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L’8 tutto l’anno di G.Codrignani

Giancarla Codrignani
Adista Notizie n. 10 del 15/03/2014

Come sempre, il calendario aspetta l’8 marzo perché la società si occupi delle donne, pur senza mai capire che “fare festa” può significare mettere in piazza il cahier de doléance annuale. La tradizione se la cava con i soliti due fiori e un cioccolatino. Per “celebrare” basta rifarsi a recenti titoli di giornali. “Ricerca-choc sul capitale umano in Italia. Una donna vale la metà di un uomo”: davvero nessuno lo sapeva. “La famiglia non è più così naturale”: un’altra ovvietà, e non perché i gay e le lesbiche vogliono sposarsi e adottare, ma perché l’“istituto” comprende al suo interno reati intollerabili quali maltrattamenti, pedofilia e femminicidi. Infatti “Rapporto Ue, la violenza colpisce una donna su tre”, un altro titolo. “Legge 40, dieci anni sulla pelle delle donne” e intanto la fecondazione assistita aspetta ormai solo la sanzione della Consulta, dopo 28 interventi della magistratura e della Corte di Strasburgo. Non abbiamo parole quando veniamo a sapere che a Bellaria (Rimini) il Comune “celebra” la ricorrenza con due giorni di corsi di spogliarello per «migliorare la vita intima».

La stampa religiosa negli ultimi tempi parla come mai nel passato di “generi”, sessualità e donne (che brillano per assenza nel questionario presinodale sulla famiglia dove invece avrebbero dovuto esserci). In Israele lo spazio dedicato dai media al femminile non è molto, ma celebriamo un anno dalla rivoluzionaria sentenza della Corte Suprema che ha ammesso le donne al Muro del Pianto per la preghiera. Dal Vaticano escono a getto continuo richiami ad inserire donne nell’organizzazione (ha senso senza la concelebrazione?); ne reclamano la presenza nel governo della Chiesa illustri cardinali e monsignori che non si sa dove fossero (Kasper compreso) nei decenni precedenti papa Francesco. Certo non a studiare la teologia delle teologhe.

Sempre meglio della Somalia, dove clitoridectomizzano le bambine? Meglio dell’India dove le donne delle caste inferiori sono ancora più inferiori e il 90% delle dalit svuota latrine e fosse di escrementi dove manca la rete fognaria? Sempre meglio. Tuttavia il Partito del Congresso è presieduto da una donna, Sonia Gandhi, che sostiene la causa delle donne, ma non ha il potere di eliminare la misoginia che produce molestie, violenze, morte. Ed è sulla civiltà dei rapporti che l’8 marzo interpella.

In Italia è in carica il primo governo del 50/50. A distanza di decenni dalla contrapposizione tra femminismo di liberazione ed emancipazionismo storico, siamo arrivate alla “piena parità”? È stato certo un bel vedere al giuramento il pancione di Madia e Roberta Pinotti alla Difesa. Ma l’assenza di un Ministero delle Pari Opportunità significa per caso che la presenza politica dei corpi fa tutt’uno con l’accoglimento paritario della cultura e dei diritti delle donne? È presto per giudicare, ma c’è da temere che “la differenza” femminile porterà competenze omologanti, non innovazioni culturali, utili a tutti anche per superare con minori danni la crisi.

Nessuno infatti sa darsi ragione della rimozione della proposta avanzata dalle economiste di rinnovare il concetto, ormai concordemente giudicato inadeguato, di Pil, integrando alla produzione (che, da quando le macchine producono macchine, non sarà mai più quella di prima) la “riproduzione” intesa non come procreazione, ma come “cura”; insomma una transizione ad un sistema in cui prevalgano i servizi. Se il ruolo di Christine Lagarde, capo del Fondo Monetario, o di Janet Yellen, signora della Federal Reserve, è quello neutro-maschile, essere più brave a scuola non serve né a un genere solo né ai due “generi”.

Infatti, se la sfida è la competenza, le donne “comanderanno” sempre di più. Ma senza nuovi apporti di pensiero si adegueranno, almeno visibilmente, al modello unico, con tutti i limiti che contrappongono lavoro e affettività, gerarchia e democrazia. Rossana Rossanda in un contesto politico che riguardava normali vertenze sociali diceva che «non basta spezzare l’ordine simbolico per spezzare il potere».

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