Home Politica e Società Quali spazi di rappresentanza oggi per i migranti?

Quali spazi di rappresentanza oggi per i migranti?

Sara Rivoira
www.vociprotestanti.it

La vita dei cittadini e delle cittadine è fatta di diritti e di doveri, in Italia come altrove, ma nel nostro paese ci sono situazioni nelle quali gli spazi di rappresentanza e di possibilità che le proprie istanze trovino espressione vengono azzerati e ignorati dalla legge, oltre che dal senso comune. I migranti e le migranti che si trovano a vivere in Italia per un periodo più o meno lungo e in rapporto a storie personali e familiari assai diverse fra di loro, non possono di fatto partecipare attivamente alla “vita della Città”, con gravi ripercussioni sulle vite personali e sulla possibilità di creare una società più matura e accogliente. Ne abbiamo parlato in un intervista con Berthin Nzonza, congolese, rifugiato politico ora cittadino italiano, e fondatore dell’Associazione Mosaico di Torino, iniziative a sostengo dei rifugiati. Le immagini che corredano il testo sono a cura del Progetto Scambiamente.

Oggi in Italia si parla molto della crisi dei processi democratici, crisi che si interseca con la precarizzazione del mercato del lavoro, con le distorsioni della comunicazione mass-mediatica, e con la non incoraggiante disaffezione alla politica. In questo quadro, in che misura i migranti e le migranti possono vedere rappresentate le loro istanze e possono partecipare in maniera democratica alle decisioni che riguardano il Paese in cui vivono il loro presente?

Vorrei innanzitutto esprimere una opinione sul contesto politico-sociale italiano che ovviamente influisce molto sul quotidiano dei migranti e delle migranti e sul loro inserimento in questo contesto sociale in cui vivono.
La prima cosa che vorrei dire è che, leggendo, vedendo la realtà politica italiana, mi sento molto vicino al mio “terroir” dove sono nato e cresciuto, cioè il Congo e trovo molte similitudini con l’Italia, dove sembra che tutto possa accadere: nel giro di pochi anni vivere dei colpi di stato e vedere dei cambiamenti di regime, dei governi e delle maggioranze in parlamento.

Sono in Italia da più di dieci anni e non mi ricordo di un governo eletto che sia arrivato a fine mandato o del quale si sia potuta valutare l’opera e nemmeno che un parlamento sia arrivato fino alla fine di una legislatura. Questa instabilità che è quasi comune o normale, come accade in molti paesi africani, spesso spinge chi vive questa situazione nel “provvisorio”, rendendo faticoso progettare il futuro, non sapendo cosa accadrà domani. Anche questo continuo cambio di maggioranze, che comporta il cambio dei programmi, degli interessi e delle priorità non può che avere delle conseguenze nel vissuto dei cittadini e come succede in Africa, l’élite intellettuale e politica non rappresenta più un punto di riferimento per le giovani generazioni.

In un contesto sociale così confuso, dove molti e molte fanno fatica a trovare un luogo di espressione adatto, diventa ancora più complicato per le persone immigrate, che si trovano a sfidare oltre al contesto sociale un po’ ambiguo, anche la legge “Bossi-Fini” che li inserisce in una gabbia dove la loro presenza sul territorio è legata quasi esclusivamente al lavoro. Questa spada di Damocle sospesa sulle loro teste non permette in realtà un gran margine di manovra per quanto riguarda la partecipazione alla vita civile, che sarebbe molto importante per il loro inserimento sociale. In una situazione del genere, chi è immigrato in Italia è preso più dal quotidiano, dalla sopravvivenza e direi anche dall’angoscia di non perdere il lavoro, perché perdendo il lavoro, il capo famiglia mette in crisi tutto il nucleo, sia dal punto di vista sociale sia legale, perché comporta la perdita anche del permesso di soggiorno. Di fronte a un contesto così problematico, per un immigrato trovare il tempo per un impegno civile diventa sempre più difficile.

Ma nonostante queste difficoltà c’è chi riesce a portare il suo contributo, a partecipare alla vita della Città, soprattutto chi ha alle spalle una esperienza di impegno civile o chi ha avuto la fortuna di essere inserito in una rete che gli ha dato la possibilità di esprimere le sue capacità. Per molti e molte queste esperienze si concretizzano nella creazione di associazioni o organizzazioni culturali che raggruppano cittadini delle stesse comunità. Ma come in ogni comunità esiste un mosaico di culture, spesso assistiamo a una moltiplicazione delle associazioni secondo i gruppi etnici di appartenenza che si riconoscono nelle loro tradizione, riti ecc.

Questa proliferazione di associazioni nelle comunità dei migranti, se da un lato è una ricchezza in una società in cui il diverso è visto come un pericolo, molti fanno fatica a conoscere chi è l’altro e vi è la tendenza a generalizzare, dall’altro lato pone un grosso problema di rappresentanza, perché quando c’è bisogno d’interloquire con le istituzioni, è difficile individuare un soggetto con il quale dialogare. E qui, non sempre il più rappresentativo riesce a rapportarsi con le istituzioni. E come sempre capita, chi si muove bene, conosce i meccanismi del sistema e ha saputo creare una rete trova uno spazio. Dal canto loro le Istituzioni la scelta di qualcuno che faccia da portavoce di una categoria – come quella dei “migranti” – la devono fare anche se è difficile, così spesso succede che gli enti pubblici collaborino con i soggetti più visibili che non è detto siano portatori degli interesse dei vari gruppi.

La tua associazione, Mosaico, si occupa di Rifugiati politici; nella tua esperienza personale e in questi anni di lavoro, quali sono i principali problemi che i migranti, privi di rappresentanza, incontrano?

Se ci sono dei cittadini immigrati che riescono a essere attivi nelle associazioni o organizzazioni a vocazione culturale, ce ne sono che riescono ad aderire ai movimenti o ai partiti politici. Anche in assenza di statistiche corrette sulla presenza o partecipazione dei migranti nei partiti, rispetto ai quattro milioni dei cittadini e delle cittadine immigrate, leggendo il contesto legislativo e sociale italiano, l’espressione dei migranti è molto limitata nella vita politica, perché la normativa in Italia non consente a chi non ha cittadinanza italiana di votare. E qui a mio avviso c’è un problema che dovrebbe essere affrontato, perché il fatto che più del 6% di una presenza che contribuisce allo sviluppo del paese non abbia la possibilità di esprimersi è una mancanza notevole. A livello locale per esempio (circoscrizioni, comuni, province, regioni) dovrebbe essere naturale la partecipazione di chi usufruisce dei servizi e contribuisce direttamente alla vita economica e sociale della realtà locali. Non mi piace fare dei paragoni con altri paesi come la Francia e l’Inghilterra la cui loro storia sul fenomeno migratorio non ha nulla a che vedere con l’Italia, ma sarebbe anche interessante guardarsi intorno per capire come altre nazioni hanno affrontato il problema e cercare di adattare le soluzione alla realtà particolare dell’Italia.

Anche se il quadro legislativo e sociale italiano non offre molti spazi a chi arriva di mettersi in gioco per il bene dalla Comunità, è doveroso per chi investe in questo Paese, formando una famiglia, dove i suoi bambini devono crescere, cercare delle vie, degli spazi o delle reti informali per esprimere le proprie capacità; personalmente sono convinto che abbiamo qualcosa da portare nel cammino che l’Italia sta facendo.

Forse è per questo motivo che, insieme agli altri rifugiati che sono stati accolti a Torino, abbiamo pensato di mettere in piedi un’associazione quale strumento di espressione, che abbiamo pensato di chiamare “Mosaico Azioni per i rifugiati”. Essendo tutti noi rifugiati con nessuna risorsa materiale, l’idea di partenza era di dare un sostegno morale a chi sarebbe arrivato dopo di noi, sapendo che avrebbe dovuto affrontare le stesse problematiche che abbiamo affrontato in prima persona. Ma soprattutto volevamo usare l’associazione come strumento per dare voce ai rifugiati e alle rifugiate di fronte all’Istituzione e le altre realtà impegnate in questo campo. Se però in altri paesi questo tipo d’iniziativa è considerata come una risorsa e di conseguenza è sostenuta delle Istituzioni, in Italia non abbiamo ottenuto nessun appoggio morale né materiale. Anche qui spesso arriva a essere sostenuto chi riesce ad attirare l’attenzione dei politici, accettando di essere usato come vetrina.

La conseguenza per chi invece non vuole entrare in questo gioco, è il soffocamento delle idee o dei progetti. In questi casi, la storia personale di chi promuove una realtà associativa può servire di aiuto, come è successo all’associazione Mosaico, che ha avuto la fortuna in questi sette anni di esistenza di avere il sostegno della Chiesa Valdese, di Amnesty International e del Centro Frantz Fanon. Il supporto di queste realtà ha permesso di avere una voce di fronte alle istituzioni, una voce talvolta scomoda da sentire, perché ogni osservazione è vista come una critica. All’inizio mi veniva la voglia di mollare, ma alla fine ho capito che questa modalità faceva parte del gioco. L’esperienza che ho vissuto in questi anni mi ha fatto capire quanto sia importante negli spazi istituzionali o privati, dove si riflette sul tema della migrazione, la presenza di chi ha vissuto questa esperienza, perché la storia o il vissuto può costituire un capitale sociale utile per capire meglio le cose.

Quali sono le conseguenze di questa mancanza di rappresentatività per i/le migranti, sia sul piano personale, sia su quello collettivo? Come è cambiato negli ultimi 10/15 anni e con la nomina del nuovo ministro per l’integrazione Cecile Kyenge?

Per parlare dei cambiamenti delle normative in Italia in materia di immigrazione, andrei ancora più indietro, fino a ventiquattro anni fa, alla morte del rifugiato sudafricano Jerry Essan Masslo a Villa Literno in Piemonte. Una vicenda che aveva emozionato profondamente l’opinione pubblica e aveva portato a una riforma della normativa per il riconoscimento dello status di rifugiato. La morte di Jerry aveva fatto emergere la necessità di garantire adeguati diritti e doveri agli immigrati. Ma oggi anche se dei passi sono stati fatti nella gestione dei flussi migratori, molti aspetti della legge Bossi-Fini che regola ora questo fenomeno meritano di essere ripensati. Il caso della Città di Rosarno con i suoi schiavi invisibili è un esempio che dimostra come questa legge ci porti indietro di cento anni. Potrei sbagliarmi, ma quello che l’Italia ha vissuto ventiquattro anni fa sembrerebbe difficile da vedere oggi, ho la sensazione che i cittadini abbiano certi sentimenti, si indignino ed emozionino di fronte a certe vicende.

La nomina di Cecile Kyenge come Ministro della repubblica è sicuramente un segnale forte che il Partito Democratico ha voluto dare sulla presenza dei migranti e delle migranti in questo paese. E l’audacia con cui Kyenge sta affrontando la sfida sulla cittadinanza merita un sostegno. Ma quello che sta accadendo sulla sua persona è grave, questi insulti ripetuti mi interrogano. Il livello di inciviltà che stanno dimostrando molti cittadini, alcuni peraltro con responsabilità istituzionali, mi fa capire quanto è doveroso non solo per chi arriva, ma anche per chi accoglie, intraprendere in Italia un percorso di “citoyenneté”. Perché in francese “la citoyenneté” cioè la cittadinanza, vuol dire dovere, diritti, partecipazione ma soprattutto civiltà. Anche in rapporto a un personaggio come il calciatore Mario Balotelli ( figura più visibile) si capisce che in Italia c’è ancora un grosso lavoro da fare: da un lato porta la bandiera italiana quando contribuisce alla vittoria contro la Germania, dall’altro quando fa un goal contro la Juventus, la Roma o la Lazio, i suoi connazionali si ricordano della diversità del colore della sua pelle e delle sue origini. E se è vero che più dell’80% della popolazione in Italia è cattolica, come ente morale la Chiesa dovrebbe valutare nuovi strumenti di comunicazione: forse le omelie dette alla finestra in Piazza S.Pietro non bastano più.

Come ha affermato in questi giorni John Lewis, unico sopravvissuto fra gli oratori della manifestazione dove è partito il sogno di Martin Luther King: “il percorso è ancoro lungo, ora il sogno dovrebbe entrare nelle case”. In Italia, gli enti morali in prima battuta, quali luoghi di aggregazione possono essere dei laboratori dove si possono sperimentare altri modelli di convivenza e soprattutto stimolare la rappresentanza fra migranti e italiani. Forse l’esortazione che Lewis fa al popolo americano, può essere anche utile per noi in Italia, cioè “tornare a leggere il discorso di Martin Luther King, per comprenderlo come un appello alla fratellanza, valore necessario per una convivenza pacifica”.

Nonostante il clima di ostilità che si sta osservando, la presenza di Cecile Kyenge nel governo della Repubblica è uno stimolo per gli immigrati di poter investire le loro energie in questa casa comune. E chiudo citando il patriarca Nelson Mandela che dopo la vittoria alle presidenziali di Baraka Obama affermava “con la vittoria di Obama , nessuno dovrebbe avere paura di sognare”.

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