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Il Tetto compie cinquanta anni

Pasquale Colella

A fine dicembre 1963 usciva, dopo riflessioni e difficoltà
molteplici interne ed esterne, il primo numero de «il tetto»
che rappresentava una novità anche se il gruppo promotore
proveniva principalmente dall’esperienza biennale di
«Quarta Generazione» in quanto, come si può desumere
dall’editoriale del primo numero che ripubblichiamo integralmente,
la nostra rivista senza ripudiare il passato voleva
essere nella continuità qualcosa di diverso e soprattutto di
autonomo.

Come indicava anche il titolo della rivista, il nostro intento
primario era quello di fare conoscere, diffondere ed
approfondire gli orientamenti del Concilio Vaticano II che,
dopo la morte di Giovanni XXIII, stava per riprendere il suo
cammino di rinnovamento e di riforma della Chiesa Cattolica,
operazione che a Napoli costituiva occasione per superare
silenzi, elusioni, riduzionismi di ogni genere e soprattutto
paure ed incertezze scaturenti dalla volontà di applicazione
del consunto principio nel «quieta non movere».

Allo stesso tempo essere allora giovani appena laureati
ed inizialmente coinvolti nelle professioni e nei concorsi era
nostra intenzione riflettere e soffermarci sulla «questione
meridionale» ed in specie sui problemi di Napoli e della
Campania tenendo presenti i limiti delle politiche e delle
culture dominanti e soprattutto le carenze delle forze politiche
occupate prevalentemente a gestire strumentalmente
il potere, il sottopotere, la corruzione. Tale proposito che
nasceva anche dall’insoddisfazione derivata da molti di noi
sulla attività delle organizzazioni cattoliche e dei partiti politici che aveva determinato il nostro esodo o allontanamento
dagli stessi. Insomma l’esigenza di volere essere autonomi
diveniva più urgente considerando anche le esperienze
tentate negli anni cinquanta del Novecento da «testate
più autorevoli e più collaudate quali «Cronache Meridionali
» cogestite dal P.C.I. e dal P.S.I. meridionali e «Nord
e Sud» fondato e diretto da Francesco Compagna che o cessavano
di uscire oppure, specie dopo la pubblicazione del
volume «Napoli dopo un secolo» edito nel 1961, prendevano
la strada di collaborazione con i poteri di governo sino a
concludersi dopo circa un decennio nella cessazione della
attività.

Questa premessa era necessaria per ricordare le nostre
origini, anche se non vogliamo fare un bilancio della nostra
esperienza che si è svolta in questi cinquanta anni che non
sono passati invano e che hanno consentito da un lato la fedeltà
alle intenzioni originarie e d’altra parte hanno permesso
di seguire le trasformazioni e le valutazioni dei tempi
e degli eventi; si tratta infatti di novità e differenze che
hanno riguardato anche il nostro interno, caratterizzati a
volte da esodi, morti, fuoriuscite ed ingresso di nuovi aderenti,
fatti sempre significativi che mai hanno interrotto il
nostro cammino ed il desiderio di andare avanti. Malgrado
le crisi, le delusioni, gli errori, il crollo di tante speranze possiamo dire che due principi ci hanno sempre ispirati: il «non
mollare» che gli esuli di Ventotene ed in specie personaggi
come Ernesto Rossi indicava nel secondo dopoguerra e, «il
Mezzogiorno» che Luigi Sturzo già nel lontano 1920 a Napoli
indicava per sostenere l’autonomia dei credenti e non
credenti nelle scelte distinguendo la società civile da quella
religiosa, furono e sono valori che abbiamo sempre cercato
di seguire. Eravamo e siamo convinti infatti che si dovesse
essere liberi e coraggiosi nelle scelte onde non farci assorbire
da quel che Emmanuel Mounier chiamava «il disordine
costituito» tesi che rafforzava dopo la conclusione del secondo
conflitto mondiale cui seguiva l’indicazione profetica
(qualche anno prima della sua morte avvenuta agli inizi del
1950) della necessità che «in tempi di Apocalisse era necessario
vivere il Cristianesimo (e non solo) come Cristianesimo
di Apocalisse».

In questa prospettiva ci siamo mossi con «il nostro piccolo
guscio di noce» riuscendo a non essere passivi ed acquiescenti
e cercando con tutti i nostri limiti di realizzare
quel che Giuseppe Capograssi nella relazione introduttiva
svolta a Roma nel 1954 al congresso nazionale dell’Unione
dei Giuristi Cattolici Italiani che non a caso intitolava come
esigenza di rispondere «ai bisogni ed alle attese dell’individuo
contemporaneo».

Il nostro contributo in tal modo si svolgeva nel dialogo
sia al nostro interno sia al di fuori cercando di essere attenti
e di capire gli stimoli che le due società (civile e religiosa) si
ponevano sia perché sin dall’inizio la nostra rivista era
aperta a credenti e non credenti, a laici di diverse tendenze
ed anche a militanti nella sinistra, purché attenti ai problemi
religiosi così come noi eravamo sollecitati a non essere
spettatori dinanzi ai problemi ed alle trasformazioni
della società civile.

Non è infatti casuale che nel primo decennio abbiamo
affrontati i temi della fine dell’unità politica dei cattolici, del superamento dei concordati,del dialogo alla prova con il
mondo marxista specie italiano e successivamente ci siamo
battuti per la riforma del diritto di famiglia, in difesa della
legge sull’introduzione del divorzio in Italia, alle battaglie
per la pace nel mondo e nella lotta alla corruzione, alle violenze
e a tutte le forme di disuguaglianza ed imbarbarimento;
volevamo infatti lavorare con tanti nel garantire i diritti
fondamentali dei singoli e delle organizzazioni, convinti
che il progresso si radica sulle libertà e che le libertà
sono conquiste continuative in quanto le libertà non sono
mai donate e richiedono difese e sviluppi perché di libertà
non c’è n’è mai troppa.

Inoltre specie in quest’ultimo tormentate ventennio di
fine Novecento e di primo Duemila abbiamo cercato di difendere
la nostra Carta Costituzionale convinti che la Costituzione
italiana del 1948 non solo è valida ma, sia pure
con alcuni ritocchi, ci pone all’avanguardia e ci assicura
quel progresso e quello sviluppo dei singoli e dei gruppi convinti
che i fallimenti di riforme improvvide e di riformismi
avventurosi dimostrano la validità di un testo normativo che
continua da avere un significato non solo per noi ma anche
per la realizzazione di quella unione europea che si va faticosamente costruendo. Significativamente Giuseppe Dossetti
(non a caso uno dei più significativi autori della nostra
Carta) negli ultimi anni della sua vita proponeva a tutti
come dovere la difesa della nostra Costituzione anche se
«oggi siamo nella notte e dobbiamo vegliare ed essere vigilanti,
come facevano nel Medioevo i monaci dinanzi ai pericoli
delle invasioni barbariche, perché dopo la notte l’aurora
verrà, anche se tarda a venire».

In tal senso, senza enfasi e senza trionfalismi ma con un
pizzico di orgoglio ci sembra di potere dire che non siamo
dei sopravvissuti o dei reduci nostalgici e colpiti da molte
sconfitte ma ci sentiamo impegnati a continuare, attenti alle
novità per vivere la nostra avventura, tenendo presente che
l’economia ed il mercato non sono in grado assieme alla globalizzazione di risolvere i problemi umani che richiedono
l’osservanza di valori ed intenti di ben diversa levatura e che
esigono come nell’Ottocento già scriveva Antonio Rosmini
che oggi più che mai occorre «pensare e pensare in grande»
se vogliamo uscire per vincere le crisi che colpiscono tanto
la società civile quanto la società religiosa, tesi che oggi sta
cercando di indicarci Papa Francesco con un insegnamento
denso di speranze che non devono essere deluse.

«Il tetto» continua, augurandosi che il sostegno dei lettori
e degli amici ci aiuti a fare sì che la nostra voce faccia
parte del coro di quanti non sono caduti nella rassegnazione,
ma credono, sperano e vivono ricercando e non essendo
condizionati dalle memorie del passato che molti vogliono
cristallizzare; siamo convinti «opportune et importune
«che speranza e libertà sono il fondamento delle convergenze
e del dialogo per costruire un mondo che sia a misura
di ciascuno e che si sappia liberare dai vincoli delle teorie
del mercato e della globalizzazione in quanto le crisi attuali
si vincono sperando ed operando e insieme ricercando,
senza preclusioni e preconcetti, risposte adeguate.

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* «Il tetto» ricorda anzitutto il nucleo fondatore della rivista ed in particolare coloro che tuttora fanno parte della redazione e dei collaboratori, ma in particolare il nostro ricordo va con commozione a coloro che non sono più tra noi e che non dimenticheremo anche se purtroppo ci hanno preceduti nel segno della pace: essi sono Ciro De Luca, Mario Porzio, Marta Avitabile, Igino Cappelli, Federico Tortorelli, Alberto Dell’Agli, Fabio Mazziotti e Mario Borrelli ed insieme ad essi tutti coloro che hanno comunque collaborato con i loro scritti e contributi ai singoli numeri della nostra rivista (n.d.r.).

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