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Destra o sinistra? Sotto o sopra?

Beppe Pavan
Comunità cristiana di base di Pinerolo

Ascoltavo i risultati delle elezioni amministrative in Francia e gli scongiuri preoccupati delle forze di sinistra di fronte alla possibile sconfitta che si profila alle prossime vicinissime consultazione europee. Sembra sempre che la colpa sia ogni volta dell’elettorato, che non capisce tutto il bene che gli è stato fatto negli anni del miglior governo possibile. L’ultimo, ovviamente. Lo stesso succederà alla tornata successiva; lo stesso succede qui da noi in Italia.

Il motivo della sconfitta, che più risalta e più viene sottolineato in campagna elettorale dall’opposizione e sui media, è soprattutto il livello insopportabile raggiunto dalla corruzione e dalle ruberie di chi sta al governo. Oggi vince la destra per reazione della gente all’incapacità e alle ruberie della sinistra, che tra qualche anno, per lo stesso motivo, riconquisterà gli scranni perduti. Aumentando però, ogni volta, la disaffezione e l’astensione dal voto.

Così passano i decenni, Dio non voglia i secoli… i dominanti sopravvivono e i sudditi non sanno come uscirne.

Comincio con due piccole riflessioni. La prima si rifà alla clamorosa dichiarazione di Marine Le Pen: la differenza non passa più tra destra e sinistra, ma tra sopra e sotto. Santiago Agrelo, vescovo di Tangeri, esprime il concetto in modo molto chiaro: “Quando si tratta di legiferare rispetto ai poveri, lo fanno sempre i ricchi, e sempre dalla loro prospettiva. (…) Sarà mai possibile che al momento di legiferare si abbia la delicatezza di chiedere loro cosa si aspettano e come possiamo aiutarli?” (Adista documenti n. 11 del 22.3.14 pag. 11). In effetti, tutti quelli che vanno al potere, se non lo sono già, diventano ricchi… non solo a Tangeri.

Seconda riflessione. Chi va al governo, anche con buone intenzioni a favore dei ceti popolari, dei diritti fondamentali e di una più equa distribuzione delle risorse, viene messo sotto pressione e in grave difficoltà – con la corruzione, con la violenza, con le crisi pilotate, con la globalizzazione… -da chi ha grandi interessi economici da salvaguardare e potenziare. Destra, sinistra, centro… non si sfugge: tutti i governanti devono adeguarsi agli smisurati appetiti finanziari di chi ha il vero potere.

Come uscirne? A me sembra che non ci sia che una strada da percorrere: una grande, diffusa, capillare, consapevole controffensiva culturale, per aiutarci ad imparare a vivere facendo a meno di capitali e capitalisti: piccolo è bello – cooperazione – sobrietà… per rispondere ai bisogni fondamentali di tutti/e in tutto il mondo, non alla fame di ricchezza e di potere di un numero sempre più piccolo di persone sempre più potenti e ingorde. E chi si troverà a governare sarà finalmente in condizione di fare bene.

Arrivato a questo punto mi sembra di sentire gli sghignazzi: “Eccone un altro… Hai scoperto l’acqua calda!..”. Già… Eppure il pensiero mi torna, implacabile: se questo è l’unico sistema possibile, l’unico ordine simbolico che osiamo immaginare… non ne usciamo. Il capitalismo è nato da pochi secoli: le grandi banche, la rivoluzione industriale, il latifondismo, fascismi di ogni tipo per mantenere l’ordine, concordati per garantirsi preti che predichino obbedienza e sottomissione… ma il meccanismo da scardinare è più profondo, più difficile da individuare, più antico e pervasivo; è un mantra: “E’ sempre stato così!”.

Ho imparato a chiamarlo “cultura patriarcale”: è trasversale a tutti gli ambiti e a tutte le strutture della società. Specialmente nel nostro “cristiano” Occidente, Europa in particolare, dove non sopravvivono neppure le vestigia di culture indigene di pace, organizzate intorno ai principi matriarcali ed evangelici della condivisione, della cura, della solidarietà universale, presenti in tutti gli altri continenti (Heide G., Abentroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Ed.Venexia 2013).

Non è vero che è sempre stato così. Il patriarcato è nato pochi millenni fa, imponendo con violenza il dominio maschile nel mondo: chiamiamolo per nome, impariamo a riconoscerlo… ci sarà più facile rinnegarlo, ciascuno e ciascuna a partire da sé. E, contemporaneamente, imparare che “matriarcato” non significa “dominio delle donne”, bensì “in principio la madre”: tutti e tutte nasciamo da donna, e quello è il periodo felice della nostra vita. Felicità che si rinnova quando siamo capaci di relazioni di differenza libera con le donne. Vi propongo di leggere “Sovrane. L’autorità femminile al governo” di Annarosa Buttarelli, ed. Il Saggiatore 2013.

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