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Non credenti e credenti: differenti, con identici diritti di A.Gizzi

Adriano Gizzi
www.confronti.net

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Erano gli anni Novanta – in pieno periodo di wojtylismo trionfante – quando l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) cominciava a far parlare di sé per la campagna sullo «sbattezzo». A molti sembrava una provocazione di vecchi «mangiapreti» invasati e liberi pensatori fuori moda. Le prime iniziative, organizzate già nel decennio precedente assieme ad alcuni circoli anarchici e ai seguaci di Giordano Bruno, vedevano la presenza di poche decine di persone ed erano ignorate quasi del tutto dalla stampa nazionale.

Da allora molte cose sono cambiate nella società e alcuni temi che apparivano «eretici» – la battaglia contro i simboli religiosi negli edifici pubblici, quella contro l’ora di religione cattolica nelle scuole o per il diritto al testamento biologico e all’eutanasia – hanno finalmente conquistato, sia pure a fatica, un minimo di diritto di cittadinanza nel dibattito pubblico. E ad essere cambiata è anche l’Uaar, che negli anni è diventata più «presentabile» agli occhi dell’opinione pubblica: da tempo ha ottenuto il riconoscimento di associazione di promozione sociale (che le dà diritto ad essere indicata come destinataria del 5 per mille) e tende ormai a sottolineare in modo esplicito che «non è un’associazione antireligiosa», ma che ha lo scopo di battersi contro le ingerenze ecclesiastiche, per la laicità dello Stato e la tutela dei diritti di quei milioni di italiani – dieci, secondo la loro stima – che si definiscono atei o agnostici.

A conferma della credibilità conquistata sul campo dall’Uaar in questi anni, sta anche il fatto che molti esponenti del mondo della cultura e della politica, credenti e non credenti, abbiano risposto positivamente all’invito dell’associazione a dibattere sul tema «Non credenti e credenti: differenti, con identici diritti». Al centro del convegno, che si è svolto il 10 gennaio nella Sala delle Colonne di Palazzo Marini, a Roma, l’esigenza dell’approvazione di una legge sulla libertà religiosa e di coscienza. Esigenza che accomuna non credenti e credenti appartenenti a confessioni diverse dalla cattolica, che vedono il Vaticano come l’asso pigliatutto che impedisce un pluralismo pieno, con pari diritti. «Credenti e non credenti non hanno gli stessi diritti», ha affermato infatti Isabella Cazzoli, responsabile delle relazioni istituzionali dell’Uaar, che ha anche ricordato la richiesta dell’associazione di stipulare un’Intesa con lo Stato. Richiesta che potrebbe apparire a prima vista una provocazione, ma che costituisce in realtà una battaglia di principio tesa a scardinare lo squilibrio di forze tra Chiese e atei prodotto dal sistema delle Intese.

Raffaele Carcano, segretario nazionale dell’Uaar, ha illustrato la «piramide» all’interno della quale sono collocate le varie confessioni: al vertice la Chiesa cattolica, da sola (grazie all’articolo 7 della Costituzione che la pone al di sopra delle altre), poi più in basso le confessioni con Intesa (garantite dall’articolo 8) e ancora più giù quelle prive di Intesa (che rientrano nella legislazione del 1929 sui culti ammessi). In fondo, alla base della piramide, i non credenti. Come è noto, nella Costituzione italiana (a differenza di quella francese) non viene citato in modo esplicito il principio di laicità. Ma – fa notare Carcano – fortunatamente la Corte costituzionale ha riconosciuto come nell’articolo 19, secondo cui «tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa», possa rientrare indirettamente anche la tutela dell’ateismo.

Nel suo intervento, la sociologa Laura Balbo (presidente onoraria dell’Uaar e già ministra delle Pari opportunità) si è domandata come mai in Italia, nonostante l’avanzare della secolarizzazione, non esista una sociologia della laicità, auspicando quindi che la cultura della laicità entri a pieno titolo nello spazio pubblico. Il filosofo della scienza Stefano Moriggi ha citato Aristotele, secondo cui il vero elemento distintivo della polis è la capacità di tenere assieme gente diversa e quindi tollerare queste diversità. Anche Galileo, nel Dialogo sopra i massimi sistemi, sosteneva che la minoranza dovesse sempre avere un diritto di parola nello spazio pubblico. Il presidente di Equality Italia, Aurelio Mancuso, ha lamentato la debolezza nei confronti del Vaticano da parte della politica, compresi gli esponenti che si definiscono non credenti. «Le sinistre italiane – ha detto – sono sempre state più arretrate rispetto al resto d’Europa in tema di diritti civili e laicità».

Per Stefano Levi della Torre, docente di Architettura al Politecnico di Milano ed esperto di ebraismo, nella società di oggi la scelta è tra la divisione in tante comunità identitarie separate e l’integrazione (che significa formare i cittadini della polis), quindi la laicità non può essere solo metodo ma deve diventare «sistema di valori e orizzonti». E ha citato Cesare Beccaria, secondo cui «se si vuole creare una repubblica di famiglie si otterrà una repubblica di autocrazie, mentre la vera repubblica deve puntare sulle persone». Riportando il discorso alla società dei giorni nostri, all’interno di ogni comunità (etnica o religiosa) vanno tutelati i punti di vista dei diversi individui, altrimenti avremo qualcuno che si erge gerarchicamente al di sopra degli altri, pretendendo di rappresentarli, e ne soffoca di fatto la libertà.

Anche il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero ha ricordato le differenze tra le diverse confessioni e i privilegi sul piano legislativo: situazioni intollerabili che creano sofferenze inutili e dannose. Tra l’altro, le discriminazioni (come per esempio essere costretti a pregare in un sottoscala, perché non si ha diritto ad avere un luogo di culto) finiscono inevitabilmente per alimentare il fondamentalismo. «Io sono valdese – ha detto ancora Ferrero – ma sono anche comunista, sono un maschio, cinquantenne, e sono tante altre cose: l’identità è importante, ma non si può ridurre una persona a un solo aspetto della sua identità, altrimenti si distrugge la possibilità del dialogo».

Il sociologo Khaled Fouad Allam ha fatto notare come nell’Europa di oggi esistano ancora molti esempi di divisione etnica di fatto e ha ricordato il caso recente delle scuole di Mostar, in Bosnia. Divisioni che non possono che alimentare, nella società, una conflittualità permanente pericolosa. Gherardo Colombo, membro del Consiglio d’amministrazione della Rai ed ex magistrato, ha invitato a riflettere sul fatto che spesso pecchiamo tutti di eccesso di fiducia nel progresso quando diamo per consolidati diritti e conquiste che tali non sono affatto. Per Colombo, non bisogna neanche farsi troppe illusioni sui vantaggi che possono portare nuove leggi (compresa quindi anche una sulla libertà religiosa e di coscienza), ma «occorre concentrarsi soprattutto sui cambiamenti culturali, da stimolare con la riflessione e la capacità di porsi i dubbi».

Il senatore di Forza Italia Lucio Malan, che è stato l’ultimo in ordine di tempo a presentare un progetto di legge sulla libertà religiosa, ha messo in guardia dalla facilità con cui a volte si utilizza il termine «laicità», come se sulle questioni eticamente sensibili (fecondazione assistita, interruzione di gravidanza, fine vita, matrimoni gay e così via) ci fosse una posizione laica sempre progressista e una religiosa sempre retrograda. Su ciascuno di questi temi – ha osservato Malan – esistono invece posizioni molto variegate, anche indipendentemente dal fatto di essere credenti o meno o di appartenere a una confessione anziché a un’altra.

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