Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Rinnovamento o mutazione?

Rinnovamento o mutazione?

Matilde Passa
Leggendaria”, gennaio 2014

C’è aria di attesa tra le donne, ma anche di interrogazione. Colpisce la quantità di interventi che in questi mesi si sono susseguiti su riviste, siti cattolici e non. Grandi assenti i quotidiani, per i quali la parola delle donne conta sempre assai poco. Soprattutto su temi così sensibili, sui quali si continua far straparlare gli uomini. In nome delle donne. Così colpisce il fatto che, sul tema delle donne, papa Francesco continui a regalare aperture che a volte sembrano spiragli, a volte a volte portoni chiusi.

È chiuso il portone del sacerdozio ad esempio. Una soglia che molte vorrebbero attraversare mentre altre la considerano irrilevante ai fini di una reale trasformazione profonda della Chiesa. Tra le prime Nicoletta Dentico che, nell’ articolo “Le donne nella Chiesa, da Martini a papa Francesco”, uscito sul numero di ottobre della rivista Rocca, dopo aver affermato che, ovviamente, il sacerdozio non è la conditio sine qua non per il riconoscimento del valore delle donne nella Chiesa, osserva: «eppure il rifiuto d’autorità di ogni prospettiva di dialogo sul conferimento dell’ordine sacro alle donne – a decenni di distanza dalla commissione di studio voluta da Paolo VI – resta un incomprensibile enigma».

Più sopra Dentico aveva sottolineato come, a 50 anni dal Concilio Vaticano II che per la prima volta si era posto di fronte alla questione femminile, le parole di Francesco «raffigurano ancora una volta la donna come una categoria antropologica a sé, ingabbiata nella funzione “naturale” che ne fissa deterministicamente ruoli e identità, quella di custode di un’umanità da accudire e da salvare». Ben diverso l’occhio con il quale nel 1981 il cardinale Martini guardava a questa sfida: «Perché identificare l’immagine di Dio con quella trasmessaci da una cultura maschilista? Quale annuncio incluso in una visione moralistica?» «Parole forti di un’immutata tensione creativa» le definisce Dentico.

La questione del sacerdozio, in realtà, mette in discussione dalle fondamenta la struttura di potere della Chiesa. Nel suo intervento del 7 dicembre su Avvenire (www.avvenire.it), Stefania Falasca afferma che «una presenza femminile più incisiva presuppone che anche nella Chiesa certo maschilismo sotterraneo sia definitivamente “sanato” dal Vangelo, come rileva l’ Evangelii Gaudium. Sia sanato certo clericalismo e carrierismo diffuso che risponde a logiche di potere inteso come dominio. Logiche nelle quali, la presenza delle donne negli organismi vigenti, nei vicariati, nelle curie, compresa la Curia romana, viene a essere spesso ridotta a presenza simbolica e asservita», tanto che più che di “valorizzazione” si dovrebbe parlare più che di “concessione”. E se, citando un’espressione del Papa, si arrivasse a un “machismo in gonnella” «non si andrebbe verso una chiesa “rinnovata” ma verso una chiesa “mutante”».

Dunque proprio dalla presenza delle donne nei ruoli chiave potrebbe arrivare un’efficace “messa in moto” di salutari processi che spingano avanti la Chiesa. Una rivoluzione del potere? Maria Voce, al vertice del movimento dei Focolarini, in un’intervista a Gian Guido Vecchi su La27ora, blog femminile del Corriere della Sera, fa notare che nominare una donna cardinale ha un valore simbolico, può essere un segno per l’umanità, un modo per valorizzare figure eccezionali che ci sono sempre state «ma è la donna in quanto tale che non trova il suo posto. Ciò che va riconosciuto è il genio femminile nel quotidiano». E dunque le donne dovrebbero essere a capo dei dicasteri della Curia, nei luoghi dove si decide, dove si esplica il magistero.

Ma, a parte il sacerdozio, è il modo di mettersi in relazione con la modernità, con il femminismo, con le teorie del gender a rappresentare la sfida più alta. Su questo tema è da segnalare il Simposio vaticano che il 10 e il 12 ottobre scorso si è tenuto presso il Cortile dei Gentili, in occasione del 25° anniversario della Mulieris Dignitatem e al quale hanno partecipato 100 donne provenienti da 25 paesi. Sul sito del convegno si può leggere che «per le partecipanti al seminario, se la differenza grande questione del nostro tempo – si pensi al linguaggio contraffatto del gender– i discepoli di Cristo devono affrontarlo evitando le lenti deformanti delle ideologie dominanti […] in una logica di complementarietà dell’essere».

Su questo tema Sister Sara Butler sollecita «un dialogo tra le giovani cattoliche di oggi che pensano che la Chiesa abbia un insegnamento liberatorio nei confronti delle donne, e le femministe cattoliche che sono convinte del contrario». Attenzione ai termini, qui si parla di Chiesa e non di cattolicesimo, non di Vangelo, ovviamente. Quel Vangelo che la teologia elaborata dalle donne – intensificatasi dopo che il Vaticano II aprì a esse le porte delle facoltà teologiche, sia come allieve che come docenti – oggi è preso in mano in prima persona e come guida rinnovata dallo sguardo di genere. Cosicché il fatto che papa Francesco abbia auspicato una “teologia delle donne” non è piaciuto proprio a nessuna.

«Invece di chiedere una “vera e profonda teologia delle donne”, avrei voluto che riconoscesse la necessità di più teologia fatta dalle donne» scrive Katie Grimes su www.womenintheology.org, e contesta la dottrina della complementarietà sessuale che «fonda il sacerdozio esclusivamente maschile sulla differenza tra i sessi». Helen Avare, avvocata e teologa, intervenendo al Simposio ha specificato: «Siamo piuttosto propense a una teologia dei laici». «Continuiamo a parlare delle donne come se fossero state appena inventate, le donne nella Chiesa sono state educatrici, hanno diretto ospedali, hanno consigliato Papi», commenta polemicamente Vicky Thorn, fondatrice del Ministry Project Rachel post aborto (gli ultimi due interventi sono ripresi dal resoconto di Megan Fincher e Colleen Dunne “Le donne sono contrarie a una teologia della donna” su www.ncroline.org tradd. a cura di www.finesettimana.org).

E sempre Sara Butler racconta: «Quando parlo della Mulieris Dignitatem e della catechesi di Giovanni Paolo II sul “genio femminile” i miei studenti mi domandano perché non c’è equivalente per il maschile.

Nel passato gli studiosi mettevano in relazione le qualità maschili con quelle femminili considerate negative, e ciò significa che il maschile è punto di riferimento per l’umanità. Ora tendiamo a fare il contrario. Invece bisogna comparare il positivo con il positivo». Poco ottimista, anzi decisamente sulle barricate, Suor Joan Chittister, la benedettina che fa parte del LCWR (Leadership Conference of Women Religious) la Congregazione che unisce oltre 50mila suore americane, accusate di essere «contagiate dal femminismo radicale» per il loro impegno a sostegno dei diritti delle donne, e commissariate da papa Benedetto XVI. Commissariamento confermato da papa Francesco. «Contagiate dal femminismo radicale? – scrive suor Chittister a fine settembre su www.adistaonline. it – noi ci accontentiamo di essere le ministre in mezzo al caos.

Non quelle che giudicano, né quelle che proclamano dogmi, ma solo le testimoni del Vangelo dell’amore incondizionato». E ricorda come questo Papa abbia approvato il piano di riforma della Congregazione, un piano che pone «57mila religiose nelle mani di 3 uomini. Caso Chiuso. Criminalità spirituale assodata. Beh, se operare per elevare il ruolo e lo status delle donne in tutto il mondo è un lavoro contaminato allora siamo ovviamente colpevoli». Ma poi Chittister concede fiducia a Francesco perché sa che questo Papa è impegnato con i poveri e allora «è impossibile essere impegnati con i poveri e non sapere che due terzi degli affamati del mondo sono donne; che due terzi degli analfabeti sono donne trattate dagli uomini come loro proprietà, che due terzi dei più poveri tra i poveri sono donne». D’altronde il rapporto dell’associazione Shriver (http://shriverreport.org) dimostra come investire sulle donne renda più ricchi «mariti, figli, società». In tutti i sensi.

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La forza simbolica della Madonna

Emma Fattorini
Leggendaria, gennaio 2014

Di lui come Papa sappiamo ancora poco. Ma una cosa è certa, che tutti lo amano. Ci possono essere eccessi un po’ ridicoli: Beppe Grillo che dice che è grillino, i politici che lo citano a torto e a traverso. Ma si percepisce un amore sincero e diffuso fra credenti e non credenti. Lo si deve alla pastorale strepitosa dei gesti. Questa è la grande novità, accanto a poche suggestioni teoriche e ad alcuni mutamenti strutturali significativi.

La fine dello Ior (la banca vaticana), la nascita di un collegio di cardinali che lo affianca (i cosiddetti saggi) scelti fuori dei confini europei, la sostituzione del Segretario di stato Bertone con Parolin, grande diplomatico della scuola di Casaroli e Silvestrini. Il primo atto di Parolin è stato un incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, una scelta di mediazione internazionale consona al suo ruolo, e non un conflitto tutto interno alla politica italiana come ai tempi di Bertone e Bagnasco.

Si può essere perplessi o entusiasti. Io sono fra gli entusiasti. La sua storia passata è nota. Dopo un sovrano polacco, dopo un professore bavarese, l’immagine adatta a Francesco è quella di un prete sudamericano tradizionalista. Alla piazza che lo acclamava ha chiesto il silenzio e poi Pater, Ave, e Gloria e il pensiero alla Madonna: li ha guidati come si guidano i bambini nelle preghierine.

Ha bisogno della gente vicina, per ora. Ma è un gesuita, non è un pretino bonaccione. Aver deciso di disfare lo Ior è un caposaldo della sua testimonianza: tra potere e povertà ha scelto la povertà senza contrappesi. Questa è un rottura nella storia del Novecento.

La donna nella Chiesa tiene connesse la tradizione e la devozione, ne è la cartina di tornasole. È possibile una teologia che, senza tradire il meglio della tradizione, possa trovare nutrimento, spinta, verso la promozione delle donne? Se noi ci basiamo sugli stereotipi del pensiero laico e stabiliamo che i grandi valori della destra sono la terra e la famiglia e quello della sinistra è la secolarizzazione, siamo perduti, ogni discorso si chiude. La tradizione per un cristiano non è arretratezza. Francesco non “pontifica” sulle donne in generale.

Pensiamo al cenno sulle suore, che non devono essere in una posizione di servitù. Gli altri Papi erano talmente terrorizzati dal pericolo della rivendicazione del sacerdozio che sulle suore si fermavano, tacevano. Oppure si limitavano a nobilitare retoricamente il ruolo obiettivamente mortificante delle suore (spesso sono proprio delle cameriere!). E poi Francesco aggiunge che le donne devono esserci nelle decisioni che contano, nei ruoli di responsabilità.

Questo si può fare subito. Nulla osta nella dottrina. Una o più donne potrebbero dirigere grandi Congregazioni (della famiglia, dei non credenti, dei laici, dell’ecumenismo, degli immigrati …), una o più donne potrebbero essere nominate cardinali. Si tratta di ruoli politici, simili a quelli dei ministri in un governo laico, ma di grandissimo potere. Il cardinale, che è sempre stato maschio ed elegge il Papa, non è necessariamente un consacrato.

Va detto però che le priorità di questo Papa sono altre: lui pensa molto alla comunità dei pastori e dei credenti, ai laici, ai preti, ai vescovi. Quando si affaccia in piazza San Pietro dice sempre: «Io vescovo di Roma, io vostro vescovo vi dico…». Non usa mai la parola “pontefice”, e non per caso. E veniamo alla domanda dello scandalo. Potrebbe consacrare le donne? La materia non è né tabù, né radicata nella rivelazione.

Si tratta di una tradizione, cosa che per la Chiesa è molto importante. Il celibato dei preti non è materia di fede e non è dogma. L’interdizione del sacerdozio femminile non è materia di fede e non è dogma; tuttavia la sua sistematizzazione dottrinale, il suo radicamento storico nella memoria degli apostoli è potentissimo, non è paragonabile al celibato.

Io non credo che la secolarizzazione della cultura protestante sia la via da percorrere. Nella lunga storia cattolica, fin dai primi secoli, l’autenticità della vita monastica, della sua dimensione di comunità e di dedicazione, crea un’aura democratica, in cui monaci e monache non consacratepossono essere più importanti del prete.

Ma nella nostra storia la sacramentalità sta nelle consacrazione, nel celebrare. Anche questa è una questione di potere che agli uomini costa cedere. Intendiamoci, i preti contano sempre meno. Non sembrerò irriguardosa se dico che anche questa è una professione che potrebbe femminilizzarsi via via che decade il suo prestigio.

I protestanti hanno abbracciato la modernizzazione, hanno secolarizzato il sacro, hanno accelerato la parità, le donne sono diventate pastore, ma questo non le ha rese più importanti nella dimensione simbolica. La forza simbolica della Madonna, la sua potenza, soprattutto nella civiltà mediterranea, è scomparsa.
Quanto alla sessualità siamo usciti definitivamente, con un gran sospiro di sollievo, dalla stagione dei “valori non negoziabili” e degli “atei devoti”.

Per ora non c’è un lavorìo autocritico. Tutti si riposizionano, come usa in Italia. Ma tutto ciò che il Papa ha toccato nella sfera sessuale è sotto il segno della misericordia e non del giudizio. E questa è un’altra cifra costitutiva del suo pontificato. Penso all’accesso alla comunione da parte dei divorziati, ma più in generale agli omosessuali, all’aborto, alla postura verso l’umano.

Non è lassismo. È tenerezza. È empatia. È ritorno al Vangelo.

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