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Via dalla pazza guerra di A.Shiri

Alidad Shiri

Sono partiti dall’Afghanistan per arrivare in Europa cercando una vita dignitosa. La guerra continua da quasi trentasei anni in Afghanistan. Anche se tredici anni fa si sono intromessi gli Stati Uniti e la NATO, nulla è cambiato e ogni giorno muoiono molte persone e altre cercano di fuggire. Tra due settimane ci saranno le elezioni presidenziali; invece che confrontarsi su programmi, i candidati esaltano con molto fanatismo la religione che usano ai loro fini, dichiarando che l’Afghanistan rimarrà sempre un Paese musulmano.

La guerra presenta anche l’aspetto di confllitto interno tra sciiti e sunniti. Questi ragazzi che fuggono hanno inoltre paura di una nuova guerra civile. I loro viaggi durano dai quattro ai cinque o sei anni, perchè devono passare attraverso il Pakistan, l’Iran, la Turchia e la Grecia. A volte muoiono affogati o schiacciati sotto i camion. L’Italia non è la loro meta ma un ponte di passaggio per giungere nel Nord Europa. Prima di arrivare da noi però molti sono stati fermati e rinchiusi in carceri insieme a delinquenti comuni in Iran, Turchia, e Grecia, dove hanno dovuto fare anche i conti con i naziskin che li hanno spesso picchiati.

Quelli che sono arrivati a Bolzano pensavano di essere in un luogo più tranquillo dove trovare finalmente un po’ di pace e una sistemazione prima di proseguire oltre il Brennero. Invece per gli accordi di Dublino, una volta prese le impronte digitali in Italia, non possono andare oltre, quindi devono fermarsi anche contro la loro volontà. Chi li osserva in volto non può non accorgersi dell’aria patita e non immaginare tante sofferenze e tanti lutti che si portano dentro. Ma occore un minimo di umanità per poter notare la tragedia impressa nel loro sguardo.

Sono una cinquantina di giovani, di età diversa, che cercano rifugio sotto i ponti della nostra città e in edifici abbandonati nell’area della stazione. C’è chi vive così da circa sette mesi, che mi racconta del freddo passato in questo inverno, trovando qualche pasto caldo offerto dal furgone di fronte alla stazione. Hanno tentato di chiedere aiuto dappertutto, spostandosi ogni giorno e ricevendo la risposta che per il momento non c’è posto.

Alcuni hanno i documenti in regola avendo ricevuto il riconoscimento di rifugiato o di protezione umanitaria. Anche se hanno la certificazione medica che attesta problemi di salute, non trovano un luogo caldo e pulito dove dormire e farsi la doccia. Per lavarsi ogni tanto devono andare nelle acque del Talvera. Ad aggravare questa situazione c’è soprattutto la mancanza di residenza che crea un circolo vizioso terribile.

Dopo che gli hanno preso in Questura le impronte digitali, le loro pratiche per avere un documento non vanno avanti perchè devono dimostrare una residenza. Quindi sopportano estenuanti code in Questura senza avere risposte, senza che si aprano loro possibilità di progetti di vita, come imparare la lingua, frequentare qualche corso professionale, cercare un lavoro e una sistemazione decorosa. Pochi giorni fa un ragazzo afghano a Trieste si è ucciso in modo tragico trovandosi in simile situazione.

Il giovane Ali Badar che ora si fa portavoce degli afghani di Bolzano, sa cosa vuol dire dormire all’adiaccio perchè, dopo essere arrivato qui più di due anni fa passando la notte in un anfratto da cui rischiava di precipitare, ha pensato al suicidio, ma qualcuno l’ha salvato. Ora con i pochi soldi che riceve dal suo lavoro procura qualcosa da mangiare ai suoi connazionali. In questi giorni sono stati accompagnati a Bolzano dal Ministero degli Interni quaranta profughi eritrei provenienti da Lampedusa. I ragazzi afghani allora hanno fatto una manifestazione di protesta in Via Macello, davanti al Centro Profughi l’altra sera per attirare l’attenzione sui loro problemi che sembrano ignorati dalla città, chiedendo spiegazione: se si sono trovati subito i posti per questo nuovo gruppo, perchè loro devono vagare da tempo con tutte le porte chiuse?

Se non si risolve urgentemente questa situazione tutto si aggraverà ancora di più, perchè serviranno anche cure psichiatriche, ammesso che qualcuno non compia qualche gesto disperato come è avvenuto dieci giorni fa a Trieste. Leonhard Voltmer, responsabile della Conulenza Profughi della Caritas, commenta con amarezza la notizia dicendo che non è giusto nemmeno legalmente che questi profughi afghani vivano per strada, esposti quindi alle malattie perchè non possono avere nemmeno un codice fiscale per le medicine.

Quindi non possono nemmeno accedere ai corsi linguistici, organizzati dalla Carits o andare in biblioteca per utilizzare i libri necessari. Tutto questo perchè la competenza per la loro assistenza è dello Stato, quindi la Caritas può intervenire in modo molto limitato, fornendo la mensa e una doccia settimanale, oltre alla consulenza di un avvocato volontario che segue la procedura di 25 casi.

Sempre su sollecitazione della Caritas alle autorità istituzionali, sono aumentati i posti letto per i senza fissa dimora, però ai servizi possono accedere prima i registrati nel Comune, nella Provincia, in Italia e nella Comunità Europea. Nonstante un intervento del Comissariato dell’ONU per i Profughi, per loro alle fine non c’è posto anche se questa situazione è la più tragica perchè arrivano fuggendo dalle guerre. C’è un buco nella legalità e va risolto urgentamente, senza che debbano ancora pagare vittime innocenti.

Sono calpestati gli elementari diritti umani anche a Bolzano. Speriamo che le Autorità provinciali, il Comissariato del Governo e la Questura riescono ad accordarsi per risolvere concretamente e presto la situazione.

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