Home Europa e Mondo Venezuela: nuova offensiva della destra, tra lotte di potere e disinformazione

Venezuela: nuova offensiva della destra, tra lotte di potere e disinformazione

Claudia Fanti
www.adistaonline.it

La foto ritrae una donna a terra violentemente trascinata dai militari, a illustrare nella maniera più efficace il post, dal titolo “Fascismo puro y ma-duro”, scritto da Ludmila Vinogradoff nel suo blog su Abc.es, ai tempi delle proteste dell’opposizione contro la vittoria di Nicolás Maduro alle presidenziali venezuelane dell’aprile 2013. Foto di grande impatto, senza dubbio. Peccato solo che fosse un’immagine della repressione condotta dall’esercito egiziano. Non cambia la musica sui social network: lo stivale di un militare che infierisce su un povero cagnolino appare su un tweet che denuncia: «La guardia nazionale non risparmia neppure i cani. Il cane sarà forse un fascista nazi?» (alludendo alle invettive di Maduro contro la matrice fascista delle proteste). Ma il cane, che si chiama Loukánikos, è greco, ed è diventato famoso per la sua partecipazione alle manifestazioni contro i tagli decisi dal governo della Grecia nel maggio 2010.

Due esempi tra molti altri della disinformazione regnante, dentro e fuori il Venezuela, sulla rivoluzione bolivariana. E tornata a dilagare in occasione dell’ultimo tentativo di destabilizzazione del governo Maduro condotto dall’oligarchia attraverso le proteste degli studenti di destra, culminato il 12 febbraio, quando – al termine di una marcia promossa con l’intento dichiarato di rovesciare Maduro, ma svoltasi in maniera tranquilla senza incontrare ostacoli da parte della polizia – un piccolo gruppo di manifestanti ben armato ha iniziato ad aprire il fuoco. Lo scontro che ne è seguito con le forze dell’ordine ha avuto un esito tragico: tre morti (due giovani dell’opposizione e un filochavista), poi saliti a sei nei successivi giorni di proteste violente, e quasi 70 feriti.

Ad orchestrare la mobilitazione studentesca non c’era stavolta il leader dell’opposizione Henrique Capriles, ma il suo principale avversario all’interno del Mud (la Mesa de la Unidad Democrática), Leopoldo López, massimo esponente dell’ala più estremista, quella di Voluntad Popular, il cui biglietto da visita vanta, tra molte altre cose, l’attiva partecipazione al colpo di Stato contro Chávez nel 2002. Vincolato all’impresentabile ex presidente colombiano di estrema destra Álvaro Uribe, López già da tempo, in compagnia di un’altra dirigente estremista, María Corina Machado, rivolgeva appelli a scendere in strada in vista della cosiddetta “salida” (l’uscita dal “regime”). Ricercato dalle autorità dopo i fatti del 12 febbraio, il leader di Voluntad Popolur, rimasto irreperibile per una settimana, si è infine consegnato alla polizia e dovrà rispondere dell’accusa di terrorismo. Sul banco degli accusati è finito però anche il governo degli Stati Uniti, responsabile, secondo il governo Maduro, di aver incentivato, organizzato e finanziato dall’estero le violente proteste dell’opposizione (denuncia seguita dall’espulsione di tre diplomatici statunitensi). Non ha gradito, Maduro, neppure le critiche del presidente colombiano Juan Manuel Santos, a cui ha ribattuto chiedendo cosa avrebbe fatto lui «se un oppositore avesse convocato una marcia per cacciarlo da Palazzo Nariño (la residenza presidenziale, ndt)»: «Santos – ha detto – non venga a darmi lezioni di democrazia».

Un Paese nel caos?

L’intenzione, sempre quella, è di diffondere l’immagine di un Paese nel caos, alle prese con un governo inetto, autoritario e senza più sostegno popolare: immagine verso cui la stampa internazionale (compresa quella italiana) si mostra sempre molto ricettiva, ma che risulta quantomeno contraddittoria con l’ampio consenso registrato dal chavismo alle ultime elezioni municipali dell’8 dicembre (con 10 punti di vantaggio rispetto all’opposizione e 242 municipi vinti contro 75; v. Adista Notizie n. 45/13). Come pure contraddittorio è il fatto che, malgrado la crisi economica venezuelana sia in effetti grave – con un’inflazione che è salita al 56% nel 2013, rendendo di fatto ininfluente l’aumento salariale del 10% deciso dal governo all’inizio del 2014 –, le rivendicazioni di carattere economico siano praticamente mancate tra le richieste dei manifestanti (la cui classe sociale è evidentemente al riparo dalle conseguenze della scarsezza – indotta – dei beni di prima necessità, della caduta del potere d’acquisto, del contrabbando e del mercato nero delle valute): molto più pressanti, per i partecipanti alle proteste, come evidenzia Manuel Sutherland (Aporrea,18/2) le richieste di «più libertà (liberismo), di minore ingerenza del governo nelle imprese (ancora liberismo) e di rinuncia del tiranno comunista». Quel tiranno che Henrique Capriles, secondo i leader della protesta, avrebbe invece fatto l’errore di legittimare, partecipando, in qualità di governatore dello Stato di Miranda, a una riunione promossa da Maduro con i rappresenti municipali e statali eletti l’8 dicembre, con tanto di stretta di mano con il presidente. E se quell’incontro ha destato molte perplessità tra le forze rivoluzionarie, convinte che la strategia per il superamento della crisi del Paese non passi di certo per una strategia di conciliazione con le destre, è risultato altrettanto sgradito all’ala più estremista dell’oligarchia, dando così inizio a una lotta di potere tutta interna alla destra che getta una nuova luce sulle proteste del 12 febbraio. Tant’è che Capriles si è affrettato a prendere le distanze dalla violenta mobilitazione orchestrata dai suoi avversari, ritenendo che, lungi dall’indebolire il governo Maduro, non avesse altro effetto che scalzare la sua leadership. «La nostra opzione non ha mai contemplato l’uso della violenza», ha affermato il leader della Mus, sottolineando la necessità di «parlare con chiarezza alla gente degli obiettivi, senza creare false aspettative in nessuno». Di fronte al «caos in cui ci ha messo il governo – ha detto – non è il momento per portare avanti un’agenda personale, tanto più che non stiamo decidendo chi sarà il candidato presidenziale o il capo dell’opposizione».

A denunciare il ricorso alla violenza “da qualunque parte venga”, sono stati anche i vescovi del Paese, i quali, pur nei loro insistenti appelli al dialogo, non si sono comunque sforzati di celare le loro simpatie per i manifestanti. Sicuramente non lo ha fatto la Commissione Giustizia e pace della Conferenza episcopale venezuelana, che il ricorso alla violenza lo ha individuato in una parte sola, denunciando «la criminalizzazione generalizzata, da parte dello Stato, del diritto a manifestare e protestare»; la presenza di gruppi paramilitari appoggiati dalle istituzioni e dalle forze di polizia; «l’uso eccessivo ed indiscriminato della forza per mantenere l’ordine pubblico, calpestando la dignità umana».

Insistente, da parte dell’episcopato, la difesa del «diritto alla protesta pacifica», come pure del «diritto alla libertà di espressione e di informazione» (dimenticando evidentemente come l’80% dei mezzi di comunicazione sia in mano ai privati e come l’opposizione controlli i tre principali quotidiani del Paese e tre dei quattro canali televisivi in chiaro). E se l’arcivescovo di Caracas, il card. Jorge Urosa Sabino, ha chiesto al governo di dare ascolto alle giuste rivendicazioni degli studenti, il vescovo di Ciudad Guayana, mons. Mariano José Parra Sandoval, ha assicurato, nella sua esortazione a manifestare nel rispetto della legge, che gli studenti possiedono «l’arma della ragione e la potenza della saggezza», oltre a quella «freschezza di ideali» che, «accompagnata dalla fede è capace di trasformare il mondo».

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