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La vita non ha senso senza libertà

Roberto Prinzi
Nena News

La protesta dei migranti continua nonostante i «tre giorni di sciopero generale» proclamati la scorsa settimana siano terminati ormai da tre giorni. Da prigione a cielo aperto per decina di “cuscim” (in ebraico negri) nei giorni “normali”, i giardini Levinsky a sud di Tel Aviv sono diventati l’epicentro della lotta politica senza precedenti dei lavoratori e richiedenti asilo stranieri. Ieri, ancora una volta, migliaia di migranti si sono radunati in quella piazza degradata nei pressi della stazione centrale degli autobus per discutere le modalità di come proseguire la lotta.

Sebbene il movimento dei migranti presenti idee diverse e situazioni economiche e legali differenti con gradi vari di “integrazione” all’interno dello stato ebraico, i manifestanti concordano nel continuare la protesta finché non saranno accolte tutte le loro richieste. Sono tre i punti della loro lotta: liberazione dei migranti dal centro «aperto» di Holot e dall’adiacente carcere di Saharonim (nel deserto del Neghev a confine con l’Egitto), l’annullamento degli emendamenti alla legge «anti-infiltrazione» e il conferimento immediato dell’asilo politico ai circa 53.000 migranti presenti in Israele (principalmente sudanesi ed eritrei).

Le modifiche alla legge contro il reato di clandestinità, proposte dal Ministro degli Interni Gide’on Sa’ar e passate lo scorso mese alla Knesset, sono essenzialmente due. Il primo punto della legge «anti-infiltrazione» prevede la detenzione dell’immigrato (chiamato «infiltrato» dalla maggior parte degli israeliani e della stampa locale) nell’«impianto aperto» di Holot per un anno. Tuttavia, come molti casi dimostrano, la detenzione è a tempo indeterminato. Tel Aviv giustifica i ritardi della sua elefantiaca burocrazia affermando che lo status di ciascun rifugiato deve essere prima «attentamente controllato dalle autorità dell’immigrazione». Le organizzazioni dei diritti umani israeliane, invece, denunciano la lentezza delle procedure. E, numeri alla mano, non hanno tutti i torti: finora solo pochi casi sono stati esaminati (“stranamente” nessun caso esaminato è meritevole dello status di rifugiato) e per questo motivo la maggior parte dei migranti deve continuare a “risiedere” ad Holot.

Il secondo aspetto della nuova legge migratoria preme per un «ritorno volontario» del richiedente asilo allettandolo con una «ricompensa» di 3.500 dollari. Pochi giorni fa il Ministero degli Interni aveva rivelato di aver trovato un’intesa con l’organizzazione dei rifugiati dell’ONU per “cedere” poche decine dei suoi migranti alla Svezia. Del resto per Tel Aviv qui non si parla di esseri umani ma di numeri e possibili minacce all’ebraicità dello stato per cui non c’è da stupirsi se lo spostamento di decine di persone possa essere decisa a tavolino in comodi uffici governativi senza consultare gli interessanti.

Dietro la retorica dei «controlli» è facile comprendere quale sia la vera intenzione del governo Netanyahu: rendere impossibile la vita agli immigranti in modo che questi decidano «volontariamente» di andarsene. Bibi sa perfettamente di avere le mani legate e di non poter cacciare ufficialmente i migranti in base alla convenzione dei diritti del rifugiato di cui Israele è firmataria. Perciò usa una strada secondaria: la detenzione di Holot ad libitum o comprando le loro scelte con pochi spiccioli.

Ma l’astuzia e il sadismo del premier israeliano devono fare i conti con la forza e il coraggio dei migranti. Da cinque giorni 150 sudanesi incarcerati a Saharonim sono in sciopero della fame. I carcerati erano stati tra i protagonisti della “Marcia per la Libertà” dello scorso mese. Partendo da Holot (nel deserto del Neghev) i migranti avevano raggiunto dapprima la città di Be’er Sheva (dopo aver camminato per 60 chilometri nonostante il freddo pungente di quei giorni) per arrivare infine a Gerusalemme dove avevano protestato sotto la Knesset.

La repressione delle autorità carcerarie nei confronti di chi da cinque giorni ha deciso di astenersi dal cibo e dal bere acqua non si è fatta attendere. Da domenica le condizioni di detenzione dei migranti di Saharonim in sciopero della fame sono peggiorate perché sono stati messi in isolamento. Inoltre quattro leader della protesta sono stati deportati nella prigione di Be’er Sheva. «Agli israeliani, alla stampa e alle organizzazioni dei diritti umani, questo è un invito a tutte le persone che credono nell’umanità – hanno scritto in una lettera i 150 richiedenti asilo in sciopero della fame – noi chiediamo di essere riconosciuti come rifugiati e di mettere fine alla sofferenza dei rifugiati sudanesi detenuti nelle prigioni israeliane. Abbiamo iniziato lo sciopero della fame perché fino ad oggi non abbiamo ricevuto una risposta dal governo circa le nostre richieste d’asilo. Continueremo con questa protesta finché le nostre richieste non verranno esaudite, altrimenti moriremo di fame. La vita non ha senso senza libertà».

Una protesta, quella dei migranti, che ha incassato la solidarietà di molti in Israele. Uno di questi è lo scrittore David Grossman, molto noto anche al pubblico italiano. Mercoledì Grossman, un po’ a sorpresa, aveva scelto di manifestare pubblicamente il suo sostegno alla lotta dei richiedenti asilo che in diecimila manifestavano a Gerusalemme nei pressi della Knesset. «Per me il nome di Israele include l’idea di rifugiati, di persone che scampano ad un destino drammatico e provano a cercare un rifugio. Noi israeliani dovremmo ricordarci le porte che ci sono state chiuse proprio quando avevamo disperatamente bisogno di un cancello aperto che ci accogliesse» ha detto in inglese ai manifestanti. Grossman ha rincarato la dose: «guardo ora voi, decine di migliaia, e sono confuso, anzi perfino mi vergogno che siamo giunti a questo punto. Israele non ha creato questo problema, ma il problema esiste e dobbiamo affrontarlo e risolverlo in modo umanitario».

Parole non del tutto corrette se si considera che Israele è un alleato di ferro della dittatura eritrea, la stessa che, per una tragica ironia della sorte, è la principale responsabile dell’ingente afflusso («infiltrazione») di richiedenti asilo eritrei nello stato ebraico.

Più toccanti e politiche erano state le parole pronunciate tre giorni fa dal leggendario Reuven Abergel ex membro delle Pantere Nere israeliane, movimento fondato nel 1971 dagli immigranti ebrei di seconda generazione provenienti dai paesi mediorientali. Nel suo discorso alle migliaia di migranti radunati nei giardini Levinsky, Abergel aveva unito la lotta dei richiedenti asilo alla sofferenza dei residenti israeliani dei quartieri fatiscenti di Tel-Aviv, molti dei quali, fomentati dal governo di destra, si erano resi responsabili di odiosi pogrom fascisti.

«Voi siete rifugiati, non nemici dei residenti dei quartieri meridionali di Tel Aviv. Anche loro sono rifugiati dei paesi arabi. Il nostro nemico è il governo israeliano. Anche io sono un rifugiato. Se voi andate in carcere, beh vi unirò a voi». Abergel non ha voluto minimizzare la violenza di quei cittadini israeliani. Anzi, al contrario, ha voluto sottolineare come la strada da seguire sia un’altra: che i “dannati della terra” si uniscano e combattano fianco a fianco il potere. È il governo che mira a dividere le classi sociali emarginate, ad impoverire il sotto-proletariato incanalando la rabbia di quest’ultimo esclusivamente contro chi è più debole allo scopo di immortalare il suo dominio.

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