Home Europa e Mondo Crimea: le bugie di Mosca e Washington

Crimea: le bugie di Mosca e Washington

Fulvio Scaglione
famigliacristiana.it

Meglio la guerra fredda o la guerra calda? E’ curioso che i fatti di Crimea spingano a stigmatizare la “nuova guerra fredda” una serie di protagonisti che, solo pochi anni fa, hanno organizzato e appoggiato una guerra molto calda come quella in Iraq: gli Usa, che mentirono al mondo pur di lanciare l’attacco; Paesi europei come la Gran Bretagna, che della menzogna e della susseguente guerra furono co-protagonisti; le Nazioni Unite, che passarono da “no” (motivato, visto che le ispezioni sulle armi di distruzione di massa avevano detto il vero: le armi non esistevano) a “sì” in qualche giorno.

La propaganda è propaganda, e quella di Vladimir Putin, che sostiene di essere intervenuto in Crimea per difendere l’operato delle legittime autorità locali, non è certo da meno. Ma non bastano le bugie del Cremlino a trasformare in verità le panzane altrui. Di tutta questa faccenda, sempre che non ci siano ulteriori e deleteri sviluppi, restano i fatti. E i fatti sono piuttosto precisi: un Presidente e un Governo legittimamente e democraticamente eletti sono stati rovesciati da manifestazioni di piazza. Presidente infame e corrotto, Governo incapace a tutto. Ma questo basta a rendere vero tutto ciò che si dice?

Anche con Yanukovich e i suoi, l’Ucraina restava uno dei Paesi più democratici dell’ex spazio sovietico. Gli Usa, così preoccupati per i diritti dei popoli, non battono ciglio di fronte al regime della famiglia Aliev in Azerbaigian, che anzi sostengono in ogni modo anche se non è certo migliore della famiglia Yanukovich; e nemmeno di fronte a quello del Kirghizistan, che ospita la loro preziosa base militare.

Non hanno scrupoli di fronte al Governo banditesco del Kosovo, per non parlare del Medio Oriente e dei loro grandi amici dell’Arabia Saudita, per nulla democratici a casa loro e pronti a mandare i carri armati in Bahrein per stroncare sul nascere qualunque accenno di Primavera araba. Per non parlare della Libia: prima hanno appoggiato un dittatore come Gheddafi, poi gli hanno fatto la guerra, ora assistono senza far nulla alla spartizione del Paese e delle sue risorse petrolifere tra milizie e bande di tagliagole.

Quella che si svolge in Ucraina oggi non è la lotta del bene contro il male, come pure pretendono di farci credere. Quel po’ di bene che c’era, e che stava nella legittima aspirazione degli ucraini ad avere un Governo onesto e capace e un Presidente meno ladro, è stato abbondantemente scavalcato da considerazioni ben diverse e da una lotta tra potenze per nulla diversa dal braccio di ferro che abbiamo visto tra Usa e Russia a proposito della Siria. E anche lì: la Russia appoggia il dittatore Assad, che ha reagito sparando ai civili a una moderata, diciamo persino modesta, richiesta di democrazia; gli Usa hanno coperto di armi e denaro milizie di estremisti islamici che ammazzano i civili e mettono auto-bomba nelle strade. Ma, dicono loro, lo fanno per la democrazia.

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La NATO e l’Ucraina

Gaetano Colonna
www.clarissa.it

Lunedì 17 marzo, il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha incontrato il ministro degli affari esteri ucraino ad interim, Andriy Deshchytsa, per discutere gli ultimi sviluppi degli avvenimenti in Ucraina, incluso il referendum che ha segnato il distacco della Crimea dall’Ucraina e la successiva adesione alla Russia.

Rasmussen ha tenuto a sottolineare che il referendum compromette gli sforzi diplomatici della comunità internazionale rivolti ad una soluzione pacifica della crisi ucraina ed ha ripetuto che la Nato è risoluta a sostenere con fermezza la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, la sua integrità territoriale e l’inviolabilità delle sue frontiere.

I due interlocutori hanno confermato l’intento di consolidare la cooperazione della Nato con l’Ucraina nel quadro della Commissione Nato-Ucraina, rafforzando in particolare i rapporti con i dirigenti politici e militari ucraini, consolidando le capacità militari dell’Ucraina e organizzando addestramento ed esercitazioni congiunti. In tale quadro, Rasmussen ha precisato che la Nato coinvolgerà l’Ucraina nei suoi progetti multinazionali rivolti ad incrementare le capacità militari del paese.

Si tratta di un incontro molto significativo perché conferma che l’obiettivo finale del supporto occidentale all’Ucraina in questa drammatica e pericolosa crisi è l’allargamento della Nato ai Paesi ex-sovietici, in spregio degli impegni assunti nel 1990 dal segretario di stato americano James Baker con Mikhail Gorbaciov, e confermati dal ministro degli esteri tedesco Hans Dietrich Genscher al suo omologo russo, Shevarnadze, in merito al fatto che la presenza di una Germania riunificata membro Nato escludeva anche il sia pur minimo avanzamento verso est dell’organizzazione militare atlantica.

Un impegno, già disatteso con l’adesione alla Nato di Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria nel 1999, e poi di Slovacchia, Bulgaria, Romania e degli Stati baltici nel 2004, ma che finora non aveva mai toccato il territorio dell’ex-Urss.

Questo avvenimento segna anche un evidente mutamento, voluto o forzato, della politica tedesca, che ancora fino al 2008 si era opposta all’allargamento a Ucraina e Georgia del Patto atlantico: un fatto forse ancora più significativo e pericoloso perché, oltre a dimostrare che l’Unione Europea marcia a rimorchio della strategia nord-americana nei confronti della Russia, non può che suscitare in questo paese la pericolosa sensazione di un crescente accerchiamento da parte dei suoi tradizionali avversari occidentali, a partire appunto dalla Germania.

Nel centenario dello scoppio della Grande Guerra, queste modificazioni del quadro strategico europeo esigono una profonda riflessione da parte delle classi dirigenti di Paesi che, come l’Italia, non hanno mai voluto affrontare la questione di quale possa essere il ruolo della Nato dopo la fine della Guerra Fredda. Prima infatti di accusare di espansionismo la Russia di Putin, che tutela i suoi diretti e primari interessi strategici, a partire dall’accesso ai mari del sud, dovremmo infatti analizzare con oggettività l’espansionismo occidentale verso est, di cui la Nato è il principale artefice da un ventennio almeno.

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