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Se il dogma mette il morso al Vangelo di A.Bodrato

Aldo Bodrato
il foglio– mensile di alcuni cristiani torinesi, n. 410 del marzo 2014

Un recente scambio di pareri tra il cardinal Maradiaga, che a nome della Caritas proponeva di
ammettere alla piena comunione eucaristica i divorziati risposati, e Muller, prefetto della
Congregazione per la dottrina della fede, che tale possibilità escludeva a difesa della Veritas, ha
riacceso il dibattito intorno a una questione cruciale per qualsiasi progetto di rinnovamento
evangelico della chiesa. Si tratta del dibattito, già emerso con forza subito dopo il Vaticano II, a
proposito del carattere «pastorale» o «dogmatico» delle costituzioni consiliari.

Chi ha vissuto quegli anni ricorderà l’insistenza dei vescovi e dei laici conservatori sulla portata
operativa dei deliberati del Concilio, che, essendosi presentato come un «concilio pastorale», non
poteva certo, a loro dire, aprire le porte a qualche, più o meno esplicita, modifica della dottrina.
Sostenevano che ogni aggiornamento proposto, per quanto in apparenza umanamente e
storicamente opportuno, può essere messo in atto solo dopo aver accertato che non comporti
possibili elementi di discontinuità con gli assunti teorici della tradizione e deve venire articolato in
modo da corrispondere fedelmente ad essi. Molti dei cosiddetti riformatori, Paolo VI in primis,
inoltre, spaventati dallo scisma lefevriano, accettavano quest’ottica interpretativa (cfr. Humanae
vitae), ritenendo forse che la comunità cristiana non fosse matura per mettere in discussione il
primato delle formule teologiche e dei precetti catechistici sul kerigma.

Arroccatasi sull’irreformabilità della dottrina e sulla non negoziabilità dei principi, Roma limitava a
superficiali ritocchi di nome e di costume gli «aggiornamenti» annunciati e, per quasi cinquant’anni,
tentava di mettere a tacere gli appelli che il Concilio aveva fatto propri e prospettati come linee
guida del «popolo di Dio in cammino nella storia»: il rifiuto di ogni «costantiniana» omologazione
della chiesa ai poteri terreni, il ritorno alla Scrittura come fonte prioritaria di ispirazione di vita
cristiana, l’apertura al dialogo coi fratelli nella fede e con le altre religioni, il confronto aperto e
simpatetico col mondo contemporaneo, l’invito ai credenti a darsi e a dare ragione della propria
fede, misurandosi, senza ipocriti distinguo morali e perniciose schizofrenie culturali, con l’inesausta
ricchezza esistenziale del messaggio del Cristo e con «le gioie e i dolori» del proprio essere uomini.
L’idolo dell’Essere come maschera alla pratica dell’avere

Per affrontare con serietà il compito della nuova evangelizzazione o, se volete, della conversione
evangelica della chiesa, probabilmente il nodo più difficile da sciogliere, dal punto di vista
teologico, è il rapporto tra ortodossia e ortoprassi.

Non è azzardato ritenere che le concrete ragioni storiche, che daranno forza politico-sociale agli
oppositori interni ed esterni delle linee di rinnovamento, prospettate dall’Esortazione apostolica
Evangelii Gaudium, avranno la loro radice nel rifiuto di dare attuazione concreta alle affermazioni
sulla centralità pastorale e dottrinale dell’annuncio di liberazione a peccatori, emarginati, malati e
prigionieri. A preoccupare porpore e tonache d’ogni forma e colore, classi dirigenti, atei devoti e
benefattori dall’incommensurabile superfluo, sarà la proposta di fare della chiesa una chiesa che
sceglie di farsi povera coi poveri, di essere presente nel mondo non più come potente tra i potenti,
benestante tra i benestanti, ma come voce profetica delle periferie geografiche e sociali. Sarà il
passaggio da una pastorale paternalistica e disincarnata a una pastorale di condivisione e
promozione educativa e operativa che i meglio insediati nella chiesa e nel mondo cercheranno di
contrastare.

Lo faranno, però, senza mettere in discussione l’evangelicità dell’attenzione agli ultimi, senza
puntare, come nei secoli scorsi, sulla pericolosità di una prassi pastorale destabilizzante.
Giocheranno gli uni la parte dei difensori della tradizione dogmatica, custodi dell’intoccabile
depositum idei. Gli altri punteranno sulle leggi naturali dell’economia di mercato e sulla naturale
dinamica delle società democratiche. Diranno che pretendere di riequilibrare le condizioni socioeconomiche,
di fatto e di diritto, in cui i cittadini si vengono a trovare, significherebbe limitare la
libera concorrenza e disconoscere le diverse capacità di merito e d’impegno degli stessi. Diranno
che equità e giustizia esigono che si dia a ciascuno il suo, che la proprietà è intoccabile, in quanto
bene di ogni singola persona e di ogni singola famiglia. Faranno della fede nella presenza di Dio
nella natura e nella Scrittura il fondamento di una legge naturale di diritto divino, che s’innalza
come un muro invalicabile per ogni iniziativa di riforma, per ogni etica rispettosa della libertà di
coscienza.

L’immagine teologica di un Dio eterno e immutabile e quella filosofica di una natura, storicamente
transeunte, ma fissa nelle sue leggi, renderanno oggetti idolatrici il Dio vivente, libero e dinamico
della Bibbia, e la creazione, costitutivamente dotata di analoghe potenzialità. La trasformazione del
Dio «indicibile e inimmaginabile» dell’Esodo in «Essere primo e perfetto» e la riduzione degli
«esistenti liberi» a sostanze gerarchicamente ordinate, ne faranno degli oggetti definibili in precise
formule dottrinali, organizzabili in una stabile totalità concettuale, religiosamente, eticamente e
storicamente controllabili grazie a opportuni saperi, definitivi progetti, categorici precetti e
inderogabili riti.

Sarebbe bestemmia dire che la ricerca teologica, la riflessione etica e spirituale, l’interrogazione sul
«come, dove e perché» dell’essere, sono inutili, inopportune e pericolose; che la verità, relativa a
Dio e alla natura, uomo compreso, non deve essere perseguita. Né si può avanzare il sospetto che gli
uomini di chiesa e di scienza, che ci invitano a fare i conti con il frutto delle ricerche e delle
scoperte dei secoli trascorsi intorno alla rivelazione di Dio e allo studio della natura, siano
potenzialmente colpevoli di cieco e ipocrita dogmatismo.

Sappiamo bene che le definizioni dottrinali del passato, le teorie teologiche di Padri, Dottori e
Maestri, dei coevi cultori del «trivio», del «quadrivio» e di ogni altro vecchio e nuovo sapere, sono
il punto di partenza di ogni nostra ulteriore riflessione e ricerca. Proprio come sappiamo di non
poterci illudere di essere in grado, oggi, di trasformare in nuove e definitive certezze quelle che
consideriamo apprezzabili ma fragili certezze di ieri.

Il cammino alla verità, come il cammino alla «terra promessa», al «regno» e a ogni altro umano
sogno di compimento, non segue i binari di una qualche transiberiana provvidenzialmente o
positivisticamente necessitante. Si configura piuttosto come un accidentato sentiero che tanto il
rivelarsi di Dio, quanto l’evolversi della natura e il progredire dell’uomo, si aprono nel caos, sopra
l’abisso, oltre il nulla. Questo almeno secondo il credente biblico. Per lui la Verità, l’incontro pieno
dell’uomo e della natura con Dio e di Dio con la sua creazione, non sta come il «motore immobile»
aristotelico o come la platonica «idea del bene» che tutto regolano e tutto attraggono a sé; non diviene
entro un processo preordinato di emanazione o di autorealizzazione idealista, storicista o naturalista.
Si fa, o meglio, la fanno Dio, l’uomo e la creazione tracciando nel mare una rotta tesa alla ricerca
del porto agognato, scavando nelle sabbie e tra le rocce un ondivago cammino verso la meta
promessa e/o sognata.

Rotta, porto, cammino e meta non meglio definiti, come la scala protesa al cielo e percorsa da
viventi, che appare nella notte a Giacobbe sull’altura di Bethel e si lascia intravvedere, non vedere,
né trasformare in conoscenza. Immagine di sogno che l’autore biblico ci testimonia in forma di
racconto e non di dottrina, facendone rivelazione e Parola di Dio. Ce la tramanda come lontana
memoria di un tema folklorico da interpretare. Tale l’ha ricevuta e tale la ritrasmette debitamente
riteologizzata.

Sempre la tradizione è frutto di continua elaborazione interpretativa delle interpretazioni già portate
a maturazione dalla chiesa nei vari momenti della storia. Sempre i protagonisti di questo processo
umano hanno lavorato sui testi teologici e dottrinali nella prospettiva di chi non si prefigge il
compito di smentire, ma di invertire l’insegnamento ricevuto, adeguandolo alla cultura, alle attese,
ai valori etici, alla visione dell’uomo e del mondo propri e dei propri contemporanei. Più che di
aggiornamento si è sempre trattato di reincarnazione del credere in ogni storico divenire dei singoli
e delle società; reincarnarle mantenendone la forza persuasiva ed operativa.

«Noi — dicevano, non senza qualche prudenziale astuzia, i più vivaci maestri delle scuole
monastiche e delle nascenti università del mi secolo a chi li rimproverava di introdurre novità nel
panorama stabilizzato della teologia antica — siamo come nani sulle spalle di giganti». «Non
valiamo più di un mignolo dei piedi dei Padri, ma ben piantati sulla loro proceritas, godiamo di un
punto di vista che ci permette di guardare più lontano».

Ecco perché, con qualche enfasi retorica, ma senza farci distruttori della tradizione, della dottrina e
dei dogmi, abbiamo detto che coloro che pretendono di rendere immutabile Verità i risultati della
ricerca teologica del passato e li innalzano a oggetto di culto, di venerazione, di mantra indefettibili,
si fanno idolatri e fabbricanti di idoli.

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