Home Europa e Mondo Centrafrica: “la pace non basta, bisogna tornare a saper vivere insieme”

Centrafrica: “la pace non basta, bisogna tornare a saper vivere insieme”

Matteo De Fazio e Diego Meggiolaro
www.rbe.it  (Radio Beckwith evangelica)

Ospiti in trasmissione Veronique Viriglio (giornalista dell’agenzia stampa MISNA), Oundagnon Basso Bertin (Vice-président Eglise protestante Christ-Roi du Centrafrique, la chiesa riformata del paese – l’interview est aussi disponible en français) e Ombretta Pasotti (coordinatrice medico di Emergency a Bangui).  Veronique Viriglio ha fornito un quadro generale del paese e delle violenze dell’ultimo anno. Oundagnon Basso Bertin ha raccontato la visione di un leader religioso impegnato nella ricerca di una pacificazione, mentre Ombretta Pasotti ci ha raccontato i termini dell’emergenza umanitaria in corso nel paese.

Tutti concordano su di un punto: non si tratta di un conflitto religioso ma politico.  Oundagnon Basso Bertin (di cui a fondo articolo si può leggere l’integrale dell’intervista) ha poi colto l’occasione per lanciare un appello alle chiese e alle ONG impegnate a risolvere la crisi:

Portare la pace non basta. Bisogna aiutare le persone a riprendere la propria vita, la propria attività, ad uscire dalla povertà, ritornare autonomi. Dopo aver ristabilito la calma e la pace, bisogna lavorare per far re-imparare tutti a vivere insieme.  Il ruolo delle chiese deve andare in questa direzione.

Anche Ursula si è occupata del caso, con un’intervista a Rosella Miccio (Responsabile dell’ufficio umanitario di Emergency) che ha fornito un quadro sull’azione di Emergency in Centrafrica e di come sia cambiata nell’ultimo anno.

L’instabilità nel paese è iniziata a fine 2012 quando le forze Seleka, a prevalenza musulmana hanno lanciato un’offensiva culminata nella presa del potere pochi mesi dopo, nel marzo 2013. Una volta al governo i Seleka hanno compiuto massacri, esecuzioni, stupri, torture, distruzioni di massa dei villaggi a maggioranza cristiana. Dopo 10 mesi di governo le forze Seleka si sono ritirate e le milizie anti-Balaka hanno preso il controllo del territorio, con ulteriori ritorsioni, massacri e torture.

Secondo un recente rapporto di Amnesty International, la forza internazionale dipeacekeeping – 5500 soldati dell’Unione africana e da 1600 soldati francesi – non sarebbe in grado d’impedire la pulizia etnica in atto contro la comunità musulmana nell’ovest del paese da parte delle milizie anti-Balaka. L’accusa di Amnesty è ancora più dura: ipeacekeeper dispiegati nel paese sarebbero stati riluttanti a contrastare le milizie anti-Balaka e a proteggere la comunità musulmana.

Gran parte della popolazione musulmana ha lasciato le proprie abitazioni e i pochi rimasti hanno cercato riparo in chiese e moschee. Proprio i leader delle diverse religioni del paese – il cui mosaico delle fedi è 80% cattolico, 10% mussulmano e 10% protestante – sono in prima linea per ribadire che non si tratta di un conflitto religioso e per evitare che il paese scivoli in quel baratro.

A Baoro, una città nel nord-ovest, una parrocchia cattolica ospita più  di 2.000 musulmani che non possono fuggire. Un gruppo di suore cattoliche nella città di Bossemptele offre riparo a più di 500 musulmani, fornendo cibo, acqua e medicine.

“Ora è il momento per [le persone] di buona volontà di alzarsi e dimostrare la forza e la qualità della loro fede” dice alla BBC il reverendo Xavier Fagba, prete a Baoro.

Una delle ragioni per cui i musulmani possono rifugiarsi  nelle chiese è perché i leader religiosi del paese ritengono che questo non sia un conflitto religioso, ha detto il reverendo Nicolas Guerekoyame-Gbango, presidente dell’Alleanza delle Chiese Evangeliche in Repubblica Centrafricana.

Lunedì 20 gennaio il parlamento della Repubblica Centrafricana (il Consiglio di Transizione Nazionale), ha eletto il suo nuovo presidente ad interim: Catherine Samba-Panza, 58 anni, sindaco della capitale Bangui, prima donna nella storia del paese a ricoprire l’incarico di presidente.

Ripercorriamo brevemente come si è giunti a questo conflitto

Prima del conflitto la vita nella Repubblica Centrafricana era un po’ come dappertutto in Africa: puntinata dai piccoli problemi quotidiani, ma tutte le comunità vivevano in armonia. I cristiani, i non cristiani e le altre religioni, poveri e ricchi, vivevano in modo pacifico, ognuno nella propria comunità. C’erano agricoltori, allevatori, artigiani, piccoli commercianti e tutti vivevano insieme nella stesso villaggio o nella stessa città.

Le crisi politico militari, in realtà sono iniziate intorno al 1996, con dei periodi di calma e altri più caldi, ma nel 2013 abbiamo conosciuto un livello di crisi mai visto prima. Da quel momento ogni comunità ha iniziato a richiudersi in se stessa, considerando gli altri come nemici: gli animisti hanno iniziato a considerare i mussulmani come responsabili dei conflitti, i mussulmani se la sono presa con i cristiani e così via. Il clima di pace precedente è tristemente scomparso.

Che ruolo hanno avuto le formazioni politiche interne al paese?

Fino al 1993 i responsabili del paese sono stati eletti in modo democratico. Da lì in poi le difficoltà nella gestione del potere si sono fatte sempre più grandi. Ribellioni, sollevamenti di frange dell’esercito che rivendicavano posizioni politiche e che si aggiungevano alla miseria della popolazione. Quest’ultima si è resa conto che i capi dei governi non si occupavano del benessere del paese, i servizi e le condizioni di vita quotidiane non miglioravano, e questo ha creato disillusione.

Nelle rare volte in cui se ne parla, il conflitto nella Repubblica Centrafricana viene spesso descritto come a sfondo religioso. Lei cosa ne pensa?

Grazie, questo mi da l’occasione di dire con forza, così come farebbero altri responsabili religiosi, che non si tratta per nulla di un conflitto religioso. Non è una guerra tra le comunità mussulmana e cristiana e per capirlo basta guardare da vicino i gruppi che sono in conflitto. Gli Anti-Balàka, ad esempio, sono spesso identificati con i gruppi cristiani. Ma non hanno niente a che fare con i cristiani, nelle loro azioni: hanno pratiche magiche  con l’uso di feticci che non c’entrano col cristianesimo, ma soprattutto, nessuno ha dato loro mandato (né pastori, né preti, né arcivescovi o chiunque sia) per andare a combattere la ribellione contro Seleka. Ci sono persino molte vittime cristiane da parte di queste milizie. Quando il gruppo musulmano Seleka era al potere, non perseguitava i cristiani. Certamente, i cristiani hanno subito delle ingiustizie: persino io, personalmente, ho subito delle rapine da parte dei Seleka, hanno preso un’autovettura e molte cose negli uffici della Chiesa. Ci sono state vittime da tutte le parti per mano di tutte le fazioni. Dunque parlare di conflitto religioso è sbagliato.

Con quali parole descriverebbe la crisi umanitaria in Centrafrica?

Una crisi che non avevamo mai conosciuto con questa forza e che ha portato ad enormi problemi umanitari. Ci sono persone che non hanno riparo, che dormono sotto gli alberi. Le persone spesso non si possono curare, non ci sono medicine negli ospedali, non ci sono più posti negli ospedali. I bambini muoiono di diarrea o di malaria e altre patologie facili da curare, ma visto che non ci sono i medicinali tutto è più difficile, soprattutto nelle periferie e lontano dalle città. Oltre al problema sanitario, l’emergenza è anche a livello alimentare: le persone trovano difficilmente da mangiare, i contadini non vanno più ai campi, perché hanno paura di essere uccisi. Dunque non possono rifornire le città di alimenti: in questo modo, a Bangui, la capitale, per esempio, il cibo è carissimo. Tutto il cibo che c’è, viene da fuori, e costa. Gli aiuti umanitari hanno portato del cibo, riso, fagioli, sale, distribuiti nei vari centri che aiutano un po’ la popolazione. In più c’è una crisi abitativa: la maggior parte delle persone si è ritrovata con la casa distrutta e non sa dove dormire. Soprattutto in provincia e lontano dalle città. Gli sforzi fatti, anche a livello di aiuto umanitario sono enormi. Ma non bastano.

Le notizie che abbiamo parlano anche di numerosi campi profughi nel paese…

Ci sono una cinquantina di campi profughi nei dintorni di Bangui: le persone che lasciavano le loro case sono state obbligate a rifugiarsi nelle chiese, soprattutto in quelle cattoliche. Poi ci sono i campi protetti dalle forze estere, come il grande campo vicino all’Aeroporto, scortato dai militari francesi, che ospita centinaia di migliaia di persone. All’inizio questi campi avevano situazioni di ospitalità inumane, l’arrivo di un gran numero di persone tutte insieme le aveva obbligate a dormire all’aperto, tra i loro escrementi; c’è voluto molto tempo e organizzazione per fornire anche solo dei piccoli ripari, per stare al coperto dalla pioggia ma anche dal sole. Infatti siamo in stagione secca, ma abbiamo avuto una piccola parentesi di stagione delle piogge. E stato un disastro in un campo profughi quasi improvvisato.

C’è voluto molto tempo anche perché la forza internazionale e l’aiuto umanitario si organizzassero. Gli aiuti ora ci sono, così come un po’ di cibo, ma non basta. L’emergenza è ancora reale. La situazione non migliora e quando sembra calmarsi gli scontri ricominciano. Ieri mattina ci sono stati ulteriori scontri, e molte altre persone hanno dovuto fuggire dalle loro case. Teniamo conto che tutte questi dati arrivano dalla città di Bangui, che è la capitale. Non osiamo neanche pensare la situazione della provincia, da dove le informazioni sono molto più approssimative.

Si è anche sentito parlare dell’uso di bambini soldato.

L’Unicef ha fatto un grande lavoro per tentare di identificare questi bambini, ed effettivamente sono molti i bambini che sono stati arruolati nei differenti gruppi. Anche qui ci sono stati degli sforzi per tentare di recuperarli, ma non hanno ancora dato dei risultati soddisfacenti. La difficoltà sta nel trovare dei centri per accoglierli e dei modi di ri-donargli un educazione e liberarli da quello che hanno vissuto durante il loro arruolamento nelle differenti milizie. Ma è difficile anche solo trovarli e definirne il numero, ancora prima di identificarli.

Di quale tipo di politica internazionale ha bisogno oggi il Centrafrica? 

Per risolvere la situazione ci va l’aiuto degli altri Paesi, dei governi e delle varie organizzazioni che hanno esperienza nei processi di riconciliazione tra comunità e nel campo della cura psicologica, della guarigione dei traumi, dell’accompagnamento delle persone: portare la pace non basta. Bisogna aiutare le persone a riprendere la propria vita, la propria attività, ad uscire dalla povertà, ritornare autonomi. Dopo aver ristabilito la calma e la pace, bisogna lavorare per far ri-imparare tutti a vivere insieme. Questo è l’appello che lancio personalmente, attraverso di voi. Il ruolo delle chiese deve andare in questa direzione. Ma anche quello delle ONG e dei Governi. Non guardare solo all’emergenza umanitaria, ma guardare anche più in la, a lungo termine. Solo così si potrà davvero restituire la vita alle persone.

Se non vi sarà un intervento incisivo quale futuro avrà il paese?

La conseguenza immediata sarà la divisione del Centrafrica: il nord si separerà dal resto del paese. La comunità mussulmana che è stata l’oggetto negli ultimi giorni delle persecuzioni, rischia di non sentirsi più parte del paese, ed aver l’intenzione di creare una nuova comunità. Questo creerà nuovi conflitti e problemi. La popolazione non potrà mai conoscere una vita serena, uno sviluppo armonioso, e si allontanerà sempre più il diritto di vivere in pace, in sicurezza, di potersi occupare dei propri figli e del proprio benessere. Questo è davvero il rischio più grande.

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