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Sotto il segno della profezia: l’incontro delle Comunità ecclesiali di base in Brasile

Claudia Fanti
Adista Documenti n. 5/2014

È stata, come sempre, una grande festa di popolo, del popolo organizzato nelle Comunità ecclesiali di base (CEBs) di tutto il Brasile e non solo. E con una nota di ottimismo in più: il 13° Incontro interecclesiale (come viene chiamato il raduno nazionale delle CEBs) svoltosi a Juazeiro do Norte, nello Stato del Ceará, dal 7 all’11 gennaio, sul tema “Giustizia e Profezia a servizio della vita” – il più partecipato di sempre, con i suoi oltre 4mila delegati (rispetto ai 3mila del 12° incontro) -, ha infatti risentito, rispetto ai precedenti, dell’attuale e più aperto clima ecclesiale. Tant’è che, per la prima volta nella storia di questi incontri, è giunto anche il messaggio di saluto del papa, il quale ha ricordato come le CEBs portino «un nuovo ardore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo» tali da poter rinnovare la Chiesa, pur precisando come per questo sia necessario che esse «non perdano il contatto con questa realtà molto ricca della parrocchia locale e che si integrino di buon grado nella pastorale organica della Chiesa particolare».

Precisazione, del resto, in linea con il Documento di Aparecida, quello della V Conferenza dei vescovi latinoamericani del 2007, il quale aveva espresso un convinto riconoscimento delle CEBs, ma ridimensionato, nella versione ufficiale con il placet di Benedetto XVI, dall’insistenza sul loro inserimento all’interno delle parrocchie. Non nuovo invece, ma sicuramente convinto, l’appoggio dei vescovi presenti all’incontro – ben 72, rispetto ai 56 del precedente Interecclesiale -, i quali, in una lettera al popolo di Dio, hanno rivolto alle CEBs la loro «parola di speranza e di incoraggiamento», riconoscendo in esse «il modo, antico e nuovo, di essere Chiesa».

La presenza profetica della Chiesa nel mondo

Nate all’inizio degli anni ’60 come piccoli gruppi di persone di uno stesso centro abitato impegnati a leggere la realtà alla luce della Parola di Dio, generando così una nuova coscienza nelle fasce popolari attorno alla necessità di trasformazione sociale, le CEBs si sono affermate come un modo di essere Chiesa segnato dalla priorità, secondo la celebre espressione di Leonardo Boff, del carisma sull’istituzione. E sono diventate presto una minaccia per il potere, che vedeva in esse il rischio di infiltrazione comunista nella Chiesa.

Il nuovo modo di essere Chiesa delle CEBs – nuovo e allo stesso tempo antico, richiamando esplicitamente il modello delle prime comunità cristiane – si esprimeva in una spiritualità incarnata, vissuta a partire dalle sfide del territorio; nella dimensione comunitaria, quindi nella corresponsabilità, nell’uguaglianza fraterna, nella partecipazione (compresa naturalmente quella delle donne, anche a livello decisionale); nella riflessione sulla Parola di Dio. E, soprattutto, nell’opzione per i poveri, traduzione necessaria del nesso inscindibile tra fede e vita, tra preghiera e militanza, tra mistica e impegno. Un confronto, quello tra i fatti della vita e i fatti della Bibbia, che, grazie al metodo del “vedere-giudicare-agire”, aveva trasformato le CEBs in una sorta di scuola di politica, rendendo possibile la nascita di una nuova generazione di militanti.

Finché, con l’involuzione ecclesiale e il conseguente abbandono da parte dei vescovi, non hanno cominciato a levarsi voci critiche sulla perdita di dimensione profetica, sull’apatia politica, sul progressivo allontanamento dal mondo degli esclusi: le CEBs – si è iniziato a dire sempre più spesso – sono in crisi di identità, meno impegnate politicamente, più dedite alla spiritualità, meno di frontiera. Le comunità, tuttavia, non hanno mai smesso di esercitare un ruolo attivo nella società, prendendo parte a lotte, mobilitazioni e campagne nazionali. E se c’è stato indubbiamente il tentativo di inquadrarle all’interno delle strutture ecclesiastiche tradizionali, esse hanno comunque assicurato uno spazio popolare di intensa partecipazione dei cristiani, di testimonianza di fraternità concreta, di impegno nella trasformazione della società, non senza operare anche un riscatto delle radici culturali indigene e nere, grazie a cui è stato possibile vivere con naturalezza e vitalità spirituale la cosiddetta “doppia appartenenza”, alla Chiesa cattolica e alle religioni afroindigene. E, pur avendo perso rilevanza e visibilità, le CEBs hanno mantenuto un vincolo talmente forte con le lotte popolari, con le organizzazioni sociali che esse stesse hanno contribuito a creare, da non riuscire più a distinguersi facilmente – e ciò spiega in parte la loro perdita di visibilità nei mass media – all’interno delle diverse mobilitazioni.

Resta ora da vedere se, nel clima nuovo instaurato da papa Francesco, le CEBs riescano a recuperare lo slancio necessario per conservare, come evidenzia Roberto Malvezzi (Alai, 13/1), «l’ispirazione originaria delle prime comunità in un mondo in incommensurabile trasformazione». Per tornare a essere, come ha scritto dom Tomás Balduino (per la prima volta costretto dalle sue condizioni di salute a saltare l’incontro) in una lettera ai partecipanti, la presenza profetica della Chiesa nel mondo, impegnandosi più profondamente nella politica di trasformazione del Paese. E diventare il modo normale di essere Chiesa, di una Chiesa plurale, partecipativa, fraterna, impegnata con la causa dei poveri, della Madre Terra, di tutta la comunità dei viventi.

Di seguito, in una nostra traduzione dal portoghese, alcuni stralci della Lettera finale del 13º Interecclesiale al popolo di Dio, un commento del teologo Marcelo Barros, il messaggio di dom Pedro Casaldáliga ai partecipanti e la lettera dei vescovi presenti all’incontro.

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Comunità a servizio della vita – Lettera del 13° Interecclesiale

Sorelle e fratelli di cammino,

«In quei giorni Maria si mise in viaggio (…). Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. (…). Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (cfr. Lc 1,39-45).

In spirito di pellegrinaggio, il popolo delle Comunità ecclesiali di base di ogni angolo del Brasile si è messo in cammino rispondendo al richiamo della grande fiaccola accesa dalla diocesi di Crato con la convocazione del 13º Interecclesiale. Una luce talmente intensa da far accorrere anche rappresentanti delle Chiese evangeliche e di altre religioni. Talmente luminosa da essere avvistata in tutta l’America Latina e nei Caraibi, in Europa, in Africa e in Asia.

Il Cariri (microregione dello stato del Ceará, ndt), “cuore allegro e forte del Nordest”, è diventato la “casa” in cui si sono incontrate la fede profonda del popolo pellegrino, nata dalla testimonianza di padre Ibiapina e di padre Cícero, della beata Maria Madalena do Espírito Santo Araújo e del beato Zé Lourenço, e la fede incarnata del popolo delle CEBs nata dal grido profetico per la giustizia e dall’utopia del Regno. Un incontro tra la religiosità popolare e la spiritualità liberatrice delle CEBs, unite per riaffermare la sequela di Gesù di Nazareth, vissuta nella fede e nell’impegno a favore della giustizia a servizio della vita.

Beato il popolo che ha creduto!

La viola e la fisarmonica hanno celebrato questa fede. Le parole pronunciate nella cerimonia di apertura da dom Fernando Panico, vescovo di Crato, hanno confermato tale fede proclamando: le CEBs sono il modo d’essere della Chiesa. Le CEBs sono il modo “normale” di essere Chiesa. Il modo normale di rispondere da parte del popolo di Dio alla proposta di Gesù nel presente: essere comunità a servizio della vita.

Ascoltando la proclamazione di questa buona notizia, il ventre del popolo giunto in pellegrinaggio a Juazeiro do Norte è di nuovo gravido di questo sogno, di questa utopia. La speranza ne è uscita più forte. La perseveranza e la resistenza nella lotta hanno ricevuto una nuova conferma. L’impegno a favore della giustizia a servizio del Bem Viver è stato ribadito.

E la gioia è esplosa come fuochi di artificio, facendo risuonare la voce amata di dom Hélder Câmara: «Non lasciate morire la profezia!».

La profezia non è morta. È riecheggiata nelle parole dell’indio Anastácio: «Hanno rubato i nostri frutti, hanno strappato le nostre foglie, hanno tagliato i nostri rami, hanno bruciato i nostri tronchi, ma non abbiamo permesso che strappassero le nostre radici». Radici indigene e quilombolas che affondano nella memoria degli antenati, nel sogno di vivere in terre demarcate, con la libertà di danzare, celebrare e festeggiare la terra che è nostra madre.

La profezia è emersa dalla memoria di padre Ibiapina, che già ai suoi tempi promuoveva la costruzione di cisterne di pietra e calcestruzzo e la coltivazione di alberi da frutta per convivere con la realtà del semiarido, rianimando così la speranza e la dignità del popolo sertanejo. Il protagonismo della beata Maria Araújo ha canalizzato i desideri più profondi di vita e di vita in abbonanza, irritando i grandi e la gerarchia ecclesiastica. Padre Cícero e il beato Zé Lourenço hanno accolto gli esclusi con lo stesso spirito di padre Ibiapina, organizzando la comunità del Caldeirão, animata dalla fede, dal lavoro, dall’abbondanza e dalla libertà. Una forma di convivenza con il semiarido che ha trovato continuità nelle CEBs, nelle pastorali e negli organismi impegnati con i poveri.

La profezia è risuonata nell’analisi della congiuntura, con il riconoscimento, di cui tanto si avverte la mancanza in Brasile, dell’inadeguatezza dei grandi progetti per lo sviluppo dei campi e delle città. Il grande capitale assegna la priorità all’agro e idrobusiness e alle imprese minerarie, continuando a espellere i contadini dalle campagne per concentrare le persone in città, trasformandole in oggetto di manipolazione e di sfruttamento (…). Il popolo viene spogliato della sua dignità: i suoi figli e le sue figlie finiscono nel mercato delle droghe e nella tratta delle persone; si calpestano i diritti alla salute, all’educazione, alla casa, al riposo; i giovani vengono sterminati e defraudati del futuro per mancanza di opportunità; pregiudizi e violenze segnano le relazioni in base all’etnia, al colore della pelle, all’età, al genere, alla religione. Ci rendiamo conto di quale minaccia rappresenti per il Bem Viver la trasformazione di cittadini e cittadine in consumatori.

Miniplenarie e lavori di gruppo hanno offerto uno spazio di condivisione delle esperienze per la comprensione della società, che è il terreno in cui le CEBs operano e vivono. Sulle orme di padre Cícero, le CEBs vivono il loro pellegrinaggio nei sentieri del Cariri, conoscendo realtà e comunità; sperimentando la fermezza dei martiri e dei profeti; celebrando la condivisione e la festa nel modo tipico del popolo nordestino. La saggezza dei patriarchi e delle matriarche ci ha accompagnato riscattando la memoria e la preghiera: “Solo Dio è grande”, “Amatevi gli uni gli altri”. (…).

L’esperienza comunitaria nella regione del semiarido ha rinnovato la nostra fede. (…). Il regno si fa presente in mezzo a noi. (…). Nella circolarità del servizio, del canto, della testimonianza, riaffermiamo il nostro impegno a essere pellegrini del Regno, profeti di giustizia in lotta per la vita, a servizio del Bem Viver, sementi del Regno e della sua Giustizia, comunità profetiche piene di speranza e della gioia del Vangelo.

I pellegrini fanno sempre ritorno alla loro terra pieni di fede e di speranza. Anche noi ritorniamo come pellegrini gravidi dell’utopia del Regno propria delle CEBs. Torniamo alla nostra terra con un messaggio di papa Francesco, vescovo di Roma e primate nell’Unità. Da lui abbiamo ricevuto riconoscimento, incoraggiamento, invito a seguire con passo fermo il sentiero della Chiesa pellegrina della giustizia e della profezia a servizio della vita.

Unendoci alla voce di Maria, rendiamo lode al Dio della vita che realizza le sue meraviglie negli umiliati. Uniamo le nostre voci alla sua per rovesciare i potenti dai loro troni ed elevare gli umili, per rimandare i ricchi a mani vuote e riempire di abbondanza la mensa degli impoveriti.

Sorelle e fratelli, vi abbracciamo con amore. Amém, Axê, Auerê, Alleluia!

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Per tornare alle fonti della fede

Marcelo Barros

Il 13º Incontro nazionale delle Comunità ecclesiali di base, svoltosi dal 7 all’11 gennaio, ha riunito rappresentanti di comunità cattoliche delle periferie urbane e dei campi. Solitamente, tali comunità si incontrano una volta a settimana per meditare la parola della Bibbia, condividere i fatti del giorno, praticare la solidarietà a servizio dei più poveri e vivere una fede legata alla speranza di trasformare il mondo. Hanno partecipato all’incontro 5mila persone provenienti da tutto il Brasile, compresi religiosi, religiose, preti e vescovi che accompagnano e sostengono le comunità, oltre ad alcuni fratelli e sorelle delle Chiese evangeliche e a rappresentanti di altri Paesi dell’America Latina.

Tali incontri, che si chiamano “interecclesiali” perché riuniscono molte Chiese locali, si realizzano, a partire dal 1975, più o meno ogni quattro anni. Questa volta, l’Interecclesiale delle CEBs si è tenuto a Juazeiro do Norte, nel Ceará, terra segnata dai pellegrinaggi popolari e dalla devozione suscitata da padre Cícero Romão Batista, leader religioso e politico degli inizi del XX secolo. Non era la prima volta che le Comunità ecclesiali di base tenevano il loro incontro nazionale in un centro di spiritualità popolare: il sesto incontro si era svolto a Trindade, nel santuario del Divino Padre Eterno (1986) e il nono a Santa Maria, nella Basilica di Nossa Senhora Medianeira (1992).

Il tema scelto per questo incontro era “Giustizia e Profezia al servizio della vita”. Una questione centrale nella vita della Chiesa. Si ricordi che Gesù non ha fondato una religione, ma ha annunciato un progetto divino per il mondo: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10). È per questo che ha convocato discepoli e discepole per formare una comunità che dia testimonianza della realizzazione di questo progetto di giustizia e pace a servizio della vita. Secondo gli Atti degli apostoli, lo Spirito Santo scende su ogni persona battezzata e la rende profeta di tale progetto divino nel mondo (cfr. At 2 ss). A poco a poco, nel corso della storia, le Chiese si sono strutturate come religione, il cristianesimo, allo scopo di aiutare le comunità a vivere la loro vocazione profetica. Per questo, assumendo il tema “Giustizia e profezia a servizio della vita”, l’incontro nazionale delle Comunità ecclesiali di base è tornato alle fonti della fede, ricordando a tutta la Chiesa come essa abbia avuto origine da un movimento profetico. Dove per profezia si intende non la capacità di prevedere il futuro, ma quella di ascoltare la parola divina per applicarla alla vita concreta in ogni situazione.

Questo tema era stato scelto già quattro anni fa. All’epoca, non c’era ancora papa Francesco a recuperare la profezia come modo normale di essere vescovo di Roma e primate della Chiesa universale. L’incontro di Juazeiro può costituire uno strumento efficace affinché l’intera Chiesa cattolica brasiliana realizzi con maggiore profondità la propria vocazione profetica. Con le Comunità ecclesiali di base la Chiesa potrà rinnovarsi. La Chiesa è cattolica, vale a dire universale, perché accoglie nel suo seno un’immensa diversità di movimenti e correnti spirituali. Un fatto sicuramente positivo. Tuttavia, anche rispettando al massimo grado la sensibilità propria di ogni movimento e gruppo cattolico, la Chiesa deve essere maggiormente in grado di annunciare la buona notizia del regno divino all’umanità di oggi. E potrà farlo solo inserendosi più completamente nel mondo degli impoveriti e impegnandosi in maniera totale nella lotta per un nuovo mondo più giusto ed egualitario. Con questo incontro delle CEBs, sarà possibile riscoprire un nuovo modo di essere Chiesa, un modo sempre più vicino allo stile di Gesù, suo maestro e suo signore.

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Il regno come dono e come conquista

Pedro Casaldáliga

Dalle terre e dalle lotte dell’Araguaia riaffermiamo la nostra totale comunione con il 13º Interecclesiale delle CEBs. L’incontro avviene in un momento di primavera ecclesiale: dobbiamo viverlo con entusiastica responsabilità, rilanciando le CEBs nella Chiesa del Brasile e nella nostra America.

Il tema dell’incontro rappresenta un invito e noi dobbiamo e vogliamo viverlo nella nostra spiritualità e nella nostra pastorale. Nella sequela di Gesù, con passione, sempre in cerca del Regno, diventando profezia attraverso la nostra vita, forgiando la Chiesa che sogniamo, interamente corresponsabile, accogliente, liberatrice, ecumenica, samaritana, coinvolta nelle lotte e nelle speranze del nostro popolo, tra la mistica e la militanza, nell’opzione per i poveri e gli esclusi.

Una Chesa interamente, autenticamente corresponsabile, in compagnia di tanti testimoni che tra noi danno la vita nella prova suprema del martirio, con una speranza degna del popolo della Pasqua che noi siamo.

Usciamo dall’Interecclesiale riprendendo la marcia, perché crediamo che tutto è grazia, che tutto è Pasqua. E a chi dice che già è passata l’ora delle CEBs mando un abbraccio delle dimensioni della nostra utopia, che è l’utopia di Gesù, il Regno come dono e come conquista. Amen, Axê, Auerê, Alleluia.

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Il modo antico e nuovo di essere Chiesa

Lettera dei vescovi al popolo di Dio

Noi, vescovi partecipanti al 13º Interecclesiale delle CEBs, rivolgiamo la nostra parola, come pastori del Popolo di Dio, a voi militanti delle Comunità ecclesiali di base, animatori e animatrici, sorelle e fratelli che assumete ministeri e altre responsabilità.

A Juazeiro do Norte, terra di padre Cícero Romão Batista, nella centenaria diocesi di Crato, ci siamo incontrati con pellegrini e pellegrine del Regno e a loro ci siamo uniti.

Accogliamo con molta gioia la lettera che papa Francesco ha inviato al vescovo diocesano dom Fernando Pânico, con un messaggio diretto ai partecipanti al 13º Interecclesiale delle CEBs e letto durante la cerimonia di apertura.

Abbiamo preso parte alle conferenze, alle testimonianze offerte al Ginásio poli-esportivo, denominato Caldeirão Beato José Lourenço; ai dibattiti e ai gruppi di lavoro in scuole situate in aree diverse delle città di Juazeiro e di Crato; alle visite missionarie alle famiglie e ad alcune istituzioni; alla celebrazione in memoria dei profeti e dei martiri della fede, della vita, dei diritti umani, della giustizia, della terra e dell’acqua, realizzata nel giardino in cui si trova la grande statua di padre Cícero, in comunione con la causa dei poveri – popoli indigeni, quilombolas, pescatori artigianali e altre persone sofferenti – e con la causa dell’ecumenismo nella promozione della cultura della vita e della pace. Abbiamo vissuto anche la grande gioia di partecipare alla celebrazione eucaristica conclusiva nella Basilica di Nossa Senhora das Dores, quando tutti i presenti sono stati chiamati, tornando alle loro comunità di origine, a essere nei fatti sale della terra e luce del mondo.

Osserviamo come le CEBs siano radicate nella Parola di Dio, come qui trovino la luce per portare avanti la propria missione evangelizzatrice, facendo esperienza di ciò che a tutti noi chiede il tema dell’incontro: “Giustizia e Profezia a servizio della vita”. In tal modo, ogni comunità ecclesiale diventa sale della terra e luce del mondo, animando i propri partecipanti a offrire questa stessa testimonianza.

Siamo stati fortemente sensibilizzati dal grido degli esclusi risuonato in questo 13º Interecclesiale: il grido delle donne e dei giovani che subiscono violenza, quello dei tanti che soffrono le conseguenze dell’agrobusiness, della deforestazione, della costruzione di centrali idroelettriche, dello sfruttamento minerario, delle opere per la Coppa del Mondo, della prolungata siccità del Nordest, della tratta di persone, del lavoro schiavo, delle droghe, della mancanza di una pianificazione urbana a beneficio delle periferie povere, dell’assenza di una degna assistenza sanitaria…

Conosciamo le tante sfide che le comunità affrontano in ambito rurale e nelle aree urbane (centro e periferie). Vogliamo rivolgere una parola di speranza e di incoraggiamento alle Comunità ecclesiali di base che, diffuse in tutto il Brasile, nel continente latinoamericano e caraibico e in altri continenti rappresentati all’incontro, assumono la profezia e la lotta per la giustizia a servizio della vita. Il nostro auspicio è che diventino in modo chiaro e ancora più forte comunità guidate dalla Parola di Dio, impegnate a celebrare il mistero pasquale di Gesù Cristo, accoglienti, missionarie, attente e aperte ai segni dell’azione dello Spirito di Dio, samaritane e solidali.

Riconoscendo nelle CEBs il modo d’essere, antico e nuovo, della Chiesa, ci hanno grandemente rallegrato i segni di profezia e di speranza, presenti nella Chiesa e nella società, di cui le CEBs si rendono protagoniste. Che non si stanchino di essere il volto di «una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade», piuttosto che di «una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze», come ci esorta papa Francesco (EG 49).

Riaffermiamo pertanto, insieme alle CEBs, il nostro impegno ad accompagnare, formare e favorire l’esperienza di una fede impegnata per la giustizia e la profezia, alimentata dalla Parola di Dio e dai sacramenti, in una Chiesa missionaria interamente ministeriale e in grado di valorizzare e promuovere la vocazione e la missione dei laici e delle laiche, nella comunione.

Con il cuore pieno di gratitudine e di speranza, imploriamo la protezione materna della Vergine Madre dei Dolori e delle Gioie.

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