Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia L’Italia a rischio infrazione sugli Ogm. Cosa sappiamo sul tema e sulle implicazioni etiche dell’ingegneria genetica

L’Italia a rischio infrazione sugli Ogm. Cosa sappiamo sul tema e sulle implicazioni etiche dell’ingegneria genetica

Joachim Langeneck
www.vociprotestanti.it

E’ notizia di questi giorni che la Commissione Ue sarebbe pronta ad aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia sulla questione Ogm (riferisce il Sole 24 ore). Bruxelles avrebbe spedito ai ministeri delle Politiche agricole, dell’Ambiente e della Salute l’avviso di apertura di un fascicolo, chiedendo informazioni perché sospetta un’infrazione.

Proprio in Europa in questi giorni è in discussione l’autorizzazione della coltivazione del mais geneticamente modificato 1507 prodotto dal gruppo americano Pioneer.19 Paesi hanno votato contro l’approvazione del mais OGM (Italia,Francia, Ungheria, Grecia, Romania, Polonia, Olanda, Austria, Bulgaria,Croazia, Cipro, Danimarca, Irlanda, Lituania, Lettonia,Lussemburgo, Malta, Slovacchia e Slovenia) solo cinque a favore (Spagna, Gran Bretagna, Finlandia, Estonia e Svezia) e quattro si sono astenuti (Germania, Portogallo, Repubblica Ceca e Belgio).

Infine, fra due mesi, il Tar del Lazio dovrà decidere sul caso di un imprenditore agricolo friulano, Giorgio Fidenato, che per sfida ha seminato un fondo con il granturco mon810 della Monsanto, autorizzato dall’Europa. L’imprenditore, assolto a luglio dal tribunale di Pordenone, ha infatti citato davanti al Tar del Lazio i Ministeri della Salute, dell’Ambiente e delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali.

Insomma, il tema degli OGM con tinua ad essere parte del dibattito europeo ed italiano. Un dibattito cui vogliamo contribuire con questo articolo di Joachim Langeneck, che spiega il merito del confronto sugli Organismi Geneticamente Modificati valutandone le tesi a favore e contrarie. Perchè si tratta di un tema che solleva questioni etiche molto serie e sul quale spesso il pubblico generico ha pochi elementi di valutazione.

In questi giorni la scoperta di una nuova potenziale biotecnologia (quella degli OGR) ha riacceso il dibattito sugli OGM. Come da molti anni a questa parte, è difficile trovare una voce che si distacchi dal no ad oltranza o dal sì ad oltranza, e che spieghi in cosa consista la tecnologia degli OGM e quali siano i reali problemi etici che pone. Per OGM (Organismo Geneticamente Modificato) si intende ogni organismo il cui patrimonio genetico sia stato modificato attraverso tecniche di ingegneria genetica; non sono OGM, e non rientrano nella definizione anche per quanto riguarda le norme di legge, eventuali mutanti ottenuti attraverso radiazioni ionizzanti o altri agenti mutageni. Non possono essere, a maggior ragione, considerati alla stessa stregua degli OGM organismi selezionati attraverso incroci programmati (mentre in un intervento pro-OGM di circa un anno e mezzo fa il ministro Clini minimizzava la portata di un’eventuale apertura agli OGM sottolineando come, in fin dei conti, sia tutto la stessa roba1).

La differenza principale, da un punto di vista tecnico, è legata al fatto che lavorando attraverso gli incroci programmati ho bisogno di lavorare per molte generazioni del mio organismo e su numeri molto alti, sperando di selezionare da una generazione all’altra organismi quanto più corrispondenti all’ideale che voglio raggiungere; questo lavoro meticoloso, paziente e spesso scoraggiante è all’origine di quasi tutto ciò che mangiamo, animale e vegetale. L’utilizzo di agenti mutageni cerca di velocizzare questo processo; sottopongo all’agente mutageno un alto numero di semi della pianta che mi interessa, e tra quelli che sopravvivono cerco quelli che hanno sviluppato una proprietà che desidero.

Raccontata così non ha l’aria di essere una tecnica particolarmente sicura, e in effetti non lo è: insieme alla proprietà che desidero (ad esempio, fusti più corti) l’agente mutageno può determinare la comparsa di caratteri indesiderati, e io non ho la benché minima possibilità di controllarla. Questo non ci ha impedito di mangiare per quarant’anni di fila pasta e prodotti da forno a base di grano Creso, una cultivar ottenuta per incrocio fra una varietà tradizionale ed una ottenuta attraverso radiazioni ionizzanti.

La tecnologia del DNA ricombinante, invece, ci permette di inserire nel patrimonio genetico di un organismo uno e un solo specifico gene, che codifica per una proteina che vogliamo venga prodotta da quell’organismo. I tempi sono brevi, possiamo lavorare su un numero minore di organismi rispetto alle due tecniche precedenti e non abbiamo il rischio che la nostra qualità desiderata se ne porti dietro altre che invece ci darebbero molto fastidio. Saremmo quasi tentati di unirci agli oltranzisti del sì nel cantare le magnifiche sorti e progressive.

Prima di chiarire come mai gli OGM non siano la panacea ai mali del mondo, vorrei chiarire un punto non indifferente per chi si interessa a questo tipo di tecnologie. Spesso la tecnologia del DNA ricombinante è stata tacciata come sbagliata a priori in quanto «innaturale». Questa argomentazione è fuorviante, ed esattamente come quando viene utilizzata per il caso dei matrimoni omosessuali, permette di evitare di affrontare la problematica etica reale.

Il semplice fatto che sia possibile introdurre un particolare gene nel patrimonio genetico di un organismo, del resto, annulla tale argomentazione; se fosse contro natura, semplicemente, non sarebbe possibile. Questo fenomeno, peraltro, si è già verificato naturalmente innumerevoli volte nel corso della storia della vita sulla Terra; buona parte dei nostri geni verosimilmente ci sono arrivati per trasferimento orizzontale da batteri: esattamente come con gli OGM, tranne che quella volta non eravamo dal lato «giusto», a decidere che cosa volevamo e di cosa avremmo fatto a meno.

Una critica molto frequente agli OGM è relativa alla possibilità che si rivelino dannosi per la salute umana. Questa argomentazione non sembra, tuttavia, essere supportata da alcun dato sperimentale: alimenti OGM non sono, in linea generale, più pericolosi per la salute umana rispetto ad alimenti selezionati con altre tecniche. Dovremmo esserne molto contenti, tra l’altro, perché, mentre in Italia è proibita la produzione e il commercio a scopo alimentare di OGM, i foraggi per il bestiame sono tendenzialmente a base di soia transgenica: per dritto o per rovescio, sempre lì arriviamo. Personalmente, continuo ad essere convinto che le tecnologie del DNA ricombinante siano comunque più sicure dell’indurre mutazioni attraverso le radiazioni ionizzanti.

Quindi gli OGM non sono, di per sé, dannosi? Ni. Non sono dannosi se ci riferiamo a noi stessi; se prendiamo in considerazione altri organismi, invece, la situazione può essere veramente drammatica. Uno dei principali obiettivi della manipolazione genetica su piante d’interesse alimentare è legata ad aumentarne la resistenza a parassiti e patogeni; la resistenza agli insetti, che permette di evitare l’uso di insetticidi, è ottenuta introducendo nel genoma della pianta un gene tratto dal batterio Bacillus thuringiensis, che codifica per una tossina insetticida, totalmente innocua per l’essere umano, ma non, ovviamente, per gli insetti.

Verrebbe da chiederci come mai, dopo aver selezionato una pianta che uccida gli insetti che cercano di mangiarla, adesso ci preoccupiamo per la sopravvivenza degli insetti stessi; il problema è che ci sono anche insetti che non solo non provocano danni alle colture, ma ci sono molto utili, ad esempio le api. Si ritiene che il mais ingegnerizzato con tossine insetticide sia una delle concause della forte riduzione delle popolazioni di api che si è verificata negli ultimi dieci anni, anche se in effetti le api non vanno sul mais. Questo perché i geni che codificano per la tossina in questione sono passati ad altre piante che crescevano vicino al mais, secondo lo stesso principio per cui vi sono state introdotte2. Potevamo pensarci prima, effettivamente.

Se il danno da parte degli OGM è limitato, possiamo però chiederci se ne valga la pena. Può anche darsi che la tecnologia del DNA ricombinante sia efficace, non abbia particolari effetti collaterali ma non conduca a nessun concreto beneficio per l’umanità. Ad un’eventuale critica di questo tipo devo purtroppo replicare che non è così; di fatto, non possiamo fare a meno degli OGM. Perlomeno, di alcuni OGM. Credo che neppure il più fanatico oppositore arriverebbe a sostenere che è più giusto, più «naturale» che i diabetici muoiano precocemente piuttosto che ricorrere a questa tecnologia; ed è un fatto che l’insulina prodotta da batteri ingegnerizzati con il gene umano è molto più pura e molto più sicura di quella purificata da pancreas animali come si faceva prima. Lo stesso ragionamento può essere applicato a più principi attivi ad uso sia medico, sia alimentare: produrli con batteri ingegnerizzati è, sul lungo termine, più economico e meno dannoso per l’ambiente.

Questi OGM, però, sono OGM un po’ particolari, in primo luogo perché sono batteri, per la precisione Escherichia coli. Escherichia coli è un nostro batterio simbionte, di fatto responsabile di gran parte della nostra digestione; ed è anche la pulce acrobata dei biologi molecolari: se gli si dà le istruzioni giuste nel modo giusto è in grado di produrre praticamente qualsiasi cosa. Non sono in molti a pensare ad Escherichia coli, quando si parla di OGM, mentre l’OGM che viene in mente classicamente è una pianta d’interesse alimentare. In questo caso si tenta, in genere, di introdurre un gene di resistenza, ai funghi, agli insetti, ai virus, al freddo; non sempre ci si riesce, ad esempio il tentativo di introdurre geni antigelo provenienti da pesci artici in piante alimentari non ha avuto il benché minimo successo se non come bufala.

Il fautore ad oltranza degli OGM, però, pone alle sue creature preferite un obiettivo più ambizioso, ed ormai anche un po’ stantio, ossia la soluzione del problema della fame nel mondo. Una delle principali chimere tra chi si occupa di OGM è, appunto, riuscire ad intervenire sul gene che regola la resa, ed aumentare così la produzione a parità di sforzo e di condizioni ambientali3. Questo scenario è a mio vedere completamente irrealistico, perché la produzione dipende essenzialmente dalle risorse che ha a disposizione la pianta, e non può avvenire dal nulla.

Peraltro, gran parte dei geni che limitano lo sviluppo della pianta sono stati «sbloccati» secoli fa attraverso sistemi tradizionali, basta confrontare un cavolo coltivato e la sua versione selvatica per rendersene conto. In quest’ottica sembra si stia riproducendo la stessa situazione che negli anni ’50 interessò l’acquacoltura; come adesso per gli OGM, gli entusiasti presentarono tale tecnologia come una possibile soluzione alla fame nel mondo. Sessant’anni dopo l’acquacoltura permette a noi, nel nord benestante del mondo, di mangiare orate fresche a trecento chilometri dal mare, ma non ha granché influito sulle condizioni del sud del mondo. Mentre, quindi, i batteri ingegnerizzati sono ormai una parte fondamentale della nostra vita, dubito fortemente che le piante alimentari geneticamente modificate saranno in grado di corrispondere alle nostre più rosee aspettative.

Una replica che il fautore degli OGM potrebbe farmi è che, anche a non riuscire ad aumentare la resa delle coltivazioni, il semplice fatto che siano resistenti a determinati fattori di danno può essere importante per quelle popolazioni. Dall’altro lato c’è chi sostiene che gli OGM stanno affamando il Terzo Mondo. Hanno ragione tutti e due. Quel che è sicuro (almeno nella maggior parte dei casi) è che gli OGM quelle proprietà ce le hanno: le multinazionali che li producono non azzarderebbero una perdita colossale mettendo in circolazione un prodotto che non funziona, e soprattutto gli stessi coltivatori non lo comprerebbero.

Al tempo stesso, però, come prodotti industriali questi vegetali sono soggetti ad un brevetto: le multinazionali ne sono estremamente gelose, e certamente non li hanno prodotti per innata bontà d’animo, ma per guadagnarci. Se si lasciano i coltivatori liberi di fare ciò che hanno sempre fatto, cioè utilizzare una parte della produzione di un anno per seminare per l’anno successivo, dopo un paio d’anni si saranno resi autosufficienti e non compreranno più semi dalla multinazionale. Di più, potrebbero addirittura arrivare a sostituirla, vendendo direttamente i semi ad altri coltivatori locali. Insomma, questi OGM rappresentano una colossale contraddizione: sono organismi viventi, ma al tempo stesso chi li ha prodotti vuole impedire loro di fare ciò che tutti gli organismi viventi fanno, cioè riprodursi.

Questo è stato ottenuto seguendo due vie. La prima, che non interviene sulle caratteristiche dell’organismo, consiste nell’imporre al coltivatore il divieto di riprodurre l’OGM, ma di rifornirsi ogni anno di semenza dalla multinazionale. Questo approccio è del tutto coerente se ci poniamo nell’ottica di chi considera gli OGM come prodotti industriali; se però riteniamo che gli OGM, in quanto esseri viventi, abbiano delle caratteristiche (e, in un certo senso lato, dei diritti) che un telefono cellulare o un rasoio non possono avere, l’idea di considerarli dei prodotti industriali è poco meno che una bestemmia. Purtroppo per le multinazionali, molti stati hanno sancito a norma di legge che una pianta di mais geneticamente modificato non è equiparabile ad un telefono cellulare, e che quindi non si può vietare al coltivatore di riprodurre l’OGM e di rendersi indipendente dalla multinazionale.

Per questo, e anche perché “Fidati è morto povero”, le multinazionali hanno trovato un metodo più sicuro e più subdolo per assicurarsi l’esclusiva su questi organismi, la cui produzione, non va dimenticato, è la conseguenza di investimenti decisamente rilevanti: sterilizzarli. Se modifichiamo solo il gene di nostro interesse, non c’è nulla che impedisca all’OGM di riprodursi come qualsiasi pianta «normale»; per questo è necessario intervenire su altri geni, che rendano la pianta sterile. In questo modo il coltivatore è costretto a rifornirsi di semenza presso la multinazionale, che voglia o no stare ai patti, e quindi a rimanere dipendente da essa.

Il problema etico più pressante, quindi, non deriva, a mio vedere, dalla natura degli OGM, ma dal fatto che, essendo legati a tecnologie molto dispendiose, specie per la produzione su larga scala, al momento sono legati a doppio filo agli investimenti di multinazionali; multinazionali che, è bene ricordarlo, hanno sempre e comunque come obiettivo primario il profitto, anche quando cercano di costruirsi un’immagine da benefattori dell’umanità.

La ricerca indipendente, che avrebbe il compito di controllare la correttezza, scientifica ed etica, della ricerca delle multinazionali, non è in linea generale all’altezza del compito: per fare ricerca sugli OGM, almeno, sugli OGM di interesse alimentare, sono necessari fondi che ben difficilmente si vedono nelle università, in particolare in questo momento storico, in cui assistiamo ad una fortissima selezione della ricerca al grido di «monetizzare». È molto inverosimile che un’industria investa in una ricerca che ha come scopo dichiarato fare le pulci alla ricerca commerciale; per questo, sarebbero necessari investimenti da parte dello stato nella ricerca indipendente. Lo stato, perlomeno, lo stato italiano, in questo momento si sta dedicando con sistematicità e pure con una certa passione ai tagli. Questo ragionamento, si badi, è valido un po’ per tutto, non solo per gli OGM; per fortuna ci sono ancora settori in cui si riesce a lavorare con i motori al minimo – gli OGM non sono uno di questi.

Giunto alla fine di questa rassegna sul tema OGM mi sono accorto che non ho spiegato cos’è un OGR. Ci provo adesso, sperando di aver capito bene e di risultare comprensibile4. La sigla OGR sta per Organismo Geneticamente Ricodificato; sostanzialmente, il codice genetico è formato da 4 basi azotate combinate in gruppetti da tre. Ogni gruppetto (o tripletta) viene tradotto in un amminoacido, per cui la sequenza di basi azotate viene trasformata in una sequenza di amminoacidi (un polipeptide).

Successivamente il polipeptide acquista una struttura che lo rende in grado di fare qualcosa, e diventa una proteina a tutti gli effetti. Ora, con un minimo di matematica di base ci rendiamo conto che esistono 64 possibili triplette, mentre gli amminoacidi utilizzati nella produzione di proteine sono solo 21; viene da chiedersi, quindi, cosa rappresentino le altre 43 triplette. La risposta è semplice: il codice genetico è ridondante; esistono, cioè, più triplette sinonime, che codificano per un solo amminoacido (in realtà tre triplette hanno un altro significato, segnalano cioè la fine della sequenza che va tradotta in proteina).

Di fatto, pochissimi amminoacidi sono identificati da una e una sola tripletta di basi azotate. Questo non significa che ogni organismo presenta in maniera indifferente tutte le triplette sinonime in uguale misura, in realtà è possibile individuare una tripletta preferenziale, che si riscontra quasi sempre, mentre le altre sono molto rare o assenti.

Quello che si è fatto nella creazione dell’OGR (che ha riguardato, indovinate un po’? Proprio Escherichia coli) è stato sostituire sistematicamente, in tutto il genoma dell’organismo (genoma relativamente piccolo, dopotutto stiamo parlando di un batterio) la tripletta preferenziale di Escherichia coli con una tripletta sinonima per lo stesso amminoacido. I risultati ottenuti sono stati essenzialmente due. Il primo è stato un aumento molto consistente della resistenza a virus; questo non stupisce, perché l’attacco del virus è legato al riconoscimento di una sequenza specifica di DNA, e trovandosi di fronte a qualcosa di nuovo, il virus si trova in un certo senso spiazzato.

Il secondo, più interessante per scopi applicativi, è un aumento della capacità di includere amminoacidi non standard (amminoacidi rari, che non corrispondono ad alcuna tripletta) nella sequenza polipeptidica, quindi la possibilità di produrre proteine con caratteristiche particolari. Per ora sugli OGR sappiamo questo. Ci potranno essere utili in futuro? Si renderanno indispensabili, come si è resa indispensabile una determinata categoria di OGM? È presto per dirlo. A naso mi verrebbe da dire che con questa nuova biotecnologia saremo in grado di far fare delle nuove cose molto interessanti ai nostri batteri, non so se si potranno trovare potenzialità applicative per altri organismi. Quello che è comunque chiaro è che, come per gli OGM, se emergeranno problematiche etiche saranno molto più legate allo sfruttamento economico della biotecnologia che alla biotecnologia in sé.

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NOTE

1 Un articolo del Corriere tratta di questo tema
2 Coyaud S., La scomparsa delle api. Mondadori, 2008.
3 Bressanini D., OGM tra leggende e realtà. Chiavi di lettura, Zanichelli, 2009. Si tratta di un libro piuttosto utile per affrontare la questione, chiaro e piuttosto equilibrato, anche se viziato da una certa tendenza pro-OGM.
4 Lajoie M. et al., 2013: Genomically Recoded Organisms Expand Biological Functions. Science, 342: 357-360. L’abstract è disponibile all’indirizzo http://www.sciencemag.org/content/342/6156/357

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