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Erdogan vince e promette vendetta

Chiara Cruciati
Near East News Agency

Otto morti e la vittoria di misura del premier Erdogan, questo il bilancio finale delle tanto attese elezioni amministrative svoltesi ieri in una Turchia social network-free. Scontri sono scoppiati in alcuni seggi elettorali tra i sostenitori di candidati rivali: due le vittime nella provincia meridionale di Hatay e sei in quella di Sanliurfa, decine i feriti. Secondo quanto riportato da media arabi, ad aprire il fuoco sarebbero stati sia i sostenitori del primo ministro Erdogan che quelli del rivale Fethullah Gulen.

Sul piano politico, nelle preferenze dei turchi sembrano non aver inficiato le politiche repressive intraprese dal governo negli ultimi mesi nei confronti dei social network più noti – dove attivisti e cittadini si sono ritagliati il loro naturale spazio di critica –, lo scandalo corruzione che ha travolto businessman e politici vicini al partito del premier e neppure il retaggio delle proteste di Gezi Park della scorsa estate. Con il 90% dei seggi scrutinati, il partito di governo AKP si sarebbe aggiudicato la maggioranza relativa, oltre il 43% dei voti, contro il 26% del principale partito di opposizione, CHP, figlio del fondatore laico della repubblica turca Ataturk. Terzo classificato, il Nationalist Movement Party con il 17,5%.

I candidati di Erdogan si sono assicurati la vittoria in 49 tra città e province, contro 32 seggi vinti dalle opposizioni. Traballante Istanbul, dove l’AKP ha archiviato un successo relativo, con un margine di solo il 7%. E nella capitale Ankara, a vincere è stato il CHP con un misero 0.5% di voti in più dell’AKP.

In quello che era stato descritto come un referendum sul governo, il premier ha strappato una vittoria di misura: alle ultime elezioni locali, nel 2009, si era assicurato oltre l’85% delle preferenze. Quasi un plebiscito che oggi risente di scandali e politiche di censura. Eppure la figura forte di un primo ministro impegnato nel garantirsi il controllo politico e economico del Paese e nel reprimere le voci critiche non è uscita troppo intaccata da un anno di tensioni, scontri politici e repressioni delle manifestazioni di strada. Chi immaginava la capitolazione del rais è rimasto deluso dal voto dei 52 milioni di turchi che si sono presentati ieri nei circa 200mila seggi elettorali.

E chi ha osato criticare il governo, oggi è a rischio. Erdogan non ha perso tempo e ieri sera dopo l’avvio degli scrutini ha promesso vendetta: i rivali “pagheranno il prezzo” del tentativo di far cadere il governo islamista targato AKP. Il timore di molti è che il voto di ieri venga utilizzato dal premier per estendere ulteriormente il proprio mandato: in carica da undici anni, Erdogan potrebbe pensare di candidarsi direttamente alla presidenza la prossima estate, sfidando il moderato Gul, oppure di cambiare le regole interno del partito e ripresentarsi alle elezioni politiche nel 2015 alla caccia del quarto mandato da primo ministro.

“La nazione ha mandato un messaggio alla Turchia e al mondo – ha detto ieri Erdogan, festeggiando la vittoria ad Ankara di fronte a migliaia di sostenitori – [Il popolo] ha detto che questa nazione non si piegherà e la Turchia non sarà sconfitta”. Chiaro il messaggio inviato agli oppositori, a partire dal religioso Gulen in esilio volontario in Pennsylvania e accusato dal governo di Ankara di aver dato vita ad uno “Stato parallelo”: nel discorso di ieri Erdogan ha più volte citato la Pennsylvania e ha “suggerito” un’azione di governo per scovare i sostenitori del rivale dentro magistratura e polizia, anche con arresti di massa: “Domani qualcuno dovrà andarsene. Ho personalmente presentato denunce penali contro alcuni di loro, se ne devono andare”.

Vittoria o meno, la Turchia non esce pacificata dalle elezioni di ieri: il Paese appare spaccato, incapace di liberarsi del tutto della figura dell’uomo forte Erdogan, criticato e attaccato ma ancora considerato guida legittima. Un Paese diviso a metà che gode di poche prospettive di riconciliazione sotto l’ala di un premier radicale come quello attuale, un combattente in prima linea che non intende concedere alcuna apertura alle opposizioni ma che promette vendette trasversali. Dall’altra parte, le tante voci delle opposizioni, dai nazionalisti agli intellettuali, il cui unico punto di contatto è la battaglia contro il governo, incapaci di rappresentare una reale alternativa in un periodo di sfide economiche e di tensione politica (soprattutto con la vicina Siria).

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