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Palestina: il trauma della discriminazione e dell’umiliazione

Eleonora Pochi
Nena News

Discriminazioni e violenze dei coloni provocano traumi nei bambini palestinesi. La brutalità è un evento comune nella vita dei palestinesi, soprattutto dei minorenni, e gli effetti prodotti dall’interazione del trauma psicologico con razzismo e discriminazione sono complessi. I minorenni palestinesi sono esposti anche alla violenza e alle quotidiane discriminazioni da parte di gran parte dei coloni israeliani che risiedono negli insediamenti.

L’Unrwa ha ribadito di recente che “l’espansione degli insediamenti continua senza sosta e l’atteggiamento impunito e violento dei residenti israeliani non sembra manifestare cambiamenti” (Emergency Appeal Report, 2013). Gli insediamenti rappresentano un importante ostacolo al processo di pace. Una missione d’inchiesta del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite intrapresa nel 2012 ha concluso che l’esistenza di insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania rappresenta una violazione costante dei diritti dei palestinesi, inclusi i diritti all’acqua, alla casa, all’istruzione, ad una vita dignitosa. Nonché il diritto all’autodeterminazione e alla non discriminazione.

Farahat, 9 anni, è solo un esempio degli innumerevoli casi riscontrati: “Mentre portavol’asino della mia famiglia in un cortile dietro casa mia – situata vicino ad una stazione di polizia israeliana – sette bambini si sono avvicinati e mi hanno bloccato”, racconta il bambino a Defence for Children International-Palestine. Uno dei bambini ha preso una pietra e l’ha puntata verso di me, minacciando di colpirmi. Stava cercando di intimidirmi. Da circa dieci metri di distanza ha tirato la pietra verso di me e mi ha colpito sul naso e in occhio. E’ stato così doloroso che sono scoppiato in lacrime e corso verso casa”. I sette bambini aggressori sono figli di coloni israeliani. Farahat è stato portato all’ospedale dai genitori appena rientrato a casa.

Secondo il rapporto ‘Extremist Israeli settlers of Yitzhar terrorize palestinian villages’ pubblicato lo scorso dicembre dalla sezione palestinese dell’Ong internazionale Defence for Children, circa mille coloni israeliani radicali di Yitzhar terrorizzano 20.000 palestinesi dei villaggi circostanti di Burin, Madama, Asira al-Qibliya, Urif, Einabus e Huwara. “Più volte hanno raggiunto casa nostra – racconta Um Majdi, di Asira al-Qibliya -. Alcuni di loro tirano sassi contro di noi, altri appiccano incendi, o scrivono slogan di odio che sui muri. Siamo in uno stato psicologico di stress continuo”.

Insediamenti come Yitzhar continuano ad espandersi in tutta la Cisgiordania, con il sostegno del governo israeliano. Ci sono circa 650.000 coloni che vivono in oltre 200 insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Gli insediamenti hanno un profondo impatto sulla vita dei palestinesi. Oltre alla perdita di terre sottratte illegittimamente per gli insediamenti, la violenza dei coloni, traducibile in pestaggi, sparatorie, discriminazioni e distruzione delle proprietà, è un evento comune nella vita dei palestinesi, compresi, soprattutto, i bambini. I soldati israeliani spesso chiudono un occhio di fronte a simili accadimenti, e, peggio, in alcuni casi partecipano attivamente agli attacchi da parte dei coloni. “A volte sogno che ci portano insieme ai bambini dei vicini, ci sparano e ci gettano in una fossa” racconta Roa’a Abu Majdi, 12 anni.

Le principali azioni violente degli abitanti delle colonie verso la popolazione palestinese sono: la distruzione delle grotte; il danneggiamento dei raccolti attraverso lo spargimento di sostanze tossiche; l’arresto delle attività agricole attraverso l’uso di armi da fuoco; il furto di greggi e dei raccolti; l’avvelenamento delle cisterne d’acqua e dei pascoli; i pestaggi di uomini, donne e bambini; le minacce di morte; lo sbarramento delle vie di comunicazione.

Gli effetti prodotti dall’interazione del trauma psicologico con razzismo e discriminazione sono complessi. Tenendo presente che il popolo palestinese è sotto scacco di una pluriennale apartheid, razzismo e discriminazione possono essere un fattore di rischio per l’esposizione a stress traumatici; così come un elemento in grado di aggravare l’impatto di traumi psicologici e di amplificare il rischio dell’insorgere del disturbo da stress post-traumatico o di altri disturbi post-traumatici; una fonte diretta di trauma psicologico.

L’Università di Birzeit, in collaborazione con la Quenn’s University, ha pubblicato una ricerca che dimostra come l’umiliazione indotta dal conflitto costituisca un evento traumatico indipendente, con ripercussioni sulla salute di chi la subisce e a prescindere dall’esposizione ad altri eventi violenti e/o traumatici. “L’umiliazione intenzionale, oltre ad essere una profonda violazione della dignità e dei diritti umani, è una tattica di guerra rilevante. Una persona che è vittima di umiliazione cronica, ha tre volte di più la probabilità di avere disturbi mentali”. Sulla base dei risultati ottenuti, si è proposto l’inserimento dell’umiliazione tra gli indicatori dello stato di salute mentale, nelle ricerche che indagano le conseguenze della guerra e dei conflitti sulla salute delle popolazioni.

Innumerevoli studi psicologici e sociali sui minori in situazioni d’emergenza dimostrano che bambini e adolescenti affrontano un evento stressante con la propria soggettività, che dipende dall’età, dalle esperienze passate, dalla presenza di adeguate figure adulte di riferimento, del supporto sociale e dai fattori ambientali. Le reazioni individuali sono il risultato dell’interazione dinamica tra fattori appartenenti a diversi livelli: biologico, psicologico e sociale (famiglia, amicizie) che comprende la sfera politica, educativa ed economica.

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