il meglio possibile, e che gli stolti siano meno numerosi dei mediamente saggi. A volte avviene, a volte no. Il popolo non è infallibile. La vittoria numerica non indica sempre la buona politica. Pare che senza una buona dose di ambizione non si possa fare politica. Pare. Sembra così sul palcoscenico usuale animato dagli ambiziosi. Ma molti lavorano e faticano senza voler apparire. È certamente un bene ambire a qualcosa. A cosa? Tutto dipende da questa risposta.

Diffido di chi non trema

Diffido molto di chi è felice di essere stato scelto per un compito difficile e pesante, come se avesse raggiunto un risultato. Non sa di essere soltanto ai blocchi di partenza. Diversi anni fa, volli scrivere una Fantastica intervista (pubblicata su Rocca 15 giugno 1995, poi riprodotta nel libro La politica è pace, Cittadella editrice 1998, pp. 66-70), in cui immaginavo un presidente neo-eletto a grandissima maggioranza, che non esulta ma trema, che rifiuta l’idea di vittoria, che teme di deludere la fiducia, che promette di impegnarsi, ma prevede anche di fare sbagli, più di uno, che darà la precedenza su tutto a scuola e lavoro, che tasserà il lusso, che, ispirato da Pertini, svuoterà gli arsenali per riempire i granai, che non vuole essere seguito dal popolo, ma preceduto, che vede come ostacolo maggiore i piccoli orizzonti, l’assenza di utopie, che prega il giornalista intervistatore di portargli le obiezioni di chi non ha mezzi per esprimerle. Qual presidente inventato non esiste. Non esiste ancora.

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