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Target Russia

Germana Leoni
www.megachip.info

Il vento della destabilizzazione è tornato a soffiare impetuoso sul vecchio continente, dopo aver devastato Nord Africa e Medio Oriente. Questa volta sono state le piazze di Kiev a finire in fiamme, in un’escalation di violenza che fra il 18 e il 20 febbraio causava la morte di un ottantina di persone, una ventina dei quali poliziotti. Tutti a grande maggioranza uccisi da colpi di arma da fuoco.

Le immagini della protesta, teletrasmesse nei primi due giorni, mostravano un camion che sfondava le linee di difesa delle forze dell’ordine, palazzi dati alle fiamme, manifestanti che alzavano barricate, occupavano con la forza edifici governativi, disselciavano le strade, brandivano stanghe di ferro, sparavano ad altezza d’uomo, inseguivano, picchiavano, sequestravano e uccidevano poliziotti, lanciavano pietre e bombe molotov contro di loro, trasformandone alcuni in torce umane.

E poi l’immagine raccapricciante di uno dei poliziotti sequestrati che giaceva sanguinante al suolo circondato dai rivoltosi. Uno di loro, notato che aveva perso un occhio, proponeva di chiamare un’ambulanza. “Nessuna ambulanza, è un poliziotto antisommossa” – gli rispondeva il compagno. Tutto teletrasmesso in diretta su YouTube e da emittenti televisive quali RT (Russia Today).

E mentre sui teleschermi scorrevano queste immagini, in un’altra il presidente americano Barak Obama dichiarava di ritenere il governo ucraino responsabile della sua condotta verso i ‘pacifici’ manifestanti, gli stessi elementi che a casa sua non avrebbe esitato a chiamare ‘terroristi’.

Il presidente ignorava che i ‘manifestanti’ avevano smesso di essere tali nel momento in cui si erano armati con la precisa intenzione di rovesciar il governo? Comunemente si chiama ‘colpo di stato’ (a meno che non sia sponsorizzato dall’Occidente). Oppure a Obama è stato mostrato un altro film? E’ lo stesso presidente che, rivolgendosi alla nazione (e ai suoi oppositori) lo scorso ottobre aveva dichiarato: “Non ti piace una particolare politica o un particolare presidente? Allora argomenta le tue posizioni e vai a vincere le prossime elezioni.” Una logica che ovviamente vale soltanto a casa sua.

Queste immagini, che raramente approdano sui media occidentali, non sembrano aver scosso nemmeno i politici europei che, sulla falsariga dei colleghi americani, hanno preteso il rispetto per i principi democratici dal governo, ma non dall’opposizione. Laddove infatti Viktor Yanukovich è ricercato per uccisioni di massa, nemmeno una nota di biasimo è stata rivolta ai ‘dimostranti’ dai nostri leader, come sempre troppo veloci nell’addossare la responsabilità di qualsivoglia evento ad una parte sola. E quando l’evidenza indica il contrario, si finge che non ci sia.

E’ il caso dell’intercettazione della telefonata intercorsa il 26 febbraio fra il ministro degli esteri estone Urmas Paet e Catherine Ashton. Di ritorno da Kiev, Paet rivelava che le indagini in corso avevano evidenziato che gli stessi cecchini avevano sparato sia sui dimostranti che sui poliziotti. E concludeva: “Oggi è molto forte la convinzione che dietro i cecchini non ci sia stato Yanukovich, ma qualcuno della nuova coalizione.” “E’ terribile” – commentava la Ashton.

“Terribile” perché evidenziava uno scenario diverso da quello che si voleva presentare? Terribile al punto che nessuna televisione occidentale la riportava. In realtà niente di nuovo sotto il sole di Kiev. Era già successo a Sarajevo.

A distanza di anni è ancora vivo il ricordo del colpo di mortaio che il 4 febbraio 1994 aveva centrato il suo mercato, uccidendo 68 persone e ferendone altre cento. All’epoca serbi e bosniaci si accusavano a vicenda e il generale Michael Rose, capo delle forze UNPROFOR (United Nations Protection Force), dichiarava di non essere in grado di addossare la responsabilità a nessuno. Ma nel 1998, nelle sue memorie “Fighting for Peace”, rivelava che tre giorni dopo il massacro aveva informato il generale Jova Divjak, vicecomandante delle forze del governo bosniaco, che il colpo di mortaio era stato sparato dalle sue stesse postazioni.

Interessante è anche il rapporto della Commissione d’Inchiesta del Senato americano al riguardo: “L’inchiesta delle Nazioni Unite ha stabilito al di là di ogni dubbio che i colpi di mortaio che hanno ucciso 68 persone sono stati sparati dall’interno delle linee bosniache… Per la prima volta un ufficiale delle Nazioni Unite ha ammesso l’esistenza di un rapporto segreto che accusa i musulmani bosniaci . ma il rapporto è stato soppresso.”

Ha aggiunto Yossef Bodansky, ex direttore della Task Force del Congresso americano su terrorismo e guerra non convenzionale nel suo saggio Some Call it Peace: “La strategia di Sarajevo consisteva nel compiere azioni di terrorismo contro la propria popolazione come strumento di propaganda per demonizzare i serbi, ottenere le simpatie del mondo e provocare l’intervento militare della Nato.” A Kiev è riandato dunque in scena un vecchio copione?

Il modus operandi dell’insurrezione sembra infatti seguire le linee guida di una vecchia strategia: destabilizzare per stabilizzare un nuovo potere. Fomentare cioè la protesta e radicalizzarla fino a provocare una repressione da usare a giustificazione di ulteriori azioni violente, mirate a sovvertire un governo poco gradito all’Occidente. E che sia stato democraticamente eletto non fa nessuna differenza! Niente a che vedere quindi con la democrazia, ma solo con un’ennesima politica di ‘cambio di regime’ ben pianificata altrove.

Ha dichiarato, e auspicato, il 23 gennaio a Radio Free Europe (emittente fondata dal Congresso americano e strumento propagandistico ai tempi della Guerra Fredda) Andrei Tarasenko, uno dei leader di Right Sector, oscuro gruppo nazionalista di estrema destra che ha fomentato e cavalcato la protesta: “Se dovessero reprimere nel sangue (la rivolta) ci sarebbe un massacro.. e inizierebbe la guerriglia urbana…”

Obbiettivo sfiorato il terzo giorno, quando alle forze dell’ordine veniva prima ufficialmente permesso di rispondere al fuoco, poi ordinato di ritirarsi. Yanukovich, che ha pesanti responsabilità e non avrebbe potuto gestire peggio l’intera crisi, faceva concessioni su concessioni, firmava accordi (nessuno dei quali rispettato dall’opposizione) e alla fine fuggiva, lasciando la piazza interamente nelle mani dell’insurrezione. Un’insurrezione che ha conferito potere e legittimità alle frange neo-naziste di Right Sector, la forza trainante della protesta armata che difficilmente si lascerà estromettere dalla gestione del potere. Il suo leader, Dmitry Yarosh, ha già presentato la sua candidatura alle prossime presidenziali.

E’ lo stesso uomo che a inizio marzo ha ‘reclutato’ l’autoproclamatosi ‘Emiro del Caucaso’ Doku Umarov, e cioè il terrorista ceceno, già responsabile di diversi attentati suicidi a Mosca e Volgograd, al quale ha chiesto di colpire nuovamente in Russia: per Yarosh una sorta di favore dovuto agli ucraini, che in passato avevano sostenuto la guerriglia cecena. Recentemente dato per ucciso dal presidente ceceno Ramzan Kadyrov, il corpo di Umarov non è stato trovato e i servizi segreti russi non ne hanno confermato il decesso.

Uno degli slogan di Right Sector: “Ukraine above all.” Il motto di Dimitry Yarosh: “Questo è solo l’inizio. La resurrezione (loro stile) dell’Ucraina e dell’Europa parte da Maidan”. E infatti nel paese già si registrano allarmanti episodi di intolleranza verso qualsiasi forma di dissenso, mentre il rabbino capo invita gli ebrei a lasciare Kiev e se possibile il paese.

Altra forza alla guida della protesta e parte integrante dell’opposizione è stata Svoboda, partito ultra-nazionalista e neo-fascista a forte carattere anti-russo e anti-semita, il cui programma politico è incompatibile con i valori europei (o sbandierati come tali). I suoi membri hanno indetto una manifestazione in onore di Stepan Bandera, il collaboratore dei nazisti le cui forze si sono rese responsabili dello sterminio di decine di migliaia di polacchi, ebrei e russi durante la Seconda Guerra Mondiale.

Vi sono poi Fatherland, il secondo grande partito di opposizione che fa capo alla ormai scarcerata Yulia Tymoshenko e Udar, partito guidato di Vitali Klitschko, l’ex campione di pugilato che lo scorso dicembre ha incontrato a Kiev Victoria Nuland, assistente segretario di Stato per Affari Euro-asiatici e già rappresentante americana presso la Nato. Il marito, Robert Cagan, è uno dei fondatori del Project for the New American Century (PNAC), think tank neo-con di Washington creato nella primavera del 1997 per promuovere la leadership americana nel mondo tramite l’uso della forza militare.

La Nuland è stata protagonista di un primo imbarazzante ‘fuori-onda’. E cioè dell’intercettazione, e conseguente diffusione, di una sua telefonata con l’ambasciatore americano a Kiev Geoffrey Pyatt. Dopo aver dibattuto su quale dei leader dell’opposizione fosse opportuno promuovere alla guida del paese, la Nuland concludeva la conversazione con un roboante “fuck the EU” (fotti l’Europa).

Ben lontani dalla semplice ingerenza negli affari interni di un paese sovrano, siamo dunque ancora una volta nel campo della manipolazione politica mirata a rovesciare un governo democraticamente eletto ma incompatibile con l’agenda geopolitica americana ed europea. Nel caso specifico a detronizzare il presidente Viktor Yanukovych, ritenuto un filo-russo.

Il tentativo di sottrarre l’Ucraina alla tradizionale sfera di influenza russa era peraltro già stato tentato con la “rivoluzione arancione” del 2004, che aveva portato al potere Viktor Yushchenko, uomo di Washington la cui moglie Kateryna, cittadina americana di Chicago, aveva già servito nelle amministrazione di Ronald Reagan e di George Bush. Per la cronaca nel 2010 Viktor Yushchenko aveva insignito il nazista Stepan Bandera del titolo di ‘eroe ucraino’.

Yushchenko, il cui obiettivo dichiarato era transitare il paese nell’Unione Europea e nella Nato, perdeva le elezioni del 2010, vinte appunto da Yanukovich. Nel 2013 il nuovo presidente rifiutava di sottoscrivere un accordo di associazione e libero scambio con l’Unione Europea, che avrebbe transitato il paese nella sfera gravitazionale occidentale: un obiettivo di vitale importanza per Washington e Bruxelles in fase di riacutizzazione della guerra fredda, in quanto provocherebbe una danno irreversibile alla Russia.

Il paese è infatti area di transito di gasdotti e oleodotti vitali sia a Oriente che a Occidente. La Russia rischia inoltre il diritto di leasing sul porto di Sebastopoli, base della sua flotta navale sul Mar Nero del quale gode dal 1783, data della fondazione della città a opera di Caterina la Grande (epoca in cui gli Stati Uniti d’America erano appena nati). Un diritto, confermato da un accordo ventennale siglato fra Russia e Ucraina nel 1997, che lo stesso Yanucovich aveva rinnovato per ulteriori 25 anni oltre la sua naturale data di scadenza.

E Mosca ha un legame profondo con Sebastopoli, città simbolo che fa parte della sua tradizione storico-culturale e persino spirituale al punto da essere stata immortalata da Lev Tolstoj nel suo “I Racconti di Sebastopoli”, mai come oggi tanto attuali.

Narrano dell’assedio di Sebastopoli (1854-55) a opera di inglesi e francesi, accorsi in appoggio ai turchi contro la Russia nel contesto di quel conflitto strisciante che nel XIX secolo aveva visto l’impero britannico contrapposto a quello zarista per il controllo dell’Asia Centrale. Era il “Grande Gioco”, termine coniato dagli inglesi stessi, immortalato da Kim, il romanzo dello scrittore, giornalista e spia Rudyard Kipling e rinominato dai russi “Torneo delle Ombre”. E’ stato più recentemente ribattezzato dallo scrittore e giornalista pakistano Ahmed Rashid “Nuovo Grande Gioco”, nient’altro di una riedizione di quello vecchio esteso a Stati Uniti e Cina ma sempre mirato al dominio sull’Eurasia: un conflitto nel cui contesto Washington e Bruxelles tentano di sottrarre alla tradizionale sfera di influenza russa intere regioni: prima fra tutte l’Ucraina.

E’ in ultima analisi un ennesimo attacco a Mosca, un accerchiamento già palesemente manifestatosi con la creazione di GUAM, un trattato militare stipulato nel 1997 fra Georgia, Ucraina, Azerbaijan e Moldavia e rinominato nel 2006 “The Organization for Democracy and Economic Development”: di fatto un piano Nato per estendere la sua sfera di influenza nel cuore dell’ex Unione Sovietica e controllare i corridoi energetici per conto di giganti petroliferi anglo-americani militarizzando l’intera area geografica ed estromettendo la Russia.

E il progetto di militarizzazione della regione è stato presentato al Congresso americano nel 1999 con la Silk Road Strategy, un piano che al primo punto riguarda l’interruzione delle relazioni fra la Russia e le repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale. E’ una strategia che viene da lontano.

Scriveva nel suo saggio The Geographical Pivot of History del 1904 il britannico Halford John Mackinder, il padre della geopolitica moderna: “Chi controlla l’Europa Orientale controlla l’Heartland (il cuore della terra), chi controlla l’Heartland controlla l’Isola Mondo, chi controlla l’Isola Mondo comanda il mondo.”

A lui si è ispirato il politologo ed ex politico americano Zbigniew Brzezinski nel suo saggio “The Grand Chessboard”:

“E’ imperativo che non emergano sfidanti in grado di dominare l’Eurasia e di sfidare l’America… L’Eurasia contiene tre quarti delle risorse energetiche mondiali conosciute.. Perni geopolitici sono quegli Stati la cui importanza non deriva dal loro potere, ma dalla loro sensitiva posizione… L’Ucraina, un nuovo e importante spazio sulla scacchiera euroasiatica, è uno perno geopolitico perché la sua stessa esistenza come stato indipendente determina la trasformazione della Russia. Senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un impero euroasiatico… Se Mosca riguadagnasse il controllo sull’Ucraina, con i suoi 52 milioni di persone e il suo accesso al Mar Nero, la Russia riconquisterebbe automaticamente la potenzialità di diventare un potente Stato imperiale che si estende dall’Europa all’Asia….”

Ucraina significa inoltre potenziali missili Nato a poche centinaia di chilometri da Mosca. L’attuale insurrezione a Kiev si inquadra dunque in una strategia che viene da lontano, una strategia che ha portato venti di secessione in Crimea, regione a maggioranza etnica russa e parte integrante della Russia fino al 1954, quando Nikita Chruscev la trasferiva all’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Una strategia sfociata in una richiesta di annessione alla Russia: una variabile non contemplata da Washington e Bruxelles, che vogliono un’Ucraina inclusiva della Crimea. Ma la strada che porta da Kiev a Sebastopoli passa per Mosca, che paventa una futura base Nato dov’era la flotta navale russa (come da documenti di Wikileaks).

Ora sarà curioso vedere come l’Europa spiegherà la sua recente vocazione alla difesa dell’integrità nazionale ucraina, quando ha scardinato quella serba. E sarà interessante verificare la reale natura delle ‘pulsioni democratiche’ di Kiev di fronte a un referendum indetto da chi non riconosce la legittimità di russofobiche nuove autorità autolegittimatosi come tali per acclamazione della piazza: un referendum che rischia di far saltare il piani dell’ennesimo ‘regime-change’ e i nervi dei suoi registi, che minacciano Mosca rasentando il ridicolo, sia pur nel contesto di un quadro potenzialmente esplosivo. Ha infatti tuonato John Kerry in un’intervista con la stampa: “Non si invade pretestuosamente un altro paese per i propri interessi.” Ma a chi si riferiva? Che anche lui si sia perso qualche film?

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La grande truffa (?)

Redazione
www.infoaut.org

“Quando scoppia la guerra la prima vittima è la verità” dice una frase molto citata. Ne implica immediatamente un’altra: le guerre moderne si giocano tanto sul terreno militare quanto su quello della comunicazione.

Gli ultimi sviluppi della “crisi ucraina” – che interpretiamo appunto come forma embrionale di guerra, una volta detournato/sovradeterminato il suo carattere iniziale di rivolta – testimoniano della validità di questi assunti e ci obbligano a riascoltare il campanellino di allarme che invita sempre ad alzare le antenne e dubitare preventivamente delle verità ufficiali che ci vengono servite sul piatto quotidiano dell’informazione, specie quando queste riguardano conflitti la cui natura e posta in gioco implicano alterazioni significative degli equilibri politici globali (o i rapporti di forza tra le classi).

Qualche giorno fa era già emersa (da fonti ben lontane dal media mainstream) una verità diversa sui linciaggi comminati nei giorni più caldi di piazza Indipendenza, dove ad essere aggrediti e malmenati dalla folla (o meglio da una parte di essa) non erano tanto i cecchini delle forze speciali filo-governative ma locali esponenti del Partito Comunista (La disinformazione sull’Ucraina: un caso esemplare), colpevoli magari di essere alleati del partito di governo ma non certo di aver sparato su una folla di manifestanti (questa è stata invece la versione fornita a più riprese dai vari Repubblica, Corriere… ecc. senza alcuna verifica della veridicità della notizia).

Da ieri [ndr: 5 marzo 2014] sta emergendo un altro caso esemplare, e di ben altro spessore e conseguenze, che rischia di aprire squarci interessanti sulle dinamiche che hanno portato alla deposizione e messa in fuga di Yanukovich. Riguarda, ancora una volta, proprio i cecchini che hanno sparato sulla folla nelle giornate più concitate di piazza Indipendenza, rendendosi responsabili di decine di morti…

Stando a quanto sta emergendo, a sparare dai tetti non erano le forze speciali ‘Berkut’ ma uomini legati ai settori più organizzati/paramilitari dell’opposizione di destra, che avrebbero cinicamente sparato sulla stessa loro parte della barricata per utilizzare strumentalmente l’indignazione generata dai martiri (prodotti specificamente per l’occasione).

La notizia ha iniziato a fare il giro del mondo dopo la messa in onda, da perte di RT (Russia Television), di un segmento di una telefonata risalente al 28 febbraio scorso, registrata illegalmente dai servizi segreti ucraini (Sbu) [vedi qui sotto – a fondo pagina il video con l’audio integrale della telefonata].

«Tutte le prove mostrano che le vittime di piazza Maidan sono state uccise dagli stessi cecchini. Sto parlando sia dei morti tra i poliziotti, sia di quelli tra i manifestanti. Le prove che ho personalmente vagliato sono inequivocabili. Non è stato Yanukovich a ordinare il massacro, è stato qualcuno della nuova coalizione».

A parlare è il ministro degli Esteri estone Urmas Paet. Dall’altra parte della cornetta, dall’Australia, la ministra degli Esteri dell’Unione Europea Catherine Ashton ascolta, di tanto in tanto annuisce, senza troppo entusiasmo. Ma nemmeno contraddice una sola volta il suo interlocutore.

La notizia viene confermata in queste ore da diverse altre testate, soprattutto di lingua tedesca o inglese (mentre quelle italiane si accontentano di accennarvi appena).

Questo tipo di accadimenti non può non far tornare alla mente le innumerevoli “stragi” e “massacri” che negli ultimi 20 anni hanno scandito l’offensiva occidentale contro i regimi non allineati al Washington Consensus: dai cadaveri tirati fuori da obitori e dalle tombe per “provare” la crudeltà di Ceausescu alla mai chiarita strage di Srebrenica, alla provetta di Antrace mostrata al Congresso dell’Onu dallo zio Tom Colin Powell per legittimare la guerra contro l’Iraq (a quella non ci credette nessuno), fino ai missili (MAI) scagliati da Gheddafi contro la folla in rivolta a Bengasi o la controversa “verità” sui bombardamenti a suon di gas di Assad contro la poplazione civile/insorti di Aleppo.

Sulla superiorità della Comunicazione/Propaganda occidentale

Qui non si tratta di difendere i pro-nipoti del Comiform o vantare le lodi delle sorti magnifiche riservate ai popoli sotto i regimi di Saddam Hussein o Slobodan Milosevic, solo sottolineare la differente e più profonda efficacia su cui possono fare affidamento le potenze occidentali nell’utilizzo spregiudicato dei media: laddove ogni tentativo di condizionare l’opinione pubblica mondiale da parte delle fonti ufficiali dei regimi nemici/competitori degli Stati Uniti fallisce per l’impresentabilità di fonti che puzzano di propaganda di Stato da lontano (già nella forma), la superiorità della propaganda/menzogna occidentale risiede proprio nella (finta) pluralità dei soggetti di questa comunicazione.

Mentre è per tutti scontato l’allineamento delle tv di stato russe, siriane, cinesi… (e degli altri regimi deposti) ai governi di cui sono portavoci, la finzione democratica occidentale può vantare una pluralità di fonti che mettono in scena il gioco della differenza dei punti di vista nella sostanziale obbedienza a un’unica verità sistemica, laddove nessuno mette in discussione lo statuto odierno dell’informazione, la sua dipendenza dai poteri istituzionali costituiti o dai grossi trust economici di cui questi colossi sono parte.

Dietro e sotto (sopra?) questo finto pluralismo, agiscono poi un’infinità di agenzie di “informazione” nelle quali è difficile districare la funzione informativa da quella di intelligence. Agenzie che abbondano negli Stati Uniti (più rare ma presenti anche in Europa), spesso collegate quando non direttamente finanziate dal Pentagono o altre istituzioni della mega-macchina politico-militare-spionistica statunitense, sulla cui natura e ruolo effettivi vige un’opacità difficilmente penetrabile (anche per la dimensione iper-accelerata dello spazio-tempo comunicativo odierno, rimodellato dall’avvento della Rete).

È un modellino che funziona anche a livelli meno nascosti laddove leggiamo sulla stampa borghese nostrana o vediamo nelle tv di stato o commerciali analisi sugli scenari di guerra globali firmate da esperti che poi risultano essere esponenti dei vari think-tank neo-con, neoliberisti o della sinistra liberale (senza che l’ignaro lettore-spettatore abbia la capacità o il tempo di verificare chi parla/scrive).

C’è forse poi un livello più profondo e meno evidente che crediamo vada avanzato, come osservazione su questo costituirsi/prodursi di “verità” siglate dal timbro della Comunicazione ufficiale. Questo accentramento della produzione d’informazione per mezzo della sua dispersione-proliferazione ha qualcosa a che fare anche con l’egemonia culturale-sociale insatauratasi negli ultimi decenni delle ideologie post-moderne, spesso coincidenti con i fini di mantenimento del dominio capitalistico neoliberale.

Mentre si assottigliano le possibilità di affermare una verita sulle cose e l’organizzazione politico-economica del mondo (a partire da quella essenziale, della divisione dicotomica delle nostre società in dominanti e dominati) si afferma surrettiziamente una verità della Comunicazione imposta dal chiacchiericcio leggero e dalla temporalità accelerata della Rete. Quando la natura costruita e artificialmente prodotta di queste “verità” (spesso vere e proprie menzogne) viene smascherata, essa non riesce più ad emergere, annegata com’è in un tutto comunicativo che fa percepire la natura veritiera o falsa dell’accadimento ormai priva d’importanza, perché passata e quindi irrilevante.

Se ci siamo soffermati (molto approssimativamente) a elencare queste peculiarità e differenze del rapporto/integrazione tra forme politico-statuali e le comunicazioni che le corrispondono è per sottolineare, una volta di più, il carattere non-neutro e vieppiù centrale della Comuncazione e dell’Informazione nei confliti odierni, quindi della necesità di attrezzarsi per sapersi difendere e contro-usarli (laddove questo è, molto raramente, possibile).

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Note:

* Le differenze che qui indichiamo sono ovviamente generiche e andrebbero meglio specificate. Corrispondono grosso modo alla distinzione che Guy Debord faceva tra spettacolare diffuso delle democrazie capitalistiche e spettacolare concentrato dei regimi totalitari. Gli esegeti del francese faranno notare che Debord individuava però a partire dalla fine degli anni ’70 l’integrarsi delle due varianti dello Spettacolo in una nuova forma sintetica definita appunto spettacolare integrato, corrispondente ad una nuova fase storica contraddistinta (per dirla con un altro lessico) dall’incorporamento della Comunicazione nella psichicità e corporeità degli individui-massa atomizzati. Se la sostanza del discorso situazionista è innegabile (le differenze tendono a scomparire nella produzione di una soggettività planetaria omogeneizzata dalla globalizzazione capitalista), pure il perdurare di significative differenze nelle forme politiche di governo ha conseguenze diverse sulla percezione sociale media delle rispettive fonti informative e di propaganda e di quelle presenti negli altri ‘campi geopolitici’.

** RT (Russia Television) è l’esempio di un network globale di comunicazione russo (con edizioni anche in arabo, spagnolo e inglese) specificatamente concepito per i non-russofoni. Lo si potrebbe definire una sorta di Al-Jazeera in lingua russa… ma siamo certi che il primo riflesso farebbe sobbalzare chiunque e porre il dubbio della dipendenza politica di quella dal regime di riferimento. Eppure, durante i prodromi della guerra di Libia, quando alle nostre latitudini ci si esaltava per l’inizio di una nuova “primavera araba”, RT mandò in onda alcuni servizi molto interessanti sulla costruzione/messa in scena di certe sollevazioni da parte dei colleghi di Al-Jazeera, con tanto di aiuto-registi che facevano segno alle folle (ben minori della loro messa in immagine perché opportunamente inquadrate) di sollevarsi al passagio della panoramica della telecamera… Mentre Al-Jazeera è stato un soggetto attivo nella costruzione di una legittimazioane dell’intervento armato in Libia e Siria, in quanto proprietà dello sceicco del Qatar… Eppure a pochi verrebbe in mente di sollevare il dubbio circa la sua neutralità… Questo non per dire che un network sia meglio dell’altro ma solo per sottolineare la profonda integrazione che questi hanno coi rispettivi poteri statali – non è un caso che sia stata RT a mandare in onda per prima l’intercettazione della telefonata tra la Ashton e il ministro degli esteri ucraino.

*** Da un punto di vista di classe (o dei soggetti antagonisti ai rispettivi poteri costituiti), diventa allora importante conoscere le differenti declinazioni e specificità del rapporto che intercorre tra poteri istituzionali e imprese della comunicazione, per sapervi far fronte nei differenti contesti. Se non ci sono ricette buone per tutti gli usi (anche perché vuol dire muoversi su dei livelli di potere e di efficienza il più delle volte fuori portata) ciò non toglie che si possano cogliere degli esempi virtuosi, anche per sfatare il mito (che questo sistema e la sua Comunicazione tendono a dare di se stessi) dell’invincibilità sistemica. Un buon esempio di uso ambivalente del potere soverchiante della Comunicazione nemica ci viene dalla tattica allora usata dall’Eta durante la strage quedista di Madrid nel marzo 2004. È un caso emblematico di contro-uso del potere nemico. Pensando di sfruttare la rabbia e l’indignazione prodotta dalle centinaia di morti e sapendo di poter contare su un’opinione pubblica nazionale sicura e schierata contro il “terrorismo basco”, l’establishment del Partido Popular diffuse subito mediaticamente la falsa notizia della responsabilità basca degli attentati. Eta non si affrettò a comunicare immediatamente la propria estraneità al fatto ma aspettò che il tempo “cuocesse” a puntino governo e opinione pubblica per uscire con la propria verità. Piazza e Rete fecero il resto, attivando viralmente un processo che portò alle dimissioni di Aznar… E’ questo un esempio virtuoso di come un soggetto politico non statuale può arrivare ad incidere su scenari politici alti, attraverso un uso intelligente e calcolato dei mezzi di comunicazione del nemico. Il governo del Partido Popular cadde per fretta comunicativa laddove Eta vinse per giusto calcolo del tempo, usando la pazienza contro la fretta.

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