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Marco Bisceglia: tre vite in una di M.Vigli

Marcello Vigli

Non è stata facile per Rocco Pezzano l’impresa di scrivere una biografia di Marco Bisceglia: nel suo libro Troppo amore ti ucciderà, ha dovuto dar conto di un personaggio, che di vite ne ha vissute tre come lui stesso riconosce nel sottotitolo, Le tre vite di don Marco Bisceglia.

Marco è stato prete e parroco a Lavello, suo paese natale; uscito dalla Chiesa si è fatto promotore dell’Arci gay; di nuovo prete si è offerto coadiutore in una parrocchia della periferia romana.
Un itinerario segnato da fratture profonde e caratterizzato da totale coinvolgimento in ciascuno dei tratti di strada percorsi. Determinanti nella loro scansione sono stati la sua passione per la giustizia, il dichiararsi omosessuale e, infine, il suo scoprirsi malato di Aids.

Ordinato prete in età adulta, non accetta di essere parroco della “gente perbene” che frequenta la chiesa da cui si accorge che è esclusa la povera gente. I poveri, i braccianti, i giovani senza futuro diventano, così, il suo popolo al quale destina la chiesa. Su di loro modella la sua predicazione e la sua “pastorale” entrando ben presto in conflitto con il suo vescovo e con i benpensanti, anche di sinistra della sua Lavello. Non esita, infatti, a denunciare con forza le loro responsabilità nella creazione delle disuguaglianze e dello sfruttamento da cui sono oppressi i poveri, ai quali il vangelo a suo avviso è destinato.

I richiami e le ingiunzioni non lo fermano, anzi, quando la curia lo destituisce e si profila la possibilità che la parrocchia sia “liberata” dalla sua presenza, condivide con i suoi fedeli la scelta dell’occupazione della chiesa del Sacro Cuore sulla cui facciata per qualche anno campeggerà la scritta La Chiesa è del popolo.

L’autore racconta queste vicende collocandole nel contesto ecclesiale e politico degli anni del post concilio, dell’esplosione del sessantotto, del referendum sul divorzio fino all’avvio della normalizzazione che segna la fine di un periodo di mobilitazione e partecipazione sociale e politica di massa senza precedenti per il sud. Marco vive intensamente, dall’interno delle Comunità cristiane di base, l’intreccio fra contestazione ecclesiale, e l’impegno politico.

Delle Comunità, però, non condivide la scelta di non privilegiare nessuno dei partiti della sinistra, assunta come riferimento ideale di lotta per la giustizia sociale, e si pone in sintonia con le rivendicazioni del partito radicale, al cui interno matura la consapevolezza e la dichiarazione della propria omosessualità. Questa scelta e la durezza della repressione ecclesiastica allontano da lui molti simpatizzanti, anche fra i preti che hanno condiviso le sue scelte, consentendo alla curia la riconquista della chiesa del Sacro Cuore con l’intervento dei carabinieri.

Marco lascia Lavello, lo stato sacerdotale e la Chiesa per iniziare una seconda vita da gay impegnato a offrire le sue indubbie capacità organizzative e di animatore per costruire all’interno dell’Arci un movimento in cui raccoglie, superando gravi difficoltà, i gruppi di gay sparsi per l’Italia: nasce l’Arcigay.

Quando, però, il movimento si è rafforzato e si giunge alla formalizzazione della sua struttura organizzativa a presiederla non sarà Marco, che anzi se ne allontana forse anche perché si scopre malato. Dopo qualche anno e un periodo di ripensamento, introdotto da don Luigi Di Liegro, responsabile della Caritas romana, va a vivere a Roma presso la parrocchia di San Cleto dove eserciterà il ministerro sacerdotale nel quale è stato reintegrato.

Altrettanto puntuale e articolata è la narrazione di queste altre fasi della sua vita da parte dell’autore che aggiunge un ultimo capitolo con testi di Marco ricavati dalle sue prediche e dai suoi interventi in convegni, con articoli pubblicati sui periodici da lui stesso curati per conto delle Comunità di base lucane, prima, e dell’Arcigay, poi.

Aggiunge anche le testimonianze di amici e della sorella Anita che sono una ricca fonte di dati e impressioni utili a ricostruire una personalità così particolare come quella di Marco di cui non è facile individuare una coerente unità.

Lo stesso autore si domanda Qual è il vero Marco Bisceglia? Quello che si dona al mondo, che appartiene a una comunità, che non sa immaginarsi se non politicamente, come homo publicus o quello che degli ultimi anni in cui appare ripiegato sul proprio io? Riconosce, però, che il giusto atteggiamento nei confronti della esistenza di don Marco non è quello di porsi domande: la vita stessa di Bisceglia rimane un interrogativo.

Qualche indicazione per una risposta la confida all’autore in una lunga intervista Nichi Vendola, che gli fu grande amico nel periodo di permanenza all’Arci: c’è un cosa che cuce le vite di don Marco e le colloca sullo stesso piano è quest’ansia di verità, per cui lui è sempre estremo in quello che fa. E’ estremo nella rottura, è estremo nel ricongiungimento.

Un’altra indicazione si ricava da un suo scritto di quel breve tempo fra la fine dell’esperienza nell’Arci e il “rientro”, in cui, nel fare il bilancio del suo “dissenso” ecclesiale, nulla rinnegando propone una sua lucida interpretazione dei fatti che l’hanno caratterizzato, delle cause del suo fallimento delle sue e delle altrui responsabilità.

Mentre l’interrogativo resta, è certo, però, che la narrazione dello svolgersi di queste sue vite offre occasione e materiale per rileggere mezzo secolo di storia della società italiana nel suo intrecciarsi fra vita ecclesiale e dinamiche politiche, in un inedito conflitto fra spinte innovative e forti resistenze conservatrici. Marco Bisceglia l’ha vissuto intensamente dalla parte del cambiamento diventando, con la sua scelta finale, testimone al tempo stesso del fallimento dei progetti “rivoluzionari”e della rassegnazione dei loro protagonisti.

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