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Industrialismo di L.Menapace

Lidia Menapace

Nessun cosiddetto “piano per il lavoro”, soprattutto “giovanile” dice a chi si rivoige: se ai giovani maschi o anche alle giovani femmine. E si dirà che la cosa è indifferente, dato che si tratta di far diminuire i numeri della disoccupazione socialmente intesa. La risposta non é soddisfacente e comunque si ha il diritto di sapere l’entità di tutti i dati suddivisi per appartenenza di genere, in Ispecie di statistiche ufficiali (ad esempio quelle dell’Istat). Infatti vi sono propensioni che appartengono storicamente ai generi per ragioni storiche scolastiche culturali e per soddisfarle o anche per cambiarle bisogna conoscerne l’esistenza, l’entità, le motivazioni ecc.

Mi spiego con qualche osservazione: da tempo l ‘occupazione femminile si rivolge nell’industria al tessile, nell’agricoltura alla monda, e dilaga nei servizi, nella scuola, professioni sanitarie, di assistenza sociale e nelle mansioni del pubblico impiego, dato che lo stato ha dovuto prima di altri togliere le discriminazioni di genere, almeno a parole. Fino a che lo svilupo di carriera va per concorsi o norme oggettive (anzianità), le donne ci sono e fanno carriera; quando si arriva ai gradi alti, oppure ci si presenta a professioni socialmente vietate, la porta é chiusa. L’esempio più straordinario fu la magistratura vietata alle donne fino a pochi decenni fa con la “motivazione” (in realtà un pregiudizio) che le donne avendo le mestruazioni sono instabili (lunatiche):ci volle un caso clamoroso di una giovane laureata in giurisprudenza, che avendo raccolto tutti i documenti nonchè i titoli necessari per presentarsi al concorso per la magistratura, presentò tutto e ricevette di ritorno il plico con la dicitura “Mancante del requisito del sesso”. Rispondendo di non essere asessuata o avere un sesso sbagliato, fece ridere tutti alle spalle di quelle balordate maschiliste e aprì la carriera anche alle donne, come oggi si vede benissino. Anni fa le ricercatrici del Cnr fecero un convegno internazionale per denunciare che all’inizio di carriera da loro le donne c’erano, anzi erano maggioranza, dato che vincevano i concorsi di ammissione, anzi vi era una propensione delle giovani laureate in materie scientifiche a presentarsi nel pubblico, che paga meno, ma non discrimina o non usa criteri opinabili nelle assunzioni. Ma quando finiva la carriera a scatti di anzianità ecc., e subentrava la cooptazione ai gradi alti delle carriere, i maschi insediati lì storicamente sceglievano naturalmente e con piena convinzione altri maschi. Dunque. Le olandesi presenti suggerirono di chiamare quel fenomeno “nepotismo” dato l’esempio storico locale della Chiesa cattolica.

Se dunque si vuol fare un piano serio e non propagandistico bisogna avere e fornire anche tutti i dati di genere.

Ma poi a chi -come esperto- ci si rivolge? a parte i saggi di nomina presidenziale, una vera novità (non credo costituzionalmente corretta) l’interlocutore privilegiato, anzi unico, c è: il sindacato dei padroni, la Confindustria. Che del tutto naturalmente, con vera innocenza scopre sempre che bisogna diminuire il costo del lavoro e remunerare le industrie che assumono. Assumono a fin di bene e perciò vanno di ciò compensate? mah! oppure sanno di avere il coltello per il manico e di fatto ricattano il potere politico e alleati con quello finanziario “dimostrano” che se si vuole che la crisi passi, bisogna dare soldi ai padroni, e alle banche che già li finanziano e qualcosa debbono pur guadagnarci anche loro per la buona azione!

Facciamo che tutto il mio ragionamento sia “ideologico” (parla ancora di “padroni!”) e cambiamo registro di riferimento: se la priorità è la fame nel mondo, bisogna cercar di soddisfare la fame, dunque serve una agricoltura produttiva e non inquinante, e molti lavori di trasformazione, conservazione, distribuzione degli alimenti ecc.ecc. Cambiano le priorità di riferimento sociale e produttivo.

Riprendendo più o meno il filo, torno alla priorità della fame nel mondo cui ho già altre volte accennato. Non mi dilungo, ma affermo che uno dei tratti della crisi strutturale capitalistica è proprio nel non poter nemmeno pià accorgersi dei problemi e tornare semplicemente indietro alla ricerca di una affermazione di dominio, senza più egemonia. Lo si è visto nella “modernizzazione sindacale”alla Sacconi e nella politica industriale di Marchionne. Anche Noam Chomsky nell’intervista appena citata osserva che siamo alla distruzione dello stato sociale che ha caratterizzato il capitalismo europeo attraverso il confronto con la sociademocrazia. A mia volta avevo già detto che il capitalismo, anche il più affluente e compassionevole, non era in grado di sostenere a lungo lo stato sociale perchè esso se diventava un diritto e una forma non reversibile dello stato avrebbe messo in crisi le spese militari: stato sociale e guerra sono incompatibili, come si vede dal capitalismo americano che se vuole continuare ad avere un primato egemonico nel mondo, non può reggere nemmeno un sistema sanitario pubblico.

D’altra parte il modo di produzione industriale capitalistico è tuttora insuperato e finora l’unica azione efficace nei suoi confronti è di definirne i limiti e contestarne l’abuso, il che si fa -ad esempio secondo me- sostenendo e definendo l ‘economia della riproduzione su cui non aggiungo nulla, dato che ne ho già scritto .

Ricapitolando, fa parte di una proposta/previsione rivoluzionaria sostenere l’economia della riproduzione biologica domestica e sociale, che porta e comporta anche la formazione di un diverso livello di coscienza e di una cultura nonviolenta ecc. Un altro limite della forma capitalistica di produzione industriale è che l’industria capitalistica è energivora e inquinante, e quindi i suoi limiti oggettivi sono nel consumo delle risorse energetiche e nel peggioramento delle condizioni di vita e di salute della popolazione, nei mutamenti climatici e insomma in tutta la problematica ecologica.

Da tutto quanto fin qui detto appare che un vero piano del lavoro in Italia non può prescinderne e che quindi deve essere pensato a partire dal ripopolamento delle zone produttive agricole collinari lungo l’arco alpino e agricolo silvicolo sulla dorsale appenninica, il che comporta una azione politica molteplice complessa e autogestita; la considerazione dei problemi del pianeta ecc. Insomma la costruzione di una cultura politica e di una etica non più capitalistiche, fondate sulla coscienza di classe, di genere e “planetaria”.

Serve anche una legge che specifici e fissi alcune caratteristiche dello stato liberale, cioé la democrazia rappresentativa (anche di genere) e la sovranità popolare sul territorio.

Su queste premesse si può lavorare, ho già indicato -via via che mi capitava di incontrarne traccia- vari esempi .

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