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Eucarestia del 30 marzo 2014 di CdbSanPaolo

Comunità cristiana di base di S. Paolo – Roma
Gruppo biblico – Eucarestia del 30 marzo 2014

 

Liturgia della parola

I lettura: (dalla lettera dell’apostolo Paolo ai romani: 16, 1-16. Trad. Barbaglio)

“Vi raccomando la nostra sorella Febe, diaconessa della chiesa di Cencre: offritele nel Signore un’accoglienza degna dei santi e assistetela in qualsiasi  cosa abbia bisogno da voi, perché anch’essa ha prestato protezione a molti e a me stesso.

Saluti a Prisca e  ad Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la pelle. Ad essi non solo io sono grato, ma anche tutte le chiese del mondo pagano.  Saluti pure alla chiesa che si riunisce a casa loro.

Salutate il carissimo Epéneto, primizia dell’Asia offerta a Cristo.

Saluti a Maria, che si è data molto da fare per voi.

Salutate Andrònico e Giunia, miei connazionali e compagni di prigionia; sono apostoli eminenti ed erano in Cristo prima di me.

Saluti ad Ampliato, a me carissimo nel Signore. Salutate Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il carissimo Stachi. Saluti ad  Apelle che ha dato buona prova in Cristo.

Salutate quelli della casa di Aristòbulo. Saluti a Erodione, mio connazionale.

Salutate quelli della casa di Narcisso che sono nel Signore.

Saluti a Trifena e Trifosa che si sono date molto da fare nel Signore. Salutate la carissima Pèrside che molto ha lavorato nel Signore. Saluti a Rufo, l’eletto del Signore, e a sua madre che è anche la mia.

Salutate Asìncrito, Flegonte, Ermes, Pàtroba, Erma e i fratelli che sono con loro.

Saluti a Filologo e Giulia, a Nèreo e sua sorella, a Olimpia e a tutti i santi che sono con loro. Salutatevi gli uni gli altri con un bacio santo.

Vi salutano tutte le chiese di Cristo.

 

Preghiera responsoriale (Comunità di S. Nicolò -Verona)

R.: “Spirito di Dio, rendici una comunità viva”

A.: “Spirito di Dio,

dacci il coraggio perché la tua parola

sia per noi la radice delle nostre scelte

e il compimento dei nostri sogni”.

R.: “Spirito di Dio, rendici una comunità viva”

A.: “Spirito di Dio,

tu sei la brezza sul volto dei profeti.

Fa’ che ci lasciamo coinvolgere

nella lotta per la giustizia.

Rendici difensori dei piccoli e attenti ai diritti dei “diversi”.

R.: “Spirito di Dio, rendici una comunità viva”

A.: Spirito di Dio,

tu sei nel respiro di ogni donna e di ogni uomo.

Fa’ che riconosciamo in ciascuno e in ciascuna

Una nota inedita della tua opera creativa.

 

II lettura ( dal commento di S. Giovanni Crisostomo alla lettera ai Romani)

“Molti, anche di quelli che sembrano assai valenti, trascurano a mio parere questa parte dell’epistola [cap. 16], ritenendo che sia superflua e che non contenga niente di importante; poiché infatti è un elenco di nomi, credono che non se ne ricavi nessun grande guadagno. Ma mentre i garzoni degli orefici si preoccupano meticolosamente anche dei minuscoli frammenti d’oro, costoro trascurano masse d’oro così grandi” (PG 60, 667).

“Di nuovo Paolo addita a esempio una donna e di nuovo noi uomini siamo sommersi dalla vergogna! O meglio, non solo siamo sommersi dalla vergogna, ma siamo anche onorati. Siamo onorati, infatti,  perché abbiamo con noi donne del genere; ma siamo sommersi dalla vergogna perché siamo molto indietro nei loro confronti.”(PG 60, 668).

 

III lettura (dalla I lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi: 1,12.13; 12,12.27)

Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “ E io di Cefa”, “E io di Cristo!”. Cristo è forse diviso? Ora, voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte e come il corpo è uno solo, e ha molte membra, così anche il Cristo”

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 Gruppo biblico – Commento alla liturgia del 30 marzo 2104
“Paolo e le chiese di Roma”

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Il Gruppo biblico intende con questa liturgia eucaristica condividere con la Comunità, per quanto è possibile, le informazioni e le suggestioni che sono scaturite dalla lettura del libro di Romano Penna “Paolo e la chiesa di Roma”.

Conoscere la composizione e il funzionamento della Chiesa o meglio, delle chiese di Roma alla metà circa del I secolo, cioè dopo poco più di 20 anni dalla morte di Gesù, non si è rivelata soltanto una ricerca storica, ma ha fornito anche interessanti spunti di riflessione per la nostra vita personale e comunitaria.

Si è detto chiese di Roma. Scrivendo ai romani, infatti, Paolo non si rivolge mai (come aveva fatto invece per es. rivolgendosi ai corinzi o ai tessalonicesi) alla loro “chiesa” ma “a quanti sono in Roma diletti di Dio e santi per vocazione”  (a quel tempo il termine “cristiani” non era ancora usato). Dal capitolo 16 che abbiamo letto si deduce infatti che le ecclesiae in Roma negli anni 56 o 57 d.C. erano almeno 5; si riunivano in case private e con tutta probabilità non potevano consistere in più di 20-30 persone per gruppo, per un totale di 100/150 persone. Esse erano sparse (un po’ come i nostri gruppi territoriali) in diversi punti della città, come già le sinagoghe da cui provenivano, che erano apposite sale di riunione e che anch’esse erano numerose, dovendo ospitare un complesso di circa 20.000 ebrei.

Quando giungeva una lettera come questa di Paolo, essa doveva circolare ed essere letta successivamente presso i diversi gruppi. Altri rapporti tra loro dovevano essere tenuti tramite forme leggere di collegamento, ma mai in riunioni comuni non essendovi alcuno spazio utilizzabile a questo fine. Il culto domenicale era dunque domestico e presieduto presumibilmente dal padrone o dalla padrona di casa, a meno che non  fossero presenti personaggi ragguardevoli (apostoli, profeti, ecc,).

Non sono mai nominati, nelle lettere autentiche di Paolo, ministeri fissi o di carattere sacrale come “vescovi”, “presbiteri” o “sacerdoti”, (con le connesse funzioni “sacre”). Solo nella lettera ai filippesi si nominano di sfuggita “vescovi e diaconi”, ma considerando che quella comunità avrà avuto tutt’al più poche decine di componenti, la presenza di più vescovi  fa intendere che le funzioni erano ben diverse da quelle che siamo abituati a intendere.

Certo, anche le chiese di Roma dovevano avere una qualche forma di organizzazione leggera, forse sulla falsariga di quelle ben conosciute dalla sinagoga, come “gli anziani” (presbiteri) o persone che si assumevano vari incarichi di servizio (diaconi). Ma le figure più autorevoli, come vediamo anche a Corinto, erano quelle di chi aveva conosciuto o seguito Gesù in Palestina (qui, per es., Andronico e Giunia, Prisca e Aquila) che erano considerati “apostoli”, poi i profeti, gli animatori, ecc.

In queste comunità, a differenza dei  collegia religiosi o professionali romani, erano ammessi uomini e donne di tutti gli strati sociali, che dovevano anzi sovvenire gli uni agli altri con le loro sostanze. La mancanza di questa solidarietà è ripresa con parole molto dure da Paolo nei passi citati della  lettera ai Corinzi.

Peraltro, di fronte a questa carenza di strutture, e in particolare di strutture normative e sacrali, vediamo vivo in queste comunità un forte senso di fede, di responsabilità e di consapevolezza di essere al centro di una rivoluzione epocale. “Voi siete il tempio di Dio”; “chi mangia e beve” disprezzando il suo fratello o sorella “mangia e beve la propria condanna”. Infatti “voi siete, ciascuno per la sua parte, il corpo di Cristo” intendendosi con ciò il complesso della comunità.

Oltre a trattare ampiamente, in particolare dal punto di vista teologico,  dei problemi connessi con la recente  e certamente dolorosa separazione dai fratelli e dalle sorelle ebree rimasti in sinagoga, Paolo invia ai fedeli di Roma, che si riprometteva di visitare quanto prima – e infatti vi giunse circa un anno dopo, ma in catene – una serie di esortazioni.  Tra queste ve n’è una, che ci ha fatto molto discutere: “siate sottomessi alle autorità costituite, perché non c’è autorità se non da Dio”.

Ma questo insegnamento di “buon senso” visto che tendeva innanzi tutto a evitare di dare pretesto per interventi repressivi contro gli aderenti a una setta che non godeva più dello scudo dell’appartenenza la giudaismo, religio licita,  va visto nel complesso della fede che Paolo andava diffondendo. Una fede che riservava al proprio Signore, morto in croce come una schiavo per una condanna eseguita dai romani, il titolo di Kurios ufficialmente riservato all’imperatore; che aspettava la venuta di un  regno di Dio a giudicare anche i pagani; che intanto diffondeva un concetto di solidarietà inusitato nella struttura sociale romana; che sosteneva essere meglio, nei momenti di scelta cruciale, “ubbidire piuttosto a Dio che agli uomini”.

Oggi tra noi molte cose sono cambiate, dalla struttura elefantiaca e monarchica assunta della chiesa cattolica, al diffondersi di concetti diversi di società e di partecipazione, dallo svanire sempre di più, almeno nelle grandi masse, delle attese escatologiche ultraterrene, al progressivo venire meno del senso di solidarietà e di condivisione che dovrebbe guidare chi si richiama al nome di Cristo. Ma altre simili sfide ci attendono. Invece del “giudizio universale” ci ritroviamo a fare i conti  con la globalizzazione, con il “villaggio globale” di padre Balducci dove il nostro agire e le nostre inerzie si riflettono su tutto il creato e su tutti gli esseri viventi.

Alcuni preziosi insegnamenti dunque possiamo ancora trarre dalla lettera di Paolo, scritta anche per noi che, pur essendo una piccola comunità come erano piccole quelle chiese primitive, rappresentiamo tuttavia intero il corpo di Cristo, come lo rappresentano intero tutte le altre singole chiese sparse nel mondo e anche, concettualmente, tutti i credenti in Cristo che lo riconoscono nel pane spezzato. Non ultimo fra questi insegnamenti è quello che, prima di giudicare gli altri e di fare proposte per  incidere sulla società con le possibilità di partecipazione che oggi ci sono offerte, occorre giudicare noi stessi e verificare se il nostro modo di rapportarci agli altri  è coerente con l’esempio di Cristo.

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