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L’iceberg della pedofilia di G.Franzoni

Giovanni Franzoni
Confronti, marzo 2014

Molti parlano della «tolleranza zero» di Benedetto XVI contro la pedofilia del clero: si afferma che, sotto di lui, è cessata la prassi di evitare lo scandalo rimuovendo il colpevole dell’abuso senza però che fosse interessata la magistratura e che l’informazione passasse sui media. La realtà è ben diversa: infatti, fu proprio ad opera del cardinal Ratzinger, quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che si dava ai vescovi il consiglio di coprire gli scandali e di evitare procedimenti penali davanti alla magistratura. La disposizione veniva da Giovanni Paolo II, anche lui, a sua volta, responsabile di occultamenti di violenze sessuali su minori compiute da personalità di alto livello, come il cardinale Hans Hermann Groër, arcivescovo di Vienna; il quale nel 1995 fu costretto alle dimissioni non per disposizioni provenienti dal papa, ma per le pressioni degli altri vescovi austriaci e dell’opinione pubblica.

A livello di Chiesa universale gli scandali emersero non per lo zelo del cardinal Ratzinger, e tanto meno per quello di papa Wojtyla, ma perché negli Stati Uniti alcuni familiari dei minori abusati dal clero avevano cominciato a fare manifestazioni intorno alle sedi episcopali e ad affidare a degli avvocati cause di risarcimento che furono costantemente vinte dalle parti lese, e costarono cifre altissime alle diocesi interessate.

Dato che la canonizzazione di Giovanni Paolo II è ormai in calendario per il 27 aprile di quest’anno, la cosa si è andata «mimetizzando», trasformando i complici delle coperture in protagonisti della «tolleranza zero» nei confronti degli abusanti. Ma, a rompere l’incanto, è arrivata a sorpresa una denuncia del Comitato dell’Onu per i diritti dei minori. L’accusa nei confronti della Chiesa cattolica è pesantissima, perché parla di migliaia di abusi; tuttavia, mi sembra, eccede nel metodo, perché mescola questa accusa con altre manifestazioni di sessuofobia nella dottrina ufficiale della Chiesa di Roma a proposito di aborto, contraccezione, unioni gay… Così agendo, il Comitato ha offerto su un piatto d’argento l’alibi di cui si sono avvalse le autorità vaticane per respingere, o minimizzare, il suo responso. Forse sarebbe stato meglio non mescolare il tasto dolorosissimo della pedofilia con altre tematiche, che comunque potrebbero anch’esse essere oggetto di discussione.

Ma poniamoci la domanda: dove è veramente manchevole la disciplina – che viene presentata come innovativa – della Chiesa cattolica in materia di pedofilia? Intanto – per limitarci all’Italia – i vertici della Cei non impongano ai vescovi di deferire alla magistratura i preti presunti pedofili. Eppure, essendo la violenza sessuale su minori un reato previsto dal codice penale, potrebbero procedere parallelamente sia l’indagine (e l’eventuale riabilitazione) da parte del magistrato sia quella (probabilmente anche con altre motivazioni più religiose) da parte del superiore del chierico abusante.

L’altra cosa che manca, nell’attuale metodologia vaticana anti-abusi, è una ponderata ed efficace prevenzione. Ricordo che ai tempi del Concilio a Cuernavaca, in Messico, sotto la saggia attenzione del vescovo Sergio Mendez Arceo, in un monastero benedettino il priore, dom Gregorio Lemercier, aveva instaurato la prassi di sottoporre i novizi, oltre che alla tradizionale formazione spirituale, anche a un percorso di psicanalisi. Il nunzio apostolico, scavalcando il vescovo locale, denunziò la vicenda a Roma, anche perché scandalizzato dal fatto che lo psicanalista fosse una donna. Su quella vicenda, un giorno l’abate primate dei benedettini, Benno Gut, mi disse confidenzialmente: «Si è fatto molto rumore sull’esperienza di Lemercier a Cuernavaca, ma debbo francamente dire che, visitando quella comunità, potei constatare che veramente una metà dei candidati se ne andavano convinti di avere sbagliato a entrare in monastero, ma la metà che era restata aveva dato luogo ad una famiglia monastica raramente constatabile nell’ordine benedettino». Tuttavia, il priorato di Cuernavaca fu sciolto e Lemercier fu espulso. Eppure io penso che sarebbe opportuno riprendere un’esperienza di quel tipo.

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