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Monoteismi e violenza religiosa di D.Gabrielli

David Gabrielli
Confronti, marzo 2014

Accusare i monoteismi di essere, di per sé, intrinsecamente, generatori di violenza, ci appare una posizione ideologica discutibile; dimentica, del resto, le molte violenze commesse anche da politeisti, e da atei. Ma altrettanto labile ci sembra l’affermazione contraria, sia considerando i monoteismi in generale (in particolare l’islam) che quello che si rifà al messaggio di Gesù. È questa la riflessione cui ci induce «Il monoteismo cristiano contro la violenza», un testo della Commissione teologica internazionale preparato negli anni 2009-13 da una sottocommissione di dieci teologi della Cti – tra essi l’italiano Pierangelo Sequeri – e contestualmente discusso dalla plenaria dello stesso organismo e da essa infine approvato nel dicembre 2013 e, con l’esplicita approvazione di monsignor Gerhard Ludwig Müller (prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e cardinale dal 22 febbraio scorso), pubblicato nel gennaio 2014. Scopo dichiarato dello studio era di approfondire «alcuni aspetti del discorso cristiano su Dio, confrontandosi in particolare con la tesi secondo la quale esisterebbe un rapporto necessario fra il monoteismo e la violenza».

Non è questa la sede per riferire adeguatamente, con le necessarie sfumature e con le ampie argomentazioni, un testo di 74 pagine; ci limitiamo perciò a citarne pochi passaggi essenziali per dirne lo spirito. «L’occasione immediata di questa chiarificazione [decisa dalla Cti] è la teoria, diversamente argomentata, secondo la quale esiste un rapporto necessario fra il monoteismo e le guerre di religione. La discussione intorno a questa connessione ha messo in evidenza non pochi motivi di fraintendimento della dottrina religiosa, tali da oscurare l’autentico pensiero cristiano dell’unico Dio». E ancora: «La nostra riflessione intende proporsi in chiave di argomentata testimonianza, non di contrapposizione apologetica. La fede cristiana, in effetti, riconosce nell’eccitazione alla violenza in nome di Dio la massima corruzione della religione. Il cristianesimo attinge questa convinzione dalla rivelazione dell’intimità stessa di Dio, che ci raggiunge mediante Gesù Cristo. La Chiesa dei credenti è consapevole del fatto che la testimonianza di questa fede chiede di essere onorata da un atteggiamento di conversione permanente: che implica anche la “parresia” (ossia la coraggiosa franchezza) della necessaria autocritica». E infine: «La rivelazione iscritta nell’evento di Gesù Cristo, che rende universalmente apprezzabile la manifestazione dell’amore di Dio, consente di neutralizzare la giustificazione religiosa della violenza sulla base della verità cristologica e trinitaria di Dio».

Il testo, sembra a noi, semplifica troppo la storia della Chiesa e delle Chiese, con un atteggiamento apologetico che, smentito a parole, grava invece sull’impianto stesso del documento. Esso, infatti, salvo vaghissimi accenni a stridenti contraddizioni tra il messaggio di Gesù e certe prassi violente delle Chiese per affermare la verità cristiana, evita accuratamente di addentrarsi, come per la logica intrinseca del discorso avrebbe invece dovuto fare, su come e perché per molti secoli il magistero papale e conciliare della Chiesa romana abbia legittimato e, anzi, spesso ordinato, in nome di Dio, la punizione e anche il rogo degli «eretici», cioè di quante e quanti intendevano la fede cristiana in modo diverso, o confliggente, con la «ortodossia» ufficiale. Non furono «deviazioni» marginali o circoscritte; al contrario, fu il papato e furono Concili che, pur monoteisti devoti, trovarono doverosa e santa la violenza in nome di Dio per proclamare verità a loro parere fondate su Dio e difendere la Societas christiana. La stessa ostinata opposizione al principio della libertà religiosa – malgrado che questo, nella modernità, fosse a poco a poco sempre più affermato dall’intellighenzia laica – che ha caratterizzato per secoli il magistero papale, fino alla conversione radicale avvenuta al Concilio Vaticano II, dimostra come il proclamato monoteismo non abbia impedito quasi una ecclesiastico. Rebus sic stantibus qualcuno potrà consolarsi notando che i componenti dell’attuale Cti furono scelti da Benedetto XVI. In futuro, con la Commissione rinnovata da papa Francesco, tutto sarà diverso? Vedremo; e volentieri riferiremo.

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