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Violenza contro le donne. Nessun uomo è estraneo

Stefano Ciccone
www.ingenere.it

Il dibattito pubblico e l’iniziativa di servizi, associazioni e istituzioni nei confronti della violenza maschile
contro le donne ha segnato negli ultimi due anni un elemento significativo di novità: è nata infatti una
nuova attenzione al ruolo degli uomini.

Questa attenzione si espressa anche nei piani di intervento istituzionale ad esempio con i tavoli di lavoro
del Dipartimento Nazionale per le Pari opportunità promossi dalla ministra Kienge. Ora non sappiamo che
fine farà questo lavoro come fu per l’ampia consultazione promossa a suo tempo dalla ministra Idem.

Il primo terreno in cui questa novità è emersa sono le campagne di comunicazione: dopo un lungo periodo
in cui le campagne rendevano visibili solo le donne vittime, riproducendo una invisibilità degli autori e una
rappresentazione delle donne come soggetti deboli e bisognosi di protezione, cominciano ad emergere
nuovi tentativi di comunicazione indirizzati agli uomini.

Anche in questo caso non tutto va bene : permane la tendenza riproporre una disparità di soggettività tra
donne e uomini e a fare appello a modelli stereotipati di mascolinità: uomini difensori delle donne, padroni
della virtù virile dell’autocontrollo, uomini che si distinguono dai violenti anziché interrogarsi sulla cultura
diffusa in cui la violenza nasce, uomini che “rispettano” le donne più che riconoscerne l’autonomia, la
libertà e l’autorevolezza.

A dimostrazione di quanto sia difficile affrontare la violenza date le sue radici così profonde nella nostra
cultura condivisa, anche le campagne di contrasto alla violenza sembrano continuare, spesso a fare ricorso
a modelli stereotipati di attitudini maschili e femminili. Ma, comunque, una sperimentazione comincia e ci
sono anche esempi interessanti e innovativi di comunicazione indirizzata agli uomini contro la violenza.
Anche Maschile Plurale in collaborazione con l’associazione “L’officina” di Milano ha provato ad elaborare
un’ipotesi di campagna di comunicazione indirizzata agli uomini che verrà presentata in collaborazione con
il Comune di Milano in occasione del prossimo otto marzo.

Un altro terreno di novità è la crescita di iniziative orientate a lavorare con gli uomini autori di violenza. Si
tratta di iniziative molto eterogenee per approccio e per ambito di intervento: dal lavoro in carcere con
uomini condannati per reati sessuali, agli sportelli di ascolto del disagio maschile che sfocia in violenza, a
centri pubblici o del terzo settore che lavorano in modo strutturato con autori di violenza. Non è un
terreno del tutto nuovo: ci sono esperienze iniziate vari anni fa come l’intervento nel carcere di Bollate o il
consultorio Caritas di Bolzano. Ma è negli ultimi anni che si sono andate consolidando esperienze
specificamente orientate al lavoro con uomini che abbiano agito violenza nell’ambito di relazioni con
compagne, amiche, colleghe.

Le due esperienze più consolidate sono quella promossa dal Cerchio degli Uomini di Torino
(www.cerchiodegliuomini.org) e del CAM, Centro Uomini Maltrattanti di Firenze
(http://www.centrouominimaltrattanti.org ). A queste si aggiunge l’esperienza della AUSL di Modena: la
prima iniziativa pubblica nel campo che, significativamente si definisce ”liberiamoci dalla violenza, centro di
accompagnamento al cambiamento per uomini”: ldv@ausl.mo.it .

Dopo queste esperienze iniziali stanno fiorendo in questi mesi molte iniziative che mostrano una nuova
consapevolezza del problema da parte degli Enti Locali e degli operatori, ma rischiano di essere segnate
dall’improvvisazione e dalla scarsa consapevolezza della complessità del fenomeno. La crescita di iniziative indirizzate agli uomini ha dunque un segno positivo, inverte finalmente uno strabismo nello sguardo pubblico sulla violenza e comincia a riempire un vuoto nell’intervento sociale sul fenomeno. Ma nasconde anche alcuni rischi e alcune insidie che vanno esplicitati per evitare errori e distorsioni.

Uno dei nodi è che mentre i centri antiviolenza sono nati da un percorso politico delle donne per poi
produrre un lavoro quotidiano fatto anche di servizi, professionalità e competenze, per i centri che
lavorano con uomini il percorso è invertito: iniziative nate a partire da un approccio professionale si
misurano con l’impossibilità di affrontare un problema come quello della violenza nelle relazioni tra i sessi,
senza una riflessione politica sulla sua natura sociale e culturale, sul suo rinviare continuamente a
dinamiche di potere, a rappresentazioni sociali stereotipati di attitudini e modalità di relazione.

Riflettere su questa dimensione complessa della violenza e sulla necessità di uno sguardo che non la riduca
a “patologia” o emergenza criminale pone due problemi: il primo è la non autosufficienza dei saperi in
gioco. Non è possibile ridurre il problema della violenza maschile contro le donne a disagio psicologico, o a
dinamica relazionale della singola coppia, o a problema proprio di una specifica cultura o associato a una
situazione specifica di marginalità.

Avere la necessaria attenzione alle dinamiche psicologiche non può condurre a ridurre il problema ad una
questione patologica individuale, al tempo stesso se ci si limita ad una lettura “sociologica” e non si sta
anche sulla relazione, sull’esperienza specifica delle persone, sulle loro emozioni ed il modo di leggerle e
usarle, si rischia di produrre generalizzazioni astratte.

Non si tratta semplicemente della necessità di una integrazione del livello socio-culturale con quello
relazionale e psicologico ma di rimettere in discussione paradigmi conoscitivi e posture professionali.
Riconoscere che il limite di questi saperi sta proprio nel voler scomporre e “governare” la vita e le relazioni
ponendosene fuori.

Proprio il femminismo ci ha detto che assumere come terreno di ricerca e conflitto quello delle relazioni e
della costruzione personale, della dimensione inconscia del nostro immaginario sessuale e delle nostre
rappresentazioni dei sessi non vuol dire relegarsi nell’insignificanza politica del privato ma, al contrario,
produrre una critica radicale dello statuto stesso della società, dei saperi e della politica. E il pensiero
sociologico e politico di autori e autrici tra loro molto differenti, da Foucault a Bourdieu, a Butler a ci
richiama a tenere insieme punti di vista e a riconoscere come le costruzioni sociali giungano a penetrare la
soggettività incorporandosi, generando reti di poteri e conflitti che attraversano i nostri desideri, la
percezione che abbiamo di noi stessi e degli altri. I confini disciplinari che presuppongono una
frammentazione della vita e una sua riduzione ad oggetto conoscibile e manipolabile mostrano non solo il
loro limite conoscitivo ma il loro essere costruzioni ideologiche e strategie al tempo stesso di potere e di
protezione.

Il secondo nodo problematico è, infatti, la tentazione continua di porre una distanza dal problema e dalla
dimensione perturbante della violenza. Specchiarsi nell’altra/o, riconoscere frammenti della propria vita nei
racconti di chi vive una relazione segnata dalla violenza è un’esperienza problematica. Il desiderio di
pensare che quella vicenda non ci riguardi, che non sarebbe mai potuta accadere a noi è forte. Anche per
una donna può essere presente la spinta a dire: “a me non sarebbe successo, non avrei accettato quel
passaggio, non sarei restata tanti anni in una relazione malata, avrei capito com’era quell’uomo, non avrei
accettato di smettere di lavorare”. Non sono, insomma una vittima, non sono debole, non sono in pericolo. Per un uomo che si confronti con altri uomini che abbiano agito violenza questa tentazione di distanziamento è, se possibile, ancora più forte.

Il rischio di fare riferimento al proprio sapere formalizzato non sta quindi, soltanto nella mancata
percezione del limite di questo sapere ma nel farne uno schermo che ci protegge impedendoci però di
misurarci realmente con il problema: indossare un camice bianco, un ruolo, dal quale giudicare o accogliere
senza mettersi in gioco.

Una relazione anestetizzata, meramente giudicante, difficilmente può promuovere un reale processo di
consapevolezza e cambiamento, ma come misurarsi con l’ambiguità dell’empatia: come costruire una
comunicazione che sia non giudicante ma al tempo stesso non collusiva? Come elaborare la propria
internità al problema?

L’attenzione all’ascolto degli uomini, delle loro ragioni, delle loro narrazioni e rappresentazioni si mostra
come terreno ineludibile ma al tempo stesso ambiguo. Lo mostrano alcune iniziative che si presentano
come “centri per uomini” in cui si rischia di avallare letture della violenza maschile come giustificata da una
frustrazione prodotta da norme e cambiamenti sociali produttori di squilibri ed eccessi. Questo sospetto di
collusività, più che la preoccupazione di una competizione per l’accesso a risorse sempre più limitate (è
evidente che centri antiviolenza, e interventi con uomini violenti sono parte di un comune lavoro di rete),
ha spesso determinato legittime diffidenze delle donne verso iniziative spesso di istituzioni locali che sono
parse avere una impostazione ambigua e disponibile a veicolare una sorta di vittimismo maschile. Appare
dunque necessario non solo che i programmi per uomini autori di violenza siano finanziati secondo
presupposti che garantiscano dal rischio di sottrarre risorse ai servizi di supporto alle vittime ma che
soprattutto non neghino la realtà di una diffusa violenza maschile verso le donne e di uno scenario segnato
da una disparità di potere tra i sessi.

Centri antiviolenza, centri e iniziative con uomini maltrattanti sono dunque interventi da integrare in rete
che affrontano lo stesso problema da punti di vista diversi. Per questo la bozza di linee guida discussa da
una rete di centri impegnati nel campo (di cui dirò in seguito) precisa che “Per svolgere un’azione efficace
sulla violenza nelle relazioni affettive, i programmi per uomini autori di violenza devono essere parte di un
sistema d’intervento integrato e partecipare attivamente a collaborazioni e a strategie di lavoro di rete
contro la violenza domestica; particolarmente importante resta dunque la collaborazione a stretto contatto
con servizi per le donne vittime di violenze e i loro bambini.” Questa logica di collaborazione diventa forse
altro quando si giunge a prefigurare una sorta di “supervisione o tutela” proponendo “l’inclusione di
rappresentanti provenienti dai servizi di supporto alle donne in qualità di esperti nei comitati direttivi e
commissioni consultive dei programmi per uomini autori di violenza.”

Emerge dunque la necessità di una riflessione sull’approccio e motivazioni di queste iniziative e soprattutto
degli operatori e i loro percorsi. Nei centri antiviolenza la motivazione politica delle donne è esplicita e
fondante di queste esperienze che hanno una continuità diretta con pratiche e riflessioni femministe. In
molti casi, sappiamo, le donne che operano nei centri antiviolenza hanno anche una storia di relazione con
la violenza: non sono rare le occasioni di donne che hanno prima usufruito dei servizi e poi sono divenute
operatrici. In generale il riconoscersi tra donne è una delle risorse nella comunicazione con la donna che si
rivolge al centro antiviolenza e il tema è come integrare questa empatia con la professionalità
dell’operatrice, come trovare un equilibrio e come elaborare la tentazione di operare una distanza con la
vittima senza produrre una sua nuova vittimizzazione.

Su questo dibattito ha fatto un primo punto il testo pubblicato dal gruppo di ricerca Le nove , “Il lato oscuro
degli uomini (1) ” che offre una prima rassegna critica delle esperienze italiane e ospita interventi di uomini
impegnati nella riflessione critica sulla costruzione sociale del maschile.

Il dialogo tra le ricercatrici de “le nove” e Maschile Plurale (2) ha avuto un primo appuntamento lo scorso 11
gennaio a Bologna dal titolo “La violenza maschile sulle donne al di fuori dell’emergenza. Per un
ripensamento della convivenza tra uomini e donne”, che proponeva un “confronto tra l’esperienza dei
centri antiviolenza, delle case delle donne maltrattate e l’esperienza dei centri per uomini autori di
violenza”.

Dall’incontro sono emerse soprattutto delle domande che oggi Maschile Plurale rilancia in vista di un
prossimo appuntamento: Da che tipo di percorso nascono questi nuovi Centri? Questo moltiplicarsi di
iniziative rivolte ad uomini è il frutto di una maturazione culturale e politica o è semplicemente una moda,
che nasconde problemi e contraddizioni? Che tipo di competenze e risorse culturali, professionali e umane
si stanno mettono in campo? Val la pena investire risorse pubbliche – già scarse – per percorsi di
accompagnamento al cambiamento per uomini autori di violenza? Ascoltare e trattare la violenza maschile
in centri specializzati e dunque riconoscere un disagio maschile significa forse psicologizzare, medicalizzare
o dare adito ad ulteriori forme di deresponsabilizzazione per questi uomini? O al contrario è un efficace
strumento di coscientizzazione e di cambiamento personale e sociale? Che rapporto c’è tra queste
iniziative rivolte a singoli individui e un lavoro più culturale e politico di prevenzione della violenza
maschile?

Queste realtà riescono a interrogare o a sensibilizzare anche la comunità locale o rimangono un
luogo per addetti ai lavori, tutto sommato marginali rispetto ai più ampi processi sociali? Come si
muovono, con che consapevolezza, e che idea di lavoro e di cambiamento gli uomini e le donne attive in
queste esperienze? I Centri Antiviolenza e i Centri rivolti agli uomini sono soggetti che muovono nello
stessa direzione, e che quindi possono collaborare e sostenersi reciprocamente (come mostrano le
esperienze di altri paesi) oppure sottintendono letture, sensibilità e obiettivi differenti nel contrasto alla
violenza? E soprattutto, sono maturati i tempi per un confronto e un impegno pubblico comune di uomini
e donne in quest’ambito? L’apporto attivo degli uomini può dare un contributo importante o decisivo?

Siamo in grado di investire nelle relazioni e di scambiarci fruttuosamente esperienze e riflessioni e
progettare insieme iniziative e percorsi per un salto in avanti nell’impegno nella costruzione di un’altra
civiltà tra uomini e donne? Oppure, quali sono gli ostacoli che trattengono da questo scatto politico e
culturale?

Le ho riportate tutte perché mi pare diano il senso della complessità e della dimensione della riflessione
che la nascita di iniziative rivolte agli uomini violenti sollecita.

Successivamente, il 15 febbraio scorso, si è svolto un incontro nazionale, promosso dal CAM, centro uomini
maltrattanti di Firenze che, proprio a fronte della disomogeneità delle esperienze in corso e del rischio di
improvvisazione ha provato a proporre un quadro comune di riferimento.

Il documento prodotto, una proposta di linee guida, dichiara infatti di voler “garantire la qualità del lavoro
e, più in particolare, ad assicurare la sicurezza delle donne e dei minori contenendo il rischio che interventi
inappropriati sugli uomini comportino conseguenze negative per le compagne e i bambini”. Le indicazioni
proposte si ispirano in parte alle linee guida europee emerse dal progetto “Work with Perpetrators of
Domestic Violence in Europe – WWP” (3)

Ma questa volontà di formalizzazione rischia di portare anch’essa con sé alcuni rischi evidenti.
Il primo, dalla lettura del documento, è proprio la rappresentazione del lavoro con uomini che abbiano
agito violenza, coerentemente con il desiderio di darne una visione rigorosamente professionale, in termini
riduttivi di “trattamento” (al contrario di quanto indicato anche nelle linee guida europee).
Al tempo stesso il documento afferma che “il maltrattamento domestico non è visto come una forma di
patologia, ma piuttosto come la declinazione di un complesso intreccio di aspetti sociali, culturali,
psicologici e relazionali.”

Forse la necessaria attenzione alla qualità dei progetti e alla formazione culturale, personale e
professionale di chi opera in questi centri andrebbe posta non tanto nei termini della definizione di una
sorta di “albo” che funga da barriera all’ingresso in un “mercato” che richiede una regolazione, quanto
intraprendendo un più solido scambio tra esperienze, una collaborazione reciproca nella formazione, una
condivisione di pratiche e riflessioni. Questo nella consapevolezza che nessuno, oggi, detenga una
metodologia e un approccio teorico stabilizzati, autosufficienti e verificati nella loro efficacia.
Anche per questo la definizione stringente del profilo professionale degli operatori e della durata della loro
esperienza per accedere ai “servizi” appare a volte rigida e non corrispondente alla pluralità di esperienze
in corso.

Questa pluralità riguarda anche gli ambiti, i livelli di gravità e gli approcci al problema. Sarebbe qui troppo
lungo descrivere le diverse possibilità di intervento ma a solo titolo di esempio si può ricordare il lavoro in
carcere con uomini condannati per reati connessi o meno, il lavoro con uomini in semilibertà che accedono
in forma volontaria o in forma obbligata o con fronte di premialità, l’accesso anonimo a servizi come il
telefono di ascolto attivo a Torino http://www.cerchiodegliuomini.org/telefono-uomo.html, la
partecipazione a gruppi di ascolto e condivisione, o a percorsi più strutturati, a interventi psicoterapeutici
etc. Si possono qui ricordare due esperienze avviate a Roma da Maschile Plurale in collaborazione con “Be
Free” e con “Solidea” (rispettivamente “Parla con i lui” e “Relazioni libere dalla violenza”) che non
consistono nella creazione di centri ma in esperienze di relazione con uomini violenti dentro e fuori dal
carcere, di ascolto di uomini che senza vincoli scelgono di condividere la propria esperienza relazionale
problematica.

La ricchezza delle esperienze, inoltre, ci dice che i diversi approcci messi in campo hanno nella loro
parzialità una ricchezza da mettere in relazione anziché irrigidirli in “protocolli”. Penso, ad esempio, alla
indicazione di coinvolgimento della partner (che ha senso in una dinamica di una coppia meno nel caso di
un contatto telefonico per un ascolto del proprio disagio o nel caso di un uomo in carcere per violenza) e
che in esperienze molto interessanti come quella di Torino non è prevista.

La stessa necessità di un riferimento a una riflessione politico-culturale sulla violenza tra i sessi, se assunta
in una logica normativa e prescrittiva rischia di irrigidirsi in un richiamo normativo anziché rappresentare
uno stimolo a un impegno professionale più consapevole.

Le richiamate linee guida affermano ad esempio che “Ogni programma per autori inoltre assume
un’esplicita visione teorica, tale da includere, senza limitarvisi, gli aspetti seguenti: a)teoria di genere:
valorizzazione dell’elaborazione femminista e riconoscimento dell’esistenza di una diseguale gestione di
potere nelle dinamiche di genere e nei ruoli relativi alla mascolinità e femminilità, con rilevanza a livello
individuale, sociale, culturale, professionale, religioso e politico.”

Il rapporto con il femminismo, con la riflessione critica sulla costruzione sociale della mascolinità, con il
dibattito teorico e la pratica politica sulla costruzione di modelli normativi di genere è parte ineludibile di
questi interventi che non può essere semplicemente richiamata come riferimento ma deve continuamente
interrogare motivazione e competenze di chi opera, finalità di chi finanzia e progetta.

La consapevolezza della dimensione complessa del problema mi pare chieda dunque di non separare il
confronto tra “centri” che svolgono il “trattamento dei maltrattanti” e le esperienze politico-associative di
uomini che tentano di riflettere sulle radici culturali della violenza maschile contro le donne.
Nel lavoro sulla violenza maschile, insomma, si cominciano a percorrere i primi passi. Va fatto con
consapevolezza del limite delle competenze, dei saperi e degli approcci di ogni esperienza, va fatto nella
consapevolezza della dimensione sociale e della violenza, che non si tratta di “guarire gli uomini violenti” e
che non si può agire separando pratica politica, consapevolezza personale, competenza professionale e
confronto tra uomini.

Forse anche sulla violenza, è necessaria non solo un’alleanza o una collaborazione tra donne e uomini ma
un’interrogazione reciproca più coraggiosa e radicale. Di questo si discuterà nell’incontro nazionale che, di nuovo, gli uomini di Maschile Plurale e le ricercatrici di “le nove” propongono per il prossimo 31 maggio

______________________________________________
NOTE

1 Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento (A cura di A. Bozzoli,
M. Merelli, M.G. Ruggerini, Ediesse 2013)
2 www.maschileplurale.it
3 Dichiarazione del rispetto dei principi e standard minimi di pratica 2004, WWP – Work with Perpetrators of Domestic
Violence in Europe – Daphne II Project 2006 – 2008; www.work-with-perpetrators.eu

1 comment

Bruno A.Bellerate, emerito di Roma 3 martedì, 18 Marzo 2014 at 18:30

Interessante analisi, in particolare, delle esperienze e modalità “curative” di un preoccupante disagio sociale. Ma “non è meglio prevenire che curare”, come ormai anche la medicina ufficiale riconosce? Nel caso, prevenire comporta una diversa formazione del “maschio” e della “donna”, a partire dalla loro infanzia: ciò che non si è mai fatto, né, in genere, si sa ancora fare.

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