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In preparazione del XXXV incontro nazionale delle CdB

(tratto dal verbale del collegamento nazionale delle CdB svolto a Tirrenia l’1 e 2 febbraio 2014)

(…) Dopo aver letto le proposte concernenti i titoli emersi nel corso del precedente collegamento e  i contributi giunti per e-mail, si apre un’ampia e articolata discussione, della quale vengono riassunti gli elementi e le motivazioni essenziali nella prospettiva della costruzione di un programma concreto per il prossimo incontro nazionale.

Un particolare rilievo preliminare riveste  l’intervento della comunità di Piossasco, perché richiama tematiche di carattere generale sul rispetto del pluralismo nell’ambito del movimento delle CdB e sulla necessità di non perdere l’aggancio con  alcune caratteristiche di fondo delle Comunità stesse, come la dimensione di fede e di preghiera, la lettura della Bibbia, l’identità cristiana,  l’impegno politico che deriva da queste premesse senza prendere il sopravvento; il timore che gli incontri nazionali  possano mettere in secondo piano le realtà locali che vanno invece valorizzate anche con incontri tra comunità vicine territorialmente. La comunità sarebbe comunque favorevole ad un convegno nazionale che tenesse presenti le esigenze sopra elencate.

Gli interventi successivi si orientano tutti, con sfumature diverse, sulla considerazione che nel nostro contesto non si possono trascurare le aperture che compaiono in alcuni scritti e dichiarazioni di papa Francesco  specialmente sul tema della ricerca delle radici della povertà, che è stato sempre tra le priorità delle CdB. Queste priorità possono ora essere rilanciate, anche per stimolare la Chiesa a passare dalle parole ai fatti. Viene evidenziata innanzitutto la necessità che la Chiesa, per testimoniare il vangelo ai poveri e con i poveri, si presenti a sua volta povera, a cominciare dalla  rinuncia ai privilegi concordatari, dal recupero dei valori fondanti della Teologia della liberazione,  dalla presa di distanza dall’apparato militare con la rinuncia ai cappellani militari e soprattutto dalla rivalutazione, per raggiungere questi obiettivi, dell’importanza del  popolo di Dio come sua componente essenziale. Quest’ultima esigenza potrebbe anche apparire in un titolo, come ad es: “Il popolo di Dio per una Chiesa accogliente, aperta e solidale” con laboratori che potrebbero valorizzare temi come 1) Chiesa e politica in una società pluralista; 2) povertà, teologia e spiritualità; una Chiesa tra profezia e concordato; 3) il cristiano tra violenza e conversione del cuore. Viene chiesto di aggiungere a questi un quarto laboratorio: Papato e patriarcato: un matrimonio indissolubile?

Rispetto alle preoccupazioni espresse dalla comunità di Piossasco si osserva che l’elaborazione, o almeno la ricerca, di nuove forme di espressione della fede di fronte ai moderni dati della scienza, quali sono emersi per esempio nel seminario di Castel S. Pietro, sono innanzi tutto fatti di rilevanza personale, che gradualmente e con l’ascolto e il rispetto di tutti, possono poi avere riflessi anche nella prassi e nelle liturgie della comunità. Le riunioni del collegamento sono un’occasione di incontro di esperienze diverse, non graduabili per merito o eccellenza visto che lo Spirito soffia dove vuole, con modalità e tempi diversi. Dare eccessivo peso alle rispettive identità può avere negative conseguenze di chiusura rispetto all’auspicabile sinodalità, mentre la centralità di Dio può emergere proprio nella fecondità della relazione tra fratelli e sorelle. Questo porta alla maturazione della fede in modi e tempi diversi, come diversi e relativi al contesto sono i modi e le forme di preghiera. Importante è non scavare fossati o muri, che a volte sono soltanto frutto di convincimenti e punti di vista personali, ma che  finiscono col rendere più difficile il cammino. Si parla di identità come di un quadro senza cornice, che può allargarsi con successivi arricchimenti. Questi possono essere stimolati da fatti politici, dalla ricerca scientifica o dall’elaborazione teologica; ma l’importante è che nessuno di questi elementi annulli gli altri. Anima politica e profezia non   devono soffocarsi vicendevolmente. Si riconosce che l’esperienza di Castel S. Pietro, arricchendo le nostre conoscenze, ha avuto una positiva funzione di stimolo anche sulla riflessione concernente la fede, senza imporre in merito nessuna soluzione in assoluto. Col tempo ci si accorge poi che le differenze iniziali sono meno profonde di quanto si credeva. In questo senso aiuta anche il silenzio della riflessione individuale, che è una forma di preghiera. Al riguardo viene  proposto che la dimensione della preghiera, anche come forma di reciproca disponibilità all’ascolto, venga in qualche modo recuperata in questi nostri incontri.

Il rispetto delle pluralità e della gradualità del cammino di fede è testimoniato dalla varietà e diffusione di gruppi e associazioni che fanno cammini paralleli al nostro e  con i quali auspichiamo sempre, e talvolta realizziamo, iniziative comuni, nel rispetto reciproco.  Da ciò discende, come rilevato anche in alcuni degli interventi scritti, l’inopportunità di dare ai nostri convegni titoli troppo vaghi e dispersivi o troppo marcati nel senso politico, perché ciò potrebbe sembrare escludente per alcune realtà, nel contesto delle diverse opzioni possibili nell’attuazione del vangelo.

In questo senso si manifesta anche una  insofferenza per l’uso del termine stesso di “cristiano” tanto che qualcuno preferisce chiamarsi “discepolo di Gesù” anziché cristiano. La rivelazione non è un evento accaduto una volta nella storia e poi mai più. Si osserva però  in proposito che la diffidenza  verso il cristianesimo è causata dalla  strumentalizzazione operata, da Costantino in poi, dell’insegnamento  di Gesù di Nazaret per meri fini di potere.  E’ forse utile invece  recuperare in merito il senso “rivoluzionario” che aveva all’origine il temine: un gruppo di suoi discepoli e discepole, nel momento in cui il loro maestro era stato ucciso con una morte in croce riservata ai peggiori delinquenti, anziché disperdersi e rimpiangerlo lo percepiscono vivente e lo intuiscono come l’unico Messia possibile, in un contesto nel quale l’idea di Messia era inscindibile da un concetto di restaurazione anche violenta della monarchia terrena di Davide. E così, chiamati “cristiani” cioè “messianici” continuarono, anche loro risorti,  ad annunciare e a mettere in pratica il suo insegnamento. In questo senso si può ben dire che senza Gesù non ci sarebbe stato cristianesimo, ma anche viceversa, che nulla o quasi si saprebbe di Gesù senza cristianesimo.

Tornando più propriamente al tema del convegno, si cerca di sintetizzare la riflessione sin qui fatta per giungere a un titolo che tenga conto sia delle novità presenti nella Chiesa, sia del tema prioritario della povertà e della violenza che la genera. Si propongono: “ La povertà passando dalle parole ai fatti”; “Linguaggio e prassi nell’annunciare, oggi, la buona novella ai poveri”; “Basta un papa Francesco?”;“Percorsi e linguaggi alternativi nell’opporsi alle violenze patriarcali verso i poveri”;  “Cristianesimo di base e vangelo dei poveri” sono alcuni temi proposti, con riserva di individuare meglio nei laboratori le cause articolate della violenza e le varie forme di “povertà”.   (…)

Nel riprendere la discussione il giorno successivo, viene evidenziato il problema della violenza, come generatrice di povertà, senza trascurare le novità nella Chiesa ma sempre considerando la persona come un tutto inscindibile. Si apprezza il tema già delineato “Tra violenza e convivialità le esperienze delle CdB (o del cristianesimo di base” con possibilità di articolare i laboratori come segue: 1) Chiesa e radici patriarcali; 2) Economia, violenza del capitalismo, disoccupazione; 3) Omofobia, xenofobia, e analoghe forme di discriminazione; 4) Povertà  (sobrietà, solidarietà, condivisione fisica e spirituale) coma valore evangelico che ci permette di uscire dalla situazione attuale.

Si osserva anche che la povertà (impoverimento) è una situazione di debolezza che espone ad alienazioni di carattere spiritualistico e carismatico come dimostra il proliferare di sette pentecostale e simili nel sud America, dove sono state introdotte come antidoto della teologia del liberazione con finanziamenti degli Stati Uniti. Occorre guardare con attenzione alle esperienze femminili in tema di relazione e cura come momenti capaci di rigenerare  la speranza, come una sorta di resilienza. All’opposto, la tentazione dell’uomo “forte” che risolve i problemi perpetua il patriarcato e impedisce il “cambio di umanità” dalle azioni al linguaggio che oggi è più cha mai urgente.

Viene sottolineata in particolare l’affinità tra violenza sulle donne e violenza sui poveri e ne viene individuata da alcuni  l’origine unica nella cultura patriarcale, mentre altri  preferiscono considerare la violenza, nelle sue varie forme, come  frutto della tendenza alla prevaricazione egoistica propria dell’animo umano. Pertanto, anche se per il prossimo incontro ci si dovesse orientare verso un titolo che metta in evidenza il problema della povertà  e dell’annuncio liberante del vangelo, il problema  del patriarcato dovrebbe formare oggetto di un prossimo seminario. A questo fine non dovrebbe essere perduta la differenza tra seminari e incontri; i primi più orientati all’informazione e allo studio, i secondi più caratterizzati dal confronto delle esperienze delle comunità e dalle proposte operative.

Un richiamo alla necessità di stringere i tempi per l’individuazione del titolo e dei contenuti del prossimo incontro porta a tentativi di sintesi: vi è un richiamo alla prassi costante delle CdB (da una parte la Bibbia e dall’altra il giornale) per ribadire, nel contesto attuale, il tentativo di affrontare la povertà  riandando alle origini a e al cuore dell’annuncio evangelico; occorre però chiedersi chi sono oggi i poveri e le cause del loro impoverimento, perché rispetto ai nostri inizi molte cose sono cambiate. Allora noi parlavamo di povertà standone fuori, oggi essa riguarda anche i nostri figli. Si possono poi dare due tipi di povertà: quella originata dal perverso sistema economico e quella scelta come valore evangelico per rendere credibile la nostra testimonianza e il nostro impegno con i poveri. L’affinamento della discussione porta ad ulteriori proposte sul titolo: “Linguaggio e prassi del cristianesimo di base nell’annuncio della buona novella ai poveri” con riserva di approfondire nei laboratori le cause della povertà e della manifestazione della violenza, i soggetti deboli e le prassi di liberazione che coinvolgano tutte le realtà di base. “Anche i poveri possono sorridere: il vangelo come pratica di speranza e di liberazione”, che potrebbe veicolare meglio il concetto che i poveri non sono abbandonati e c’è qualcuno che li mette al centro dei propri impegni.  Altri interventi insistono per la presenza nel titolo del richiamo al potere  come causa della violenza e della povertà, altri sulla considerazione che oggi  da varie parti del mondo cattolico,  si pone al centro il tema della povertà, perché è anche quello che sta anche al cuore del vangelo, e la sequela del vangelo è uno dei “valori aggiunti” della nostra esistenza anche come comunità. Viene anche sottolineato che questo “valore aggiunto” non può essere speso in modo credibile fin quando una struttura importante, come la Chiesa cattolica, non rinuncerà  alla sua caratteristica patriarcale che anche oggi è all’origine di  “povertà” o condizioni di subordinazione delle donne  e che in molti casi persiste, come si vede per es. nell’attacco in atto in Spagna contro la legislazione che regola l’aborto. Viene toccato anche il tema della formazione delle giovani generazioni e della comunicazione per favorire un cambio di mentalità, aspetto importante che dev’essere affrontato nella scuola ma anche, come avviene,  da parte di varie associazioni di volontariato, e smascherando l’uso distorto di certi nuovi tipi di comunicazione (come quella sul WEB) che hanno facile presa se non si è dotati di validi strumenti critici. (…)

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P.S.: si invitano tutte le persone interessate a leggere anche la parte rimanente del verbale. Questa è stata riportata in “Primo piano” perché ci pareva che valesse la pena evidenziare la sintesi dell’interessante dibattito emerso.

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