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Tunisia, è parità di genere

Toni Ferigo *
www.riforma.it

L’immagine dei membri dell’Assemblea costituente tunisina festanti attorno alla bandiera nazionale era, lunedì 27 gennaio, sulla prima pagina di molti giornali nel mondo arabo. Dopo due anni di aspre discussioni e con un anno di ritardo rispetto al previsto, la Tunisia ha una nuova Costituzione, che sostituisce quella del 1957 di Bourghiba, una delle più avanzate tra quelle dei paesi usciti dal colonialismo. Anche questa volta – sottolineano diversi commenti – la Tunisia fa eccezione, rispetto ai paesi arabi, per una tradizione costituzionalista, di cui i suoi cittadini sono fieri, risalente al 1861, quando fu promulgata una Costituzione dal partito guida della lotta per l’indipendenza. Mi è capitato, con non poca sorpresa, di sentire citare Aristotele e il suo elogio della cosiddetta Carta di Cartagine di migliaia d’anni fa.

Nella notte di domenica 26 gennaio i 149 articoli sono stati votati a larga maggioranza (200 voti a favore, 4 contrari, 12 astensioni) dall’Assemblea nazionale costituente, eletta nell’autunno 2011, nella quale il partito islamista, Enhada, conta il 35% dei seggi. Risultato non scontato, dopo la rottura nell’estate 2013, quando il blocco democratico-laico, all’opposizione, aveva lasciato per protesta i lavori assembleari.

L’inizio era stato promettente. Un comitato di giuristi, di avvocati delle associazioni diritti umani e di rappresentanti delle regioni – presieduto da Yahd Ben Achur, intellettuale rispettato – aveva elaborato una prima traccia della nuova Costituzione e un codice elettorale sulla cui base furono convocate le elezioni nell’ottobre 2011. Purtroppo l’Assemblea eletta vanificò gran parte del lavoro del comitato. Infatti l’elaborazione, di basso livello, produsse un primo testo, che subì numerose stesure, dovute alla scarsa cultura giuridica di molti membri dell’Assemblea, e condusse all’arresto dei lavori della Costituente. L’assassinio di un rappresentante del blocco laico-democratico, attribuito a frange fondamentaliste, tollerate da Enhada, la comparsa di gruppi terroristi al confine con l’Algeria, la crisi economica, manifestazioni e scioperi crearono un clima di estrema tensione con il governo. L’Associazione per i diritti umani e quella per diritti delle donne, fanno della nuova Costituzione un punto di mobilitazione permanente. Si organizzano meeting, si promuove un tavolo per il dialogo, si contattano i membri dell’Assemblea disposti a trovare soluzioni unitarie. Anche le associazioni imprenditoriali e il sindacato Ugtt premono per un cambio politico.

Si forma dunque un nuovo governo. In Enhada si apre una discussione tra la componente moderata e quella che non vuole rompere con gli estremisti. Il fallimento dei fratelli musulmani egiziani ha influito sulla vicenda tunisina, ma l’esercito tunisino non manifesta ambizioni politiche, né si presta alla repressione. Alla fine, le istituzioni politiche hanno dovuto seguire la road map precedentemente fissata, e hanno varato la nuova costituzione, con l’appoggio di quasi tutte i partiti. La Tunisia, come ha detto il presidente dell’Associazione tunisina di Diritto costituzionale, ha scelto la via più difficile dell’elaborazione partecipativa di una Carta redatta sì da una assemblea, ma scritta più dalle componenti della società civile che dalle forze politiche. Risultato eclatante, se si guarda agli altri paesi della primavera araba.

Le elezioni, imminenti, diranno se le speranze nate nel 2011 saranno realizzate e se si creerà un rapporto positivo tra lo Stato e i cittadini. Intanto ogni forza rivendica il proprio contributo alla nuova Costituzione. Enhada, presente nel governo, (come gli islamisti) afferma di aver assolto alla missione affidatagli dal voto dell’ottobre 2011. Per Amer Laarayedh, moderato di Enhada, «La Costituzione nasce con un largo consenso, un pilastro per la pluralità politica essenziale nella costruzione della nuova repubblica democratica» .

Per l’opposizione, che ha pagato l’alto prezzo dell’assassinio di suoi dirigenti, è stato il movimento sociale, le sue manifestazioni antigovernative, che ha messo in moto che le cose. La deputata Karima Souid dichiara a un giornale algerino che l’islamismo politico è stato sconfitto, nell’estate 2013, con le conseguenti dimissioni del governo, «Perché questo fallimento sia definitivo occorre ora dare risposte alla domanda sociale. Per questo le prossime elezioni si devono svolgere in un clima democratico con nuove regole: finanziamento trasparente innanzi tutto».

Per Amina Guellafi di Human Rights Watch, «la nuova costituzione contiene punti importanti per la difesa diritti umani, come l’istituzione di una Corte costituzionale, base solida contro le violazioni dei diritti, e il nuovo processo per la nomina dei giudici. Per Bochra Hmida, fondatrice dell’Associazione tunisina donne democratiche, «l’art. 45 risponde alle rivendicazioni delle associazioni femministe, in particolare il principio di eguaglianza e la parità e la responsabilità dello Stato a prendere le disposizioni necessarie contro la violenza sulle donne».

Vi sono, tuttavia, punti non condivisi dalla Tunisia laica e quindi da «interpretare». Anche se gli islamisti hanno rinunciato a iscrivere la Shaaria nella carta, i riferimenti alla religione sono numerosi. La Costituzione è scritta «nel nome di Dio clemente e misericordioso». Si afferma «l’attaccamento del nostro popolo agli insegnamenti dell’Islam» (art. 1); si ribadisce che «la Tunisia è uno Stato libero, indipendente e sovrano e l’Islam è la sua religione». Lo Stato garantisce la libertà di religione e di coscienza ed elimina, come richiesto dai laici, il reato di apostasia, ma interdice ogni « attentato al sacro» (art. 6).

Le acquisizioni più importanti della nuova Costituzione sono le seguenti: la parità di genere nelle assemblee elettive (eccezionale nel mondo arabo); l’eguaglianza tra «cittadini e cittadine»; la libertà di stampa, di espressione, di associazione, di sciopero. Iscritta nella Costituzione, malgrado l’opposizione di diversi deputati, è anche la libertà di coscienza e di religione. In cauda venenum: nonostante numerose richieste, non viene abolita la pena di morte.

* già sindacalista e segretario della Federazione internazionale dei metalmeccanici, esperto di problemi internazionali

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