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Rigurgiti di feroce misoginia

Angela Giuffrida
www.womenews.net

I rigurgiti di feroce misoginia cui sovente siamo costrette ad assistere, come quello che si è verificato contro la Presidente della Camera, mostrano l’illusorietà della convinzione delle donne di poter condividere con gli uomini il governo delle comunità umane alla pari e a tutti i livelli.

L’estensione del fenomeno, la sua frequenza e l’aggressività che lo contraddistingue rendono poco credibili i tentativi, per lo più maschili, di ridurlo a singoli casi isolati da attribuire ad individui immaturi, coinvolti in situazioni stressanti.

Corretta appare, invece, la tesi che vede nella tenace cultura maschilista il terreno fertile di cui si nutrono i barbari comportamenti di cui sopra, peccato che si tenda spesso a considerarla un dato assoluto non derivante da alcunché e, anche quando se ne coglie la derivazione maschile, si preferisca parlare di problemi affettivi – nodi ancestrali irrisolti nella relazione madre-figlio, mancata accettazione dell’escalation femminile etc. – senza sfiorare mai il livello cognitivo. Eppure che un’emotività “primitiva” non sostenga un adeguato sviluppo mentale dovrebbe essere oramai una stabile acquisizione.

Il maschio umano proietta sulla donna l’istanza di una sessualità vissuta come mero sfogo che richiede un oggetto, non una partner, perché non ravvisa in lei un soggetto complesso e autonomo. La mente che mette in scena spettacoli tanto ignobili rivela la propria costitutiva debolezza, perciò non umilia le donne ma gli uomini, tanto più che tale defaillance si estende anche all’altro uomo e struttura in toto le società androcratiche.

Difatti il loro fondamento e il fine che perseguono, rispettivamente lo sfruttamento delle attività di cura e il dominio, presuppongono la cosificazione dell’altra/o. L’universalità e la ripetitività di tali caratteri, oggi più che mai evidenti, depongono per l’attribuzione alla mente maschile della confusione – tanto insensata quanto pericolosa – tra persona e cosa, tra vivente e non vivente. Che essa non trovi giustificazione, come si fa di solito, nell’egoismo, si evince dal fatto che la reificazione si trasforma spesso in un boomerang per chi la agisce, cosa più evidente quando l’oblio della vita porta ad intaccare la trama di nessi che i viventi hanno ideato per rendere ospitale il pianeta.

Inoltre l’egoismo è un “affetto” e ormai sappiamo che la dimensione affettiva e quella cognitiva non sono separabili. Il corpo vivente può pensare unicamente perché è in grado di sentire: l’affettività permette e sostiene lo sviluppo dell’attività conoscitiva, la quale sostiene a sua volta lo sviluppo emotivo. L’organismo è un tutt’uno, è la mente analitica maschile che lo fa a pezzi, facendogli smarrire la sua integrità. Non più soggetto perché ridotto a cosa, anzi ad un miscuglio di cose, egli diventa oggetto privilegiato di aggressioni distruttive.

La teoria del corpo pensante attribuisce all’inesperienza nel campo della riproduzione e cura della vita la parzialità dello sguardo maschile, una debolezza in buona parte superabile in comunità a guida femminile, centrate sul vivente e finalizzate al suo sostentamento e alla sua evoluzione.

Però, malgrado la mia teoria riceva dalla sua pubblicazione quasi quotidianamente conferme autorevoli dalle ricerche scientifiche e da altri studi che prendono in considerazione a vario titolo le differenze tra donne e uomini, malgrado i suoi assunti siano validati ad ogni istante dalla palese irrazionalità delle scelte maschili in tutti i campi, non emerge ancora la consapevolezza femminile circa la matrice concettuale del disastro planetario innescato dagli uomini.

Eppure una decisa presa di coscienza porterebbe le donne a riconoscere l’esistenza di un proprio assetto cognitivo più adatto a governare le comunità umane perché funzionale alla vita.

Ciò trasformerebbe l’umiliazione, la rabbia, la denuncia, pur legittime, in forza propositiva e autorevolezza, necessarie per riportare gli uomini dal mondo finto in cui vivono alla realtà, per responsabilizzarli e offrire a loro, a se stesse e a molte altre specie la possibilità di avere un futuro sulla terra.

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