Home Europa e Mondo Addio a Sharon, da colonizzatore a “uomo di pace”

Addio a Sharon, da colonizzatore a “uomo di pace”

Giorgia Grifoni
Nena News, 11 gennaio 2014

Si è spento l’uomo che più di tutti, negli ultimi 40 anni, ha incarnato il sogno sionista. Dall’esercito alla Knesset, le fasi della riconquista di “Eretz Yisrael”.

Un leader coraggioso e un difensore di Israele” secondo l’esercito israeliano. Un “soldato valoroso, un leader che sapeva osare” ha detto commosso il presidente Shimon Peres, rimasto l’ultimo tra i fondatori dello Stato ebraico. E ancora “un leader che ha consacrato la sua vita a Israele” sono state le parole del presidente americano Barack Obama”. Nel giorno della morte di Ariel Sharon, tra gli elogi e i messaggi di condoglianze provenienti da ogni dove in Occidente e nello Stato ebraico, emblematico quanto significativo è stato il commento dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua: “Se non si fosse ammalato, sarebbe stato l’uomo che avrebbe fatto la pace con i palestinesi”. Alt.

Ricordandolo principalmente per due fatti che hanno cambiato la storia del Medio Oriente – l’invasione del Libano del 1982 e il ritiro dalla Striscia di Gaza nel 2005 – i media tendono solitamente a glissare su un dettaglio che, alla luce della saga degli accordi di pace israelo-palestinesi, assume una valenza fondamentale: Ariel Sharon è stato uno degli architetti della colonizzazione della Cisgiordania e di Gerusalemme est. Quella stessa colonizzazione che, raggiunta e ormai sorpassata la soglia del mezzo milione di anime, impedisce – tra gli altri – il raggiungimento di un accordo tra le due parti. A meno che, ovviamente, non si voglia tradurre la parola “pace” con “rassegnazione”. Da parte palestinese, s’intende.

SOLDATO, GENERALE SHARON. Il suo curriculum è segnato da una lunga carriera militare, con un esordio a 17 anni tra le fila dell’Haganah, la milizia ebraica nata negli anni ’20, nucleo del futuro esercito israeliano, impegnata nella lotta contro un mandato britannico giunto ormai agli sgoccioli: durante la guerra del 1948, l’unità cui apparteneva il giovane Ariel era incaricata di effettuare raid nei villaggi arabi della zona di Kfar Malal, comunità in cui era nato nel 1928.

Dopo un congedo a causa di una ferita importante durante la battaglia di Latrun nel 1949, fu richiamato su ordine del “Padre della patria” David Ben-Gurion per guidare la nuovissima “Unità 101”, che aveva il compito di effettuare rappresaglie contro la guerriglia dei rifugiati palestinesi che operava dal confine egiziano (l’odierna striscia di Gaza) e da quello giordano (a est di Gerusalemme). Uno di questi raid, che avevano come obiettivo principale i civili palestinesi dei villaggi e dei campi profughi, si concluse nel 1953 con il massacro di 69 palestinesi nel villaggio di Qibya, fucilati mentre tentavano di scappare o sepolti vivi dalle loro case, fatte esplodere dagli artificieri dell’Unità 101. Sharon negò pubblicamente ogni accusa, scaricando la colpa su civili israeliani “vendicatisi per l’uccisione di una donna ebrea nella città di Yahud” alcuni giorni prima.

IL “COLONIZZATORE”. Accanto alla sua indiscussa abilità militare – generale dal 1967, la sua guida fu decisiva sia nella guerra dei Sei giorni (1967) che in quella del Kippur (1973) contro le armate egiziane a est del Sinai occupato – negli anni ’70 si andò delineando anche quella politica. Tra i fondatori, nel 1973, del partito della destra nazionalista Likud, si distinse subito per un nuovo approccio al sogno sionista: regolarizzare la colonizzazione dei territori palestinesi occupati. Un nuovo passo, dopo tre decenni di guerre, per veder realizzato il sogno di “Eretz Yisrael”: “L’intera Terra storica di Israele è patrimonio inalienabile del popolo ebraico e nessuna parte della Cisgiordania deve essere consegnata al dominio straniero” si legge in una dichiarazione del governo del 1977.

Ministro dell’agricoltura nel primo governo Begin (1977-1981), a Sharon si deve il ripristino della legislazione ottomana sulle mawat nei territori occupati, terre rimaste incolte per un certo periodo e automaticamente passate in mano allo Stato: una legislazione che ha spianato la strada agli espropri e alla costruzione di insediamenti – illegali per il diritto internazionale – che continua fino ad oggi. Durante il primo governo Begin il numero dei coloni ebraici insediatisi in Palestina fu più che raddoppiato.

Ma non solo: il “Bulldozer”- come Sharon veniva chiamato per la sua caparbietà oltre che per il suo aspetto fisico – per assicurarsi un massiccio afflusso di coloni nei territori occupati giocò la carta economica. “Negli anni Sessanta – ha spiegato qualche tempo fa a l’Indro Sergio Yahni, attivista e analista politico israeliano – i primi coloni in Cisgiordania erano mossi da ragioni ideologiche, ovvero dal desiderio di occupare più terra possibile al fine di creare lo Stato ebraico. Ma l’ex premier Sharon ha capito che questa impostazione avrebbe mosso solo una minoranza di coloni. Per questo ha iniziato a utilizzare lo strumento economico: per convincere gli israeliani a trasferirsi nelle colonie, ha fatto leva sull’interesse, sul portafogli. Case a basso prezzo, incentivi statali, tasse ribassate. In questo modo è stato in grado di mobilitare centinaia di migliaia di nuovi coloni, soprattutto giovani coppie e famiglie della classe media, che non possono permettersi una casa a Gerusalemme o a Tel Aviv”.

Garantì loro ogni comfort possibile, creando infrastrutture che permettessero un maggiore afflusso di cittadini israeliani: antenne telefoniche, generatori elettrici, una rete di strade separate da quelle palestinesi che unissero le colonie tra di loro, situate strategicamente tra i maggiori centri palestinesi a ridosso di falde acquifere e terreni fertili. Nel 1982, appena diventato ministro della Difesa – l’amministrazione dei territori occupati è prerogativa dell’esercito – Sharon passò la proprietà di tutte le risorse idriche palestinesi alla Mekorot, la compagnia idrica nazionale israeliana: la società gestisce tutti i pozzi israeliani in territorio palestinese, rivendendo acqua a quelli che sarebbero i legittimi proprietari delle risorse idriche a prezzi israeliani, destinando però i rifornimenti maggiori ai coloni.

IL “CRIMINALE”. Come ministro della Difesa, nel 1982 inseguì la resistenza palestinese fino al cuore di Beirut durante l’operazione “Pace in Galilea”, nonostante il suo primo ministro Begin propendesse per un’azione meno invasiva: pose sotto assedio i quartieri in cui si era asserragliato Arafat assieme al suo esercito fino alla resa di quest’ultimo e all’abbandono della città. Nei giorni che seguirono la morte di Arafat nel 2004, Sharon confessò pubblicamente di aver avuto sotto tiro il leader palestinese mentre si imbarcava su una nave con destinazione Tunisi, senza però eliminarlo. Meno di un mese dopo, d’accordo con i vertici falangisti, ordinò ai suoi uomini di circondare i campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila dove erano rimasti sostanzialmente bambini, donne e anziani: i falangisti iniziarono la mattanza il 16 settembre, per lasciare i campi zeppi di cadaveri solo all’alba del 18. Appostati ad anelli concentrici, i militari israeliani aiutarono le milizie libanesi sparando razzi al fosforo che illuminavano la strada dei carnefici.

Giudicato indirettamente responsabile del massacro dalla Commissione Kahan – ma mai processato – e rimosso dall’incarico di ministro della Difesa, Sharon passò il resto degli anni ’80 a fare quello che gli riusciva meglio: colonizzare i territori palestinesi. Ministro del commercio e dell’industria prima e delle costruzioni poi, guidò la realizzazione di oltre 144 mila unità abitative per colonie in Cisgiordania e a Gaza. Feroce oppositore degli accordi di Oslo del 1993, arrivò a chiedere ai soldati di disobbedire a eventuali ordini di evacuazione degli insediamenti.

LA MANO TESA AI PALESTINESI. L’ “uomo di pace” a cui tutti, ora che non c’è più, gridano, è lo stesso che nel 2000, due mesi dopo il Vertice di Camp David tra Arafat, Barak e Clinton – ennesimo tentativo di trovare un accordo tra le due parti – andò a fare una “passeggiata” simbolica sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme est, luogo sacro per i musulmani, provocando la ribellione dei palestinesi che si concretizzò nella seconda Intifada: la risposta dell’esercito israeliano provocò 5 mila morti tra i rivoltosi. Come da copione, accusò Arafat di terrorismo e lo mise sotto assedio nel palazzo della Muqata di Ramallah fino al 2004, quando il leader palestinese uscì per andare a morire a Parigi.

Fu Sharon, in quel periodo, a partorire l’idea della “barriera di separazione”: 725 km di muro – il cui tracciato è stato modificato più volte tra il 2005 e il 2006 – costruito all’85 per cento all’interno del territorio palestinese. Ingloba la quasi totalità delle colonie israeliane – annesse di fatto dal governo di Tel Aviv – e tutti i pozzi fino a penetrare nelle terre assegnate all’Autorità palestinese fino a 28 km oltre la Linea verde stabilita nel 1967. Fortemente appoggiato dall’amministrazione Bush, il “Muro dell’Apartheid”, come lo chiamano i palestinesi, è stato progettato ufficialmente per porre fine agli attentati terroristici nello Stato ebraico; ufficiosamente, però, unisce gli insediamenti della Cisgiordania ai confini Israeliani e fagocita grandi porzioni di territorio palestinese assieme alle sue risorse idriche, agricole e storico-archeologiche. Spezzando villaggi, campi coltivati, vite umane.

La mossa clamorosa del ritiro unilaterale da Gaza, annunciata da Sharon nel 2004 quando era primo ministro per la seconda volta e attuata nel 2005, è passata alla storia come sua “mano tesa verso la pace”: in realtà, quei quasi 10 mila coloni sparpagliati in soli 25 insediamenti e stretti tra 1.7 milioni di palestinesi costavano troppo in termini di spesa amministrativa e militare. Sharon, ribadendo che non si sarebbe mai tornati ai confini del 1967 – come profetizzato nelle risoluzioni Onu e nei numerosi e fallimentari negoziati passati – ha semplicemente preferito portare via i suoi coloni – ricollocandoli e in molti casi indennizzandoli – da una piccola porzione di territorio occupato a cui poteva tranquillamente rinunciare, mentre faceva loro spazio in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Spazio che si era garantito con l’avvio della costruzione del muro. La “pace” tanto gridata era in realtà un contentino al mondo, quando il ferreo alleato Bush era costantemente attaccato per gli scivoloni della sua politica mediorientale.

Forse, la definizione più azzeccata su Sharon l’ha data nel pomeriggio il leader dell’opposizione israeliana Isaac Herzog: “Era un vero sionista. Sapeva come cambiare la sua opinione del mondo e riconoscere il giusto percorso dello Stato di Israele”. E’ tutto qui, in sintesi, colui che negli ultimi 40 anni più di tutti ha incarnato il sogno sionista: grande stratega, abile manipolatore in grado di far ricadere sui palestinesi le responsabilità del perenne conflitto, i cui errori sono stati “riscattati negli ultimi anni”, come ha dichiarato ancora Yehoshua. Tanto che il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon ne ha elogiato oggi l’operato, invitando l’attuale governo Netanyahu a seguirne i passi e procedere al ritiro dai territori occupati.

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