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I referendum svizzeri

Paolo Tognina
www.vociprotestanti.it

Lo scorso 9 febbraio, il popolo svizzero è stato chiamato ad esprimersi su un’iniziativa che prevedeva di eliminare dalle prestazioni dell’assicurazione malattia il rimborso delle spese per l’interruzione di gravidanza e un’iniziativa che chiedeva la reintroduzione di un limitazione del numero di permessi di soggiorno e di lavoro per gli stranieri. Mentre la prima è stata nettamente respinta, la seconda ha ottenuto una risicata maggioranza ed è stata dunque approvata.

A far discutere animatamente e a dare luogo a un’aspra battaglia è stato soprattutto il secondo oggetto in votazione, ovvero l’iniziativa denominata “Contro l’immigrazione di massa” che prevede, in sostanza, l’abbandono della libera circolazione – approvata pochi anni fa con l’entrata in vigore degli accordi bilaterali stipulati tra Svizzera e UE – e il ritorno alla politica di contingentamento in materia di immigrazione.

Dati in netto svantaggio fino a due settimane prima della consultazione, i fautori dell’iniziativa hanno colto un successo che pone la Svizzera di fronte a molte domande. Come si configureranno nel prossimo futuro i rapporti con l’Unione Europea? Quali saranno i contingenti di lavoratori ammessi a lavorare in Svizzera? Chi deciderà quale debba essere il loro numero? Quali potranno essere le conseguenze di questa svolta per l’economia elvetica? E perché ha prevalso, seppure di misura, il sì?

Se sul primo gruppo di domande le opinioni sono divergenti e contrastanti, all’ultima domanda si può rispondere dicendo che il testo dell’iniziativa – volutamente vago nella formulazione – è riuscito a canalizzare svariate rivendicazioni. La visione di una Svizzera “capace di decidere autonomamente del proprio futuro” ha raccolto il consenso di chi coltiva sentimenti xenofobi, ma anche di chi è esasperato dalla politica di salari inferiori alla media applicata da molte aziende, di chi è preoccupato per l’aumento della criminalità, ma anche di chi ha l’impressione che la libera circolazione precluda a molti svizzeri, e in particolare ai giovani, la possibilità di trovare un lavoro. E ha dato modo a molti di esprimere il proprio scontento nei confronti di autorità federali e cantonali ritenute incapaci di applicare misure che avrebbero attenuato l’impatto dell’introduzione della libera circolazione.

E allora, “swiss first”! Anche se non è per nulla certo che l’approvazione di un’iniziativa lanciata da un partito – l’Unione Democratica di Centro – da sempre contrario all’introduzione di un salario minimo garantito (questa sì un’arma contro il dumping) e per nulla zelante nel far applicare le misure fiancheggiatrici, apra davvero la prospettiva di un’evoluzione della società nel senso auspicato da molti votanti.

La Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera (FCES) – che si è battuta contro l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa” – si è detta dispiaciuta per l’esito della consultazione. E ha auspicato che il testo dell’iniziativa sia applicato nel pieno rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. In particolare, la Federazione invita le autorità a mantenere il diritto al ricongiungimento familiare. “I diritti umani, come quello a una vita vissuta con la propria famiglia”, dice il comunicato della Federazione delle chiese evangeliche, “non possono essere limitati da una legge sul contingentamento”.

L’altra iniziativa popolare denominata “Il finanziamento dell’aborto è una questione privata” prevedeva di stralciare la copertura dei costi dell’interruzione di gravidanza dal catalogo delle prestazioni dell’assicurazione malattia di base. In altre parole, l’aborto avrebbe dovuto essere pagato interamente da chi abortisce.

La Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera ha combattuto l’iniziativa sostenendo che l’aborto “non è una questione privata”. Commentando l’esito del voto, il presidente della Federazione, pastore Gottfried Locher, ha dichiarato che “l’aborto è una questione che interpella l’insieme della società e richiede una risposta responsabile”. Se l’iniziativa fosse stata accolta, ha detto Locher, si sarebbe introdotta una disparità di trattamento tra ricchi e meno abbienti.

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