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Medio Oriente: arena geopolitica

Mostafa El Ayoubi
www.confronti.net

Il Medio Oriente è una delle arene geopolitiche dove Usa e Russia si combattono per difendere o estendere ognuno i propri interessi. Anche l’attuale crisi ucraina contribuirà a complicare la situazione in questa martoriata regione del mondo.

L’attuale grave crisi diplomatica tra Washington e Mosca scoppiata intorno alla questione ucraina avrà delle conseguenze dirette sulla situazione geopolitica nel Medio Oriente. In particolare questo scontro si rifletterà sulla guerra in Siria, sul nucleare dell’Iran e anche sul conflitto israelo-palestinese. Quando tre anni fa è scoppiata la ribellione armata in Siria, gli Usa/Nato avevano calcolato che nel giro di pochi mesi al Assad sarebbe caduto, come è avvenuto per Gheddafi in Libia. Ma la reazione della Russia (e della sua alleata Cina) ha scombinato tali calcoli.

Diversamente da quanto ha fatto nel caso della Libia, il Cremlino si è opposto fermamente all’intervento militare in Siria. La mossa di Mosca è stata ovviamente dettata dai suoi interessi geopolitici nel Medio Oriente. La destabilizzazione della Siria – messa in atto dal governo americano e dai suoi alleati – aveva come obiettivo togliere di mezzo al Assad e sostituirlo con un governante alleato ed estendere quindi la sua totale egemonia sull’intero Medio Oriente. Questa operazione avrebbe ridotto a zero l’influenza della Russia nella regione. Occorre ricordare che l’unica base militare russa che le consente di essere presente nel Mar Mediterraneo si trova a Tartus, in Siria.

Il conflitto diplomatico, molto mediatizzato, tra John Kerry (ancor prima Hillary Clinton) e Sergej Lavrov sulla questione siriana non ha mai riguardato veramente la difesa dei diritti umani o l’instaurazione delle democrazia. I veri motivi di tale rivalità sono sempre stati legati ad interessi geopolitici. Molti siriani hanno temuto a lungo che i russi prima o poi li avrebbero mollati in cambio di qualche accordo vantaggioso con gli americani che avrebbe consentito loro di salvaguardare i propri interessi nella Regione.

La crisi scoppiata in Ucraina, alle porte della Russia, che ha provocato un regime change a favore degli Usa, renderà i russi ancora più determinanti nel difendere i propri interessi (l’annessione della Crimea attraverso un referendum orchestrato dal Cremlino rientra in quest’ottica). Ora la Russia farà di tutto per evitare che l’«amica» Siria cada in mano al blocco Usa/Nato. E da questa situazione ne trarrà vantaggio il governo di al Assad, il cui esercito negli ultimi mesi sta recuperando parte del terreno perso nei confronti della variegata «opposizione» militare composta in gran parte da jihadisti (siriani e non) appoggiati dagli Usa e da diversi stati islamici.

Ora che le relazioni diplomatiche tra le due grandi potenze si sono molto inasprite, la soluzione politica alla crisi siriana potrebbe allontanarsi. Le varie trattative di Ginevra potranno non servire più a nulla! Ad oggi il governo siriano non è in grado di riprendere il controllo totale del paese e i gruppi armati, oltre a combattere contro l’esercito regolare, si ammazzano tra di loro. E a pagare i danni maggiori è la popolazione. Questa situazione rischia di incancrenire ulteriormente la crisi siriana che potrebbe durare ancora anni ed anni e portare alla «somalizzazione» del paese. Uno scenario che tutto sommato non dispiace agli Usa. Ad oggi l’establishment siriano non è caduto, ma è molto sfiancato dalla guerra interna e l’influenza di Damasco nello scacchiere medio orientale – specie quello palestinese, libanese e iracheno – è pressoché nulla.

Il gelo tra Washington e Mosca rafforzerà la posizione di Teheran – alleata di Damasco – come attore determinante nella regione sia nel Libano attraverso il movimento di Hezbollah sia riguardo alla questione palestinese. E ciò costituisce un grosso problema per le monarchie sunnite del Golfo Persico che vedono, nell’Iran (sciita) che avanza, una minaccia per la loro stabilità politica e la loro egemonia economica e soprattutto religiosa nel Medio Oriente.

Il ritorno in prima linea del «gigante» saudita e la messa da parte del «piccolo» Qatar – dal quale Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi hanno ritirato i loro ambasciatori per motivi legati ad uno scontro intra-religioso tra salafiti e fratelli musulmani – rientra nella strategia di rafforzare la presenza nella regione del blocco sunnita conservatore capeggiato dalla famiglia reale di Al Saud. I sauditi oggi appoggiano i militari in Egitto; guidano l’insurrezione armata dei jihadisti in Siria; comprano armi dalla Francia per l’esercito libanese nel tentativo di contrastare il movimento di Hezbollah sostenuto e armato dall’Iran.

Dalla crisi diplomatica internazionale attuale il governo iraniano potrebbe trarre vantaggio anche sul versante del nucleare. Mosca, che finora ha sempre giocato un ruolo ambiguo, potrebbe schierarsi definitivamente con Teheran: oltre ad appoggiare il suo programma di arricchimento dell’uranio e a sbloccare la vendita di armi sofisticate ad essa, potrebbe anche aiutare l’Iran a bypassare le sanzioni e gli imbarchi imposti dagli Usa/Nato, importando e rivendendo gli idrocarburi iraniani.

E ciò rafforzerebbe la crescita economica dell’Iran e di conseguenza la sua posizione geopolitica a scapito delle monarchie petrolifere storiche alleate degli americani. Tale scenario potrebbe scombussolare ulteriormente i piani occidentali che consistono nel ridisegnare la mappa del Medio Oriente in sintonia con il loro nuovo piano di rimodellamento geopolitico della regione.

L’escalation politica tra gli Usa e la Russia avrà delle conseguenze anche sul conflitto israelo-palestinese. L’Iran – noto per la sua posizione ostile nei confronti di Israele – rafforzato da questa situazione, potrebbe incrementare il suo sostegno ai movimenti di lotta armata palestinesi e quindi inasprire ulteriormente il conflitto.

Inoltre, l’ingerenza di forze speciali di origine israeliana nell’insurrezione armata di Kiev rischia di intaccare i rapporti tra Mosca e Tel Aviv. Ex militari israeliani hanno partecipato direttamente alla ribellione sotto l’egida di Svoboda, partito di estrema destra di ispirazione nazista (vedi Jta, the Global Jewish News Source, del 28 febbraio 2014). L’eventuale deterioramento dei rapporti tra il Cremlino e Israele potrebbe diventare uno svantaggio per quest’ultima, per il crescente peso geopolitico della Russia e dei suoi alleati del Brics. Tale peso potrebbe pendere a favore dei rivali dello stato di Israele nella regione. E gli Usa/Nato reagirebbero portando maggior sostegno a quest’ultimo. Una escalation che complicherebbe ulteriormente il conflitto israelo-palestinese.

Oggi più che mai il Medio Oriente è una delle arene geopolitiche più importanti dove i giganti si combattono con ogni mezzo per dominare il mondo. A perdere però sono sempre i popoli che vivono in queste arene!

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