Home Politica e Società Natale delle bocche cucite. Cie, fino a quando?

Natale delle bocche cucite. Cie, fino a quando?

Gabriella Guido (LasciateCIEntrare)
www.articolo21.org

Il NATALE delle BOCCHE CUCITE e dello sciopero della fame dei migranti a PONTE GALERIA, ripreso ed emulato dai migranti reclusi al CIE di Torino, quello della rivolta ed il tentativo di fuga dal CIE di BARI e quello passato dal deputato Khalid Chaouki all’interno del centro di accoglienza di LAMPEDUSA come segno di protesta per la detenzione illegittima di 17 cittadini siriani ed eritrei sopravvisuti al naufragio del 3 ottobre. Quello dove tutti dissero MAI PIU’.

Scene di un paese che non riesce ad affrontare neanche il problema di qualche centinaio di migranti che si oppongono ad un sistema illegale ed anticostituzionale di detenzione amministrativa. Abbiamo finalmente ottenuto l’attenzione delle prime pagine dei giornali, della visita improvvisa e non annunciata di Gianni Cuperlo da neopresidente del maggior partito di maggioranza italiano il PD, al CIE di Ponte Galeria, mentre il segretario Matteo Renzi cavalcava le scene in un giro che toccava anche l’isola di Lampedusa, promettendo evidentemente colpito che la legge Bossi Fini cambierà.

I migranti hanno finalmente avuto un moto di speranza vera quando hanno visto Khalid Chaouki, giovane deputato italiano di origine marocchina, che si autorecludeva nel centro di Lampedusa per chiedere che venisse finalmente svuotato da quei corpi che avevano “subito” le docce antiscabbia da zelanti operatori dell’ente gestore. Immagini che hanno fatto il giro del mondo e fatto fare una gran brutta figuraccia al nostro Bel Paese. Il deputato Khalid Chaouki chiedeva “semplicemente” che venisse ristabilità la LEGALITA’ anche in quel luogo non-luogo dell’umanità. I migranti in quel centro, per legge, possono rimanervi fino ad un massimo 96 ore.

Ricorderemo le immagini “clandestine” girate con un banale telefonino da Khalid, migrante trattenuto a Lampedusa, e poi trasmesse dal TG2 che ha fatto lo “scoop”. Perché quando entrano le telecamere nostrane tutto è più pulito ed ordinato, e certo non è possibile documentare quello che avviene nei centri.

Centri di desolazione umana. Centri dove – e sono anni che la campagna LasciateCIEntrare lo denuncia – la dignità umana è violata così come i più banali diritti che ad ogni essere umano dovrebbero essere garantiti.
Lo abbiamo detto con il documento MAI PIU’ CIE, inviato ai Ministri e ai Parlamentari ad ottobre scorso. Lo abbiamo detto a Bruxelles incontrandoci con altre associazioni di altri paesi di questa Europa democratica, pronta al mea culpa di fronte alle morti in mare e agli scafisti, ma che non cambia le leggi per “proteggere” le frontiere ed i confini.

Ma a Lampedusa anche Khalid Chaouki ad un certo punto si è forse sentito troppo solo. E’ uscito dal centro da solo, sconfitto, dopo appena 3 giorni. Sconfitto da un “sistema” che sembra non scalfirsi mai. Da Ministri del Governo che escono illesi da qualsiasi addebito di responsabilità.

Continueremo ad avere la Bossi Fini fino a quando ? Continueremo ad avere un reato di clandestinità che è esso stesso “fabbrica” di illegalità fino a quando ? Continueremo a far lavorare questi centri che costano allo stato, quindi a noi cittadini, cifre da capogiro (senza contare le clientele e le truffe che indisturbate si riescono a fare quando non esiste un sistema di controllo e/o di trasparenza) fino a quando ? Ad agosto è morto un giovane tunisino nel CIE di Crotone, ora chiuso. Da agosto un altro giovane è in coma irreversibile a seguito di una caduta dal tetto del CIE di Gradisca, ora svuotato. Fino a quando tutto questo ?
Purtroppo nessune si assume la responsabilità di dircelo. Fino a quando ?

25 dicembre 2013

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Cie, proteste e diritti

Rosa Ana De Santis
www.altrenotizie.org

Le immagini dei migranti nel lager di Lampedusa, in fila come polli in batteria sotto i getti dell’acqua e dei disinfettanti, diffuse dal Tg2 hanno fatto il giro delle emittenti e del web. Scene che per chi è stato immigrato nei primi anni del secolo o nel dopoguerra non suscitano forse troppo clamore. Odioso che tutto questo accada ancora oggi, quando diritti universali e politiche per l’immigrazione sono, almeno sulla carta, l’evidenza e le sfide culturali dell’agenda politica europea.

Sabato 21 dicembre, nel CIE di Ponte Galeria di Roma, gli ospiti, in segno di protesta, si sono cuciti la bocca. Sul posto sono giunti immediati i soccorsi del personale sanitario. Otto e tutti giovanissimi i protagonisti di questo rito scioccante. Il Sindaco Marino su Facebook ha espresso solidarietà e vicinanza per le condizioni estreme e indegne in cui i migranti sono costretti a vivere in questi centri di espulsione. Prigioni di fatto per persone che vengono equiparate a criminali da una legge decisamente inadeguata a gestire i flussi migratori.

E’ la cronaca ad argomentare questa tesi e non le fazioni politiche. Inadempienza della filiera legge-polizia e gestione dei CIE inadeguata costringono persone che non hanno commesso reati, ma sono rifugiati o profughi, a vivere anche molti mesi in queste condizioni. Non c’è solo il lager di Lampedusa, ma tutta la situazione dei CIE e dei CARA sul territorio nazionale rappresenta un’emergenza e una mina vagante per il paese. Le responsabilità del governo e dei soldi sprecati è allarmante.

La gestione dei CIE e di tutta l’immigrazione clandestina non è solo una spesa per il governo italiano, ma anche un’occasione di guadagno e una vera e propria forma di business. I volumi dei soldi spesi in queste strutture sono infatti da capogiro: milioni di euro all’anno per – in sostanza – non riuscire a gestire adeguatamente i flussi delle persone, esponendosi persino a denunce e moniti europee per i lager in cui gli stranieri sono trattenuti, come accaduto di recente, dopo i fatti di Lampedusa, da parte dell’Alto Commissariato per i rifugiati.

Le procedure di identificazione sono del tutto inadeguate e i soldi pubblici, spesi non si sa bene come, nei CIE non fanno che alimentare una “non soluzione” del problema, cronicizzandola ogni giorno un po’ di più. Nel 2012, per citare un esempio, sono state trattenute 7.700 persone nei CIE e rimpatriate meno della metà. Tutto questo rapportato al totale, certamente sottostimato, di 326mila immigrati senza documenti secondo la Fondazione Ismu.

Trattandosi di soldi dei contribuenti sarebbe il caso di capire perché si sia preferito investirli quasi tutti nella costruzione di queste galere per stranieri, piuttosto che nel rafforzamento dei soccorsi in mare o nella “burocrazia” addetta allo studio dei casi degli immigranti in arrivo. Da una parte sta il tentativo, complesso, di gestire il fenomeno inarrestabile dell’immigrazione, dall’altra la ricerca di sopportare questa pagina di storia mettendo in campo palliativi e magari qualche occasione fertile di guadagni.

E’ proprio questa seconda opzione che impedisce ancora oggi alle nostre istituzioni di sedersi in Europa con maggiore credibilità. Forse, altro esempio, perché la Germania ha accusato l’Italia di proporre buone uscite da 500 euro per chi proseguisse il viaggio verso altre mete europee. I documenti giornalistici di denuncia e le proteste dovrebbero mettere il Governo alla ricerca veloce di un rimedio.

Si potrebbe partire da un’ispezione palmo a palmo dei centri, da una rendicontazione dei soldi spesi e si dovrebbe ascoltare l’input delle associazioni impegnate sul campo per ripensare la legge e studiare procedure di identificazione e gestione del fenomeno finora disattese, ci sono innumerevoli documenti a riguardo.

L’inefficacia della procedura sembra non scuotere il Palazzo e l’indifferenza e l’avidità fanno sì che criminali e rifugiati sono trattati allo stesso modo. E’ così che muore e sta morendo il sogno dell’integrazione e anche la sicurezza di un paese.

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A Lampedusa c’è un lager. Il finto stupore, le consuete retoriche

Annamaria Rivera*
www.ilmanifesto.it

Oggi, perfino i media mainstream evocano i lager per definire le modalità del trattamento antiscabbia imposte ai profughi segregati nel Centro “di primo soccorso e accoglienza” di Lampedusa. In effetti, le immagini proposte dal servizio di Valerio Cataldi per il TG2, realizzate grazie al coraggio di uno degli “ospiti” di quel Centro, ricordano – anche nell’estetica, se così si può dire – le code degli internati nei campi di concentramento: la totale spersonalizzazione, l’umiliazione della nudità di massa, l’esposizione al freddo, perfino la presenza di un omone che dirige l’operazione con la brutalità di un kapò…

Eppure, sin da quando, nel 1998, usammo l’analogia dei lager per definire le strutture d’internamento extra ordinem, inaugurate dalla legge Turco-Napolitano con la sigla Cpt, da ogni parte si è obiettato, fino a ieri, che essa era impropria, iperbolica, infondata. Oggi, dopo un quindicennio di morti sospette, suicidi, maltrattamenti, violenze, rivolte, violazione dei diritti più elementari, qualcuno ammette ciò abbiamo sempre sostenuto: la detenzione e l’internamento amministrativi, avviati da quella legge e realizzati sotto svariate forme e sigle (Cie, Cara, Cpa, Cpsa…), hanno lo status proprio dei lager nazisti, pur con finalità assai differenti. Nel senso che, in via eccezionale e permanente, sospendono, per speciali categorie di persone, i diritti umani e i principi generali del diritto e della Costituzione. Basta dire che neppure a giornalisti e avvocati è consentito entrarvi liberamente.

Quello di Lampedusa, certo, non è ufficialmente un Cie: ne è “solo” una delle tante metamorfosi, dal nome ingannevole. Ancor più deprecabile perché vi sono internate persone perlopiù in attesa di asilo o comunque di protezione, sopravvissute a conflitti, persecuzioni, traumi, sofferenze e in ogni caso al rischio mortale della traversata del Mediterraneo. Persone, quindi, meritevoli del massimo rispetto. E invece no: per lo Stato italiano e per ‘Lampedusa Accoglienza’, l’ente gestore del Cpsa, è normale che esse siano trattate al pari di accattoni molesti, private del comfort e della dignità più basilari, talvolta costrette a dormire e a mangiare per terra.

Nondimeno l’ente gestore – che fa parte di ‘Sisifo’, consorzio aderente alla Lega delle Cooperative– nel solo 2012 ha incassato dallo Stato italiano la somma considerevole di 3 milioni 116mila euro e tuttora continua a incassare somme calcolabili intorno ai 21mila euro al giorno, come ha documentato, tra gli altri, Fabrizio Gatti. Un business non da poco, che rende ancor più bieca questa vicenda vergognosa, il cui senso è restituito alla perfezione dalla replica dell’ente gestore: “Abbiamo seguito il protocollo”, frase che inconsapevolmente allude a ciò che Hannah Arendt definì la banalità del male.

Al contrario di ciò che ha affermato la ministra Cécile Kyenge, noi pensiamo che purtroppo quelle immagini siano degne di rappresentare l’Italia: nel senso che sono perfettamente coerenti con l’ideologia che ha ispirato la politica italiana sull’immigrazione e l’asilo. Nessun governo ne ha voluto non diciamo smantellare, neppure intaccare l’impianto. E’ improbabile che voglia farlo quello attuale, nonostante le buone intenzioni e le promesse di Kyenge, in realtà sempre più vaghe.

Vaga e disinformata è la proposizione, avanzata da giornalisti e commentatori vari, secondo cui tutto si risolverebbe “riformando” o abrogando la Bossi-Fini. Per tornare alla Turco-Napolitano? In realtà, sarebbe necessario un mutamento radicale della normativa italiana che regola l’immigrazione, l’asilo, la cittadinanza, nel contesto di un mutamento di rotta, altrettanto radicale, delle politiche dell’Europa-Fortezza, per usare una formula abusata.

Certo, quel video, possibile, come abbiamo detto, solo grazie alle immagini catturate da Khalid, giovane siriano internato in quel lager, ha ottenuto qualche effetto di rilievo: l’apertura di un fascicolo da parte della Procura della Repubblica di Agrigento, le minacce della commissaria europea per gli Affari Interni, Cecilia Malmström, di sospendere ogni aiuto all’Italia, qualche dichiarazione indignata di rappresentanti delle istituzioni, il suggerimento, da parte di ‘Sisifo’, “di rimuovere e rinnovare il management attuale” di ‘Lampedusa Accoglienza’.

E a tal proposito: come ricordano giuristi assai competenti quale l’avvocata Simonetta Crisci, sarebbe stato obbligo dello Stato impedire che quell’evento e altri simili si verificassero. Infatti, secondo l’art. 40, comma 2, del Codice Penale, non ostacolare un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo. Quindi, a questo punto non sarebbe forse obbligo dello Stato sollevare il Prefetto dalle sue funzioni? Non sarebbe altrettanto doveroso trasferire i profughi, con il loro consenso, in strutture aperte che garantiscano un’accoglienza autentica e il pieno rispetto dei loro diritti?

Anche questa vicenda indegna potrebbe essere presto dimenticata, non appena si saranno spenti i riflettori dei media. Così come ormai archiviati sono la commozione e il “mai più” di circostanza, seguiti all’ecatombe di ottobre nel Canale di Sicilia: 648 vittime in appena otto giorni e la farsa dei finti funerali di Stato per le vittime della strage del 3 ottobre. Perciò auspichiamo che il movimento antirazzista e la società civile democratica moltiplichino le iniziative a sostegno del Comune di Lampedusa, della sua ottima sindaca, Giusi Nicolini, soprattutto dei profughi segregati in quel lager. E che per il momento si riesca almeno a garantire la protezione da ritorsioni a quelli fra loro che dall’interno ne denunciano le infamie, mostrando così ben più coraggio e senso civico di tante autorità, cittadini e politici italiani.

* versione aggiornata e modificata dell’editoriale del manifesto del 19 dicembre 2013

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