Home Politica e Società L’integrazione passa per la cittadinanza

L’integrazione passa per la cittadinanza

intervista alla ministra per l’Integrazione Cécile Kyenge
a cura di Mostafa El Ayoubi

www.confronti.net

Inizierei dalla sua esperienza personale. Lei è arrivata nel 1983 in Italia. È stato il volontariato sociale ad aiutarla a compiere i primi passi verso l’inserimento nella società italiana? In che modo?

È stato proprio il volontariato. Sono stata aiutata in particolare da un sacerdote, un prete cattolico che ho conosciuto quando sono arrivata. Forse bisognerebbe chiarire un punto: io non sono entrata irregolarmente in Italia. Sono entrata con un permesso di soggiorno per motivi di studio. Purtroppo non ho avuto più l’iscrizione perché sono arrivata il giorno dopo l’esame di ammissione e perché poi dovevo avere la borsa di studio e non l’ho più avuta. È da lì che sono cominciati i miei problemi. Poi però sono stata aiutata da molte organizzazioni: un’associazione di donne, suore laiche, un’organizzazione cattolica, un sacerdote di origine ungherese, rifugiato politico, e poi anche un altro monsignore che aveva un collegio.

Si può dire che il mondo del volontariato sociale ha sempre giocato un ruolo centrale di ponte, molto più dello Stato, per l’inserimento dei nuovi cittadini che arrivano in Italia?

Sì, tantissimo. È chiaro che quello era un periodo diverso, non venivamo da una crisi economica. Oggi la crisi economica si fa sentire, ma si fa sentire anche sul mondo del volontariato. Il volontariato ha questa possibilità di entrare direttamente in contatto con le persone, ma deve essere aiutato dalle istituzioni, deve essere tenuto in rete per riuscire a istituzionalizzare il percorso, altrimenti succede come quando sono arrivata in Italia: nessuna rete ufficiale e aiuto soltanto da parte di persone di buona volontà.

Ancora oggi in Italia non c’è un modello di integrazione capace di considerare l’immigrazione una realtà culturale che può arricchire il paese.

Questo dipende da come è stato gestito il fenomeno fino ad oggi. È chiaro che all’inizio degli anni Ottanta il numero degli immigrati era di 400mila persone e ancora non c’era nessuna legge sull’immigrazione. Una prima bozza della legge è nata alla fine del 1986, ma la prima vera legge è quella con la sanatoria della legge Martelli. Il numero era così esiguo che non c’era una legge per regolare tutto, però le difficoltà c’erano perché – nonostante le dimensioni relativamente ridotte del fenomeno – alcune difficoltà di integrazione e di inserimento si facevano già sentire.

Con la prima legge Martelli, pian piano si è iniziato un percorso per dare la possibilità alle persone di integrarsi sul territorio, perché negli anni Ottanta l’immigrazione era transitoria: le persone venivano per studiare, erano di passaggio e quindi non c’era una politica vera di integrazione. Questo bisogno è diventato sempre più impellente dall’inizio degli anni Novanta. È proprio lì che bisognava impostare le politiche dell’immigrazione con un approccio diverso, un approccio di integrazione. Invece abbiamo avuto la seconda legge, la Turco-Napolitano, con un impianto – per la prima volta – sulle politiche di integrazione; ma da quello stesso impianto, dopo pochissimi anni, è stata poi fatta una riforma, cambiando completamente quello che doveva essere l’indirizzo dell’integrazione e andando verso la sicurezza, verso la repressione.

Il riferimento è alla legge Bossi-Fini, che è stata istituita nel 2002. Secondo lei c’è qualche aspetto legato alla presenza degli immigrati che oggi si possa realmente affrontare, nonostante il difficile clima politico in cui versa il paese?

Sì, ci sono delle cose che si possono fare. Modificare le norme per l’immigrazione della Bossi-Fini, che finora è stata modificata (anche con il «pacchetto sicurezza») sempre in direzione della repressione piuttosto che dell’integrazione. È chiaro che la sicurezza è un diritto per tutti: migranti e autoctoni. Ma la sicurezza è stata utilizzata e interpretata solo verso gli immigrati, facendo chiaramente capire che sarebbero loro la fonte della delinquenza.

Come si può superare questa equazione «immigrazione uguale insicurezza»?

La prima cosa è cambiare l’approccio. Cambiare l’approccio vuol dire investire con risorse, con progetti, rafforzare tutta la rete di accoglienza. Ciò significa investire sulle politiche di integrazione, valorizzare le buone pratiche sul territorio. Buone pratiche che devono essere distribuite in modo uniforme sul territorio, tradursi in legge e diventare sistema. In questo modo si fa un cambiamento di piccole cose. Poi ci sono modifiche che possono essere portate avanti. In questi mesi abbiamo portato avanti la modifica del permesso di soggiorno per gli studenti. Ora non è più rinnovabile ogni anno: nel decreto scuola lo abbiamo reso valido per tutta la durata della formazione. Questo non agevola soltanto gli studenti immigrati, ma pone l’Italia in concorrenza con la comunità europea; può essere protagonista, può aumentare il numero degli studenti dell’area Schengen, perché in qualche modo si va verso lo snellimento delle pratiche burocratiche.

Oggi in Italia i minori di origine immigrata sono circa un milione, di cui circa 786mila (dati Miur) frequentano la scuola. Il 47% degli alunni di origine non italiana è nato in Italia. La legge sulla cittadinanza risale al 1992 e si basa sul concetto di «ius sanguinis». È una legge che di fatto discrimina in particolare questi minori. È una legge ormai obsoleta rispetto al sostanziale cambiamento del tessuto sociale avvenuto nell’ultimo ventennio…

Sì. Questo è il punto su cui ho iniziato il mio mandato, quello di investire sulla cittadinanza. Proprio perché ritengo che, se vogliamo fare delle buone politiche per l’integrazione, dobbiamo avere anche degli strumenti per attuarle. I giovani, quando iniziano la scuola con uno strumento così forte come quello della cittadinanza, vuol dire che iniziano con lo strumento dell’integrazione che gli permette di affrontare il percorso scolastico con un approccio di pari opportunità. Mentalmente, anche dal punto di vista dei rapporti con i compagni, non viene coltivata quella paura dell’altro, quella diversità di accesso ai diritti, accesso ai servizi… quindi sono tutti uguali. I figli degli immigrati devono essere considerati come una risorsa e quindi la cittadinanza è il punto fondamentale. Per portare avanti questo discorso, da giugno abbiamo iniziato un percorso in Commissione Affari costituzionali, con un confronto delle diverse proposte di legge che sono state depositate – da destra e da sinistra – tra Camera e Senato. E c’è anche una legge di iniziativa popolare.

Il mio compito è quello di monitorare e sensibilizzare.

Nelle scuole la presenza dei bambini di origine straniera varia tra il 10 e il 50% e a volte va anche oltre, a seconda del territorio. Quali sono i provvedimenti all’esame per consentire un’integrazione sana ed evitare che in Italia succeda quello che succede oggi nelle banlieue francesi piuttosto che in altre realtà?

Qui andiamo a toccare un settore che è quello del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca (Miur), che porta avanti con molta efficacia ed efficienza un lavoro sulla scuola. È chiaro che il compito del Ministero per l’Integrazione è di vedere prima di tutto quali sono le proposte, i progetti che sono all’interno del Miur e dare il proprio contributo per la loro realizzazione.

In questo momento ritengo fondamentale il rafforzamento dello strumento della lingua italiana, che deve essere fruibile da tutti i bambini, compresi quelli di origine straniera. Così si aiuta la scuola a poter andare avanti rafforzando la comunicazione, aumentando il rendimento scolastico. Molte volte si pensa, a torto, che per favorire l’apprendimento della lingua italiana si debbano separare i bambini, portando quelli stranieri fuori dalla classe. Per un’efficace politica per l’integrazione, i bambini migliorano la loro prestazione quando sono a contatto gli uni con gli altri e così imparano meglio. Di recente ho potuto visitare una scuola che porta avanti un percorso di integrazione attraverso la musica. Anche per i bambini che parlano poco la lingua italiana, lo sport, la musica, il teatro sono strumenti che aiutano un’interazione con i loro coetanei. Noi in questo senso cerchiamo di rafforzare quegli strumenti che sono utili all’elaborazione di politiche per l’integrazione.

Molti di questi bambini di origine non italiana che frequentano oggi le scuole pubbliche italiane sono portatori di culture diverse e soprattutto di religioni diverse. I più numerosi sono originari della Romania, dell’Albania, del Marocco e della Cina e quindi con un background religioso diverso da quello prevalente in Italia. Quanto può incidere il fattore religioso sull’integrazione? Si può in qualche modo valorizzare questo elemento in modo laico, per permettere l’integrazione e non la ghettizzazione delle minoranze e dei loro figli?

Questo è un tema importante per le comunità. Vuol dire anche riconoscere le differenze: la diversità deve essere una risorsa e non considerata come un ostacolo. Ognuno di noi ha qualcosa di diverso, appartiene ad una confessione religiosa diversa o a una cultura diversa. Tutto quello che è diverso può solo arricchire, quindi bisogna cercare di fare dei percorsi di arricchimento per i nostri giovani. Da poco ho inaugurato il tavolo per il dialogo interreligioso con l’obiettivo di promuovere le confessioni religiose come uno strumento di integrazione, affinché possano dare una mano in tutti i settori: a livello scolastico, del territorio, delle politiche di accoglienza.

L’istituzione che rappresenta ha un suo ruolo da svolgere, il volontariato ha un suo ruolo importante. Ma anche gli immigrati stessi sono chiamati in qualche modo a essere propositivi. Lei, per la sua esperienza istituzionale ma anche per la sua sensibilità di persona che viene dal mondo dell’immigrazione, cosa sente di consigliare agli immigrati in generale?

Secondo me, questa domanda deve interpellare tutti gli immigrati. Non bisogna aspettare che le cose arrivino da sole. Bisogna dare il proprio contributo. Ed è un contributo che si fa giorno dopo giorno attraverso il nostro impegno, attraverso la partecipazione, che deve essere a 360 gradi. Questo ci può aiutare da una parte a poter migliorare il nostro sistema giuridico attraverso le battaglie civili, ma anche a provocare un cambiamento culturale attraverso le testimonianze. Dalla partecipazione poi si arriva anche a poter cambiare anche i nostri sistemi. Un tema che dobbiamo riprendere è quello della partecipazione politica, del diritto al voto. L’appartenenza di una persona alla comunità nazionale deve iniziare prima di tutto da noi stessi, dal fatto che non dobbiamo essere costretti, ma dobbiamo essere in prima persona al servizio dell’altro.

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