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Accordo di pace o capitolazione palestinese?

Ingrid Colanicchia
Adista Documenti n. 15 del 19/04/2014

A distanza di otto mesi dalla ripresa dei negoziati tra Israele e Autorità nazionale palestinese e a poco più di un mese dalla loro scadenza, fissata per il 29 aprile prossimo, il raggiungimento di un’intesa complessiva sulla fine del conflitto è ancora lontano. Il 2 aprile scorso il segretario di Stato statunitense John Kerry ha cancellato la visita a Ramallah prevista per quel giorno a seguito del rifiuto opposto dal leader dell’Anp, Abu Mazen, alla proposta di prolungare i negoziati e dell’avvio da parte dell’Anp delle procedure di adesione a 15 convenzioni, protocolli e trattati internazionali.

A niente è servito il tentativo di Kerry, il quale, al fine di estendere i colloqui fino al 2015, aveva messo sul tavolo delle trattative la liberazione della spia israeliana Jonathan Pollard, in prigione negli Stati Uniti, in cambio dell’impegno del premier Netanyahu ad un congelamento degli insediamenti e alla liberazione di 400 detenuti palestinesi. Abu Mazen ha opposto un secco rifiuto.

Ma se è vero che gli accordi sulla base dei quali sono ripartiti i colloqui dello scorso luglio impegnavano l’Anp a non rivolgersi alle istituzioni internazionali, è altrettanto vero che il primo a violarne i termini è stato il governo israeliano, che il 29 marzo scorso non ha rilasciato, come invece stabilito, 26 prigionieri palestinesi, gli ultimi dei 104 pattuiti a luglio.

La sensazione è che abbia ragione lo storico israeliano Ilan Pappe, il quale, lo scorso anno, intervistato da il manifesto in occasione della ripresa dei negoziati (25/7, v. Adista Documenti n. 31/13), affermava che israeliani e statunitensi hanno tutto l’interesse a proseguire i colloqui con i palestinesi mentre Israele continua ad essere padrone della situazione nei Territori occupati e libero di espandere le sue colonie e l’Autorità nazionale palestinese è impegnata a impedire lo sviluppo di qualsiasi forma di resistenza all’occupazione militare. Secondo Pappe, al fine di evitare che i palestinesi si rivolgano alle istituzioni internazionali per vedere sanzionata l’occupazione e i crimini che commette, statunitensi e israeliani rilanceranno sempre il “processo di pace”, «dialogando tanto per dialogare senza prospettive di una soluzione fondata sulla legalità internazionale».

Che quella dei negoziati sia una farsa che Israele ha tutto l’interesse a prolungare indefinitamente, lo pensano in tanti. Così anche Michèle Sibony, dell’Union Juive Française pour la Paix (Unione ebraica francese per la pace), la quale, nel corso del convegno “Stato di Palestina: quali prospettive”, organizzato il 6 febbraio scorso a Parigi dalla Fondazione Gabriel Péri e dall’Istituto di relazioni internazionali e strategiche (Iris), ha tenuto un intervento nel quadro della tavola rotonda “Palestinesi e israeliani: due popoli pronti per la pace?”. «I negoziati – ha detto in questa occasione – sono diventati il fine e non il mezzo di tutta la politica israeliana degli ultimi anni: mantenere una situazione permanente di negoziazione in parallelo alla colonizzazione permanente, l’una relativizzando ininterrottamente gli effetti nocivi dell’altra». «I governi succedutisi in Israele non credono alla pace ma alla gestione del conflitto», ha proseguito: «Non essendo loro a subire l’occupazione, non hanno niente da perdere dalla creazione di situazioni di fatto che si convalidano da sole nel tempo, ritenendole spesso anche giuste».

La domanda da porsi per Sibony non è dunque se palestinesi e israeliani sono pronti per la pace ma come porre fine alla dominazione coloniale per far sì che si giunga alla pace. «Il gruppo israeliano ebraico è pronto a riconoscere i propri privilegi? Il gruppo palestinese può accedere ai suoi diritti? La pace – ha concluso – non può che nascere da qui» e «non può essere che la conseguenza di queste due questioni, non un prerequisito come si è spesso voluto far credere».

Di seguito, in una nostra traduzione dal francese, ampi stralci dell’intervento di Sibony, tratto dal sito dell’Union Juive Française pour la Paix.

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Pronti per la pace?

Michèle Sibony

Il titolo di questa tavola rotonda, “Palestinesi e israeliani, due popoli pronti per la pace?”, invita a una serie di riflessioni. Prima di tutto vi sono due termini da definire. Con popolo israeliano cosa si intende? Tutti i cittadini israeliani? Sappiamo bene che il 20% della popolazione israeliana è palestinese. Inoltre, la rivendicata corrispondenza perfetta tra Stato e gruppo ebraico conferisce a questa nozione di popolo una componente etnica nel migliore dei casi pre-moderna. Una delle ambiguità di Oslo, che ha fatto fallire il processo di pace, riposa proprio sulla definizione confusa, equivoca, di popolo israeliano.

Pensiamo allo slogan di Peace Now (movimento israeliano nato nel 1978, ndt): “Due popoli, due Stati”. Quali popoli? Quali Stati? Interrogativi elusi dal processo di Oslo (…). Potremmo ipotizzare che per il negoziatore israeliano si trattasse di uno Stato ebraico con i suoi cittadini ebrei – versus uno Stato palestinese – sulla base della definizione di Stato d’Israele come Stato del popolo ebraico. È d’altronde questa la ragione per cui la legge israeliana distingue nazionalità e cittadinanza, fatto raro in quelle che si è soliti chiamare democrazie. (…). Ipotesi poi ampiamente confermata, a ogni tentativo di negoziato, dalla reiterata richiesta dei governi israeliani del previo riconoscimento, da parte dell’Autorità nazionale palestinese, di Israele “come Stato nazione del popolo ebraico”. «Una vera pace è fondata sul riconoscimento da parte palestinese di Israele come Stato-nazione del popolo ebraico, perché questa è stata ed è la radice del conflitto», ha ribadito Benyamin Netanyahu il 20 gennaio scorso in un discorso alla Knesset.

Piccola parentesi. In occasione di una riunione a Bruxelles il 18 luglio 2011, l’allora ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, dichiarava: «Penso che la menzione di “Stato ebraico” possa creare problemi; che io sappia, oggi in Israele ci sono anche degli arabi…». Due giorni dopo, nel corso di una conferenza stampa a Madrid, ecco arrivare la rettifica: «… non ci sarà soluzione al conflitto in Medio Oriente, senza il riconoscimento di due Stati nazione per due popoli. Lo Stato-nazione d’Israele per il popolo ebraico, lo Stato-nazione di Palestina per il popolo palestinese…».

Il negoziatore palestinese Nabeel Kassis gli ha di fatto risposto in un articolo pubblicato il 25 ottobre 2013 su Al Monitor, dal titolo “Perché i palestinesi non devono riconoscere Israele come Stato ebraico”: «I palestinesi vantano un diritto storico sulla Palestina e hanno il diritto di applicare il principio di autodeterminazione al fine di crearvi un loro Stato sovrano. Ne deriva il fatto che riconoscere Israele come Stato nazione degli ebrei contraddice e mette in pericolo i diritti di tutti i palestinesi che continuano a vivere sulla terra dei loro antenati, così come il diritto dei rifugiati palestinesi che sono stati cacciati con la forza, espulsi dalle proprie case nel 1948 per fare spazio a uno Stato con una maggioranza ebraica. Poiché i palestinesi non possono e non vogliono nuocere alla propria causa, non possono riconoscere Israele che come lo Stato del popolo che lì abita e questo popolo non è composto solo da ebrei! Di fatto, un quarto della sua popolazione attuale non è ebraico».

Dobbiamo dunque per prima cosa sottolineare l’inaccettabile parallelo stabilito tra i due gruppi israeliano e palestinese (…). E questo ci conduce al problema posto dal secondo termine del dibattito – “pronti per la pace” – il quale stabilisce una simmetria nelle responsabilità dei due gruppi che si suppone siano in guerra. Ma niente è più arbitrario rispetto ai fatti. Si sarebbe potuto trattare la questione sostituendo così le parti in causa: algerini e francesi, due popoli pronti per la pace?(…).

Ci si trovava di fronte, in quel caso, a un gruppo assoggettato in via di decolonizzazione e autodeterminazione nazionale, quello algerino, e a un gruppo dominante, i francesi. La questione riguardava le condizioni che avrebbero permesso al gruppo francese di rimanere in Algeria. Una sola condizione ma essenziale: che il popolo colonizzatore rinunciasse ai suoi privilegi e divenisse parte del popolo dell’Algeria indipendente, dove tutti i cittadini, quale che fosse la loro origine, avrebbero avuto uguali diritti. È senza dubbio perché è stato impossibile, specialmente a causa della violenza dello scontro, risolvere questa equazione, privilegi contro diritti, che il gruppo francese d’Algeria ha dovuto lasciare la sua terra natale.

La questione ora non è cercare la pace tra belligeranti, ma riconoscere il rapporto di dominazione coloniale tra un gruppo privilegiato, la cui componente ebraica gode anche di diritti preclusi a quella non ebraica, e un gruppo oppresso, che comprende anche coloro che hanno la cittadinanza israeliana, privato di diritti in maniera crescente a seconda che viva in Israele, in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza, nei campi rifugiati o in esilio.

La questione dovrebbe dunque essere formulata così: come porre fine alla dominazione coloniale per far sì che si giunga alla pace? Il gruppo israeliano ebraico è pronto a riconoscere i propri privilegi? Il gruppo palestinese può accedere ai suoi diritti? La pace non può che nascere da qui (…). Inoltre, non può essere che la conseguenza di queste due questioni e non un prerequisito come si è spesso voluto far credere.

In questo senso, il titolo di questa tavola rotonda chiama in causa anche la visione prevalsa in tutti i negoziati precedenti, in cui le proposte di pace israeliane hanno finito per somigliare al Trattato di Versailles, frutto di un rapporto di forza schiacciante che avrebbe poi condotto alla Seconda Guerra Mondiale, come riconosceva già nel 1993, dopo gli Accordi di Oslo, Edward Said (nel suo articolo “The morning after”): «Chiamiamo questo accordo con il suo vero nome: uno strumento per la capitolazione palestinese, una Versailles palestinese…».

Rinunciare ai propri privilegi è un’opzione che si prende in considerazione solo se questi divengono così costosi che la pace diviene preferibile (…). Ora, nell’ultimo decennio, Israele ha goduto di una crescita economica straordinaria, come risulta dai dati dell’Ocse, di cui fa parte dal 2010: una crescita al 3,7% nel 2013 contro un tasso medio dell’Ocse dell’1,2%; un debito inferiore alla media degli Stati Ocse e un volume di esportazioni di beni e servizi passato da 43 miliardi di dollari nel 2002 a 79 miliardi di dollari nel 2013.(…).

Quanto alla sicurezza, questa non è mai stata così alta. Basta citare i rapporti dei servizi di sicurezza israeliani del 2009, i quali precisavano come quell’anno fosse stato il più tranquillo degli ultimi dieci, e del 2010, «anno in cui il numero di attentati e di morti è stato il più basso in 10 anni», come pure la dichiarazione di Netanyahu, sul suo profilo Facebook, il 27 gennaio scorso, in occasione della Giornata internazionale della memoria: «Il 2013 è stato l’anno più tranquillo per la sicurezza dei cittadini israeliani da un decennio a questa parte». (…).

Crescita, economia fiorente, sicurezza, più un’impunità acquisita presso tutti gli organismi internazionali: presso l’Onu che non ha sanzionato i crimini dell’operazione Piombo fuso, sotterrando il rapporto Goldstone; e presso l’Unione Europea che in questi dieci anni non ha messo in atto alcuna sanzione contro le violazioni del diritto internazionale da parte del governo israeliano, accantonando il rapporto dei suoi esperti (novembre 2005) sulla strisciante annessione di Gerusalemme Est e sviluppando con Israele stretti e privilegiati legami di cooperazione scientifica, militare, commerciale, accademica.

STRATEGIA DI CONQUISTA E STRUTTURA COLONIALE

La strategia di conquista israeliana può essere sintetizzata nei tre elementi seguenti: occupare, colonizzare e negoziare.

Prima di tutto il mito più impressionante, quello del carattere temporaneo dell’occupazione, quando si tratta invece della più lunga occupazione della storia moderna: lo Stato di Israele, fondato 66 anni fa, convive da 47 anni, due terzi della sua esistenza, con il regime di occupazione che ha instaurato. Generazioni di israeliani non hanno conosciuto altro che questo e i più giovani non vedono nulla degli effetti mortali di questa occupazione, celati dal muro di separazione. Al punto che l’occupazione è diventata una caratteristica intrinseca del regime, dei suoi apparati, della sua economia.(…).

In occasione di una conferenza stampa tenuta a Davos il 24 gennaio scorso, Netanyahu ha dichiarato: «L’ho detto e lo ripeto: non ho intenzione di rinunciare a un solo insediamento e non ho intenzione di cacciare un solo israeliano».

Israele non ha mai rinunciato a questo atto di guerra, mentre, grazie o a causa di Oslo, l’Anp ha cessato ogni ostilità, entrando persino in un meccanismo di collaborazione securitaria con i servizi israeliani.

I negoziati sono diventati il fine e non il mezzo di tutta la politica israeliana degli ultimi anni: mantenere una situazione permanente di negoziazione in parallelo alla colonizzazione permanente, l’una relativizzando ininterrottamente gli effetti nocivi dell’altra.

I governi succedutisi in Israele non credono alla pace, ma alla gestione del conflitto: non essendo loro a subire l’occupazione, non hanno niente da perdere dalla creazione di situazioni di fatto che si convalidano da sole nel tempo, ritenendole spesso anche giuste.

L’esempio più eclatante è quello della famosa Linea verde del 1967 (i confini precedenti la Guerra dei sei giorni del 1967, ndt) la quale non è più un punto di riferimento per nessuna delle parti nei negoziati in corso. I blocchi di colonie sono annessi di fatto e non si tratterà più che di scambi di territori popolati da ebrei contro territori popolati da palestinesi. (…).

È il principio che prende piede nell’insieme dei territori tra il Mediterraneo e la Giordania: il principio di separazione. Strade separate, enclavi separate, colonie separate, Gaza circondata e completamente separata e, all’interno di Israele, l’opzione “ogni popolazione sul suo territorio”.

Così il Piano Prawer prevede l’evacuazione e l’espropriazione di migliaia di palestinesi beduini del Negev: ufficialmente ritirato, è di fatto messo in pratica già da anni, richiamando alla mente quello degli anni ‘70 che aveva come bersaglio la Galilea e si chiamava “Yehud hagalil”, giudaizzazione della Galilea.

In Israele, come nella Valle del Giordano in Cisgiordania, si applica la stessa politica: spingere le popolazioni palestinesi in enclavi territoriali predefinite da Israele al fine di liberare territori per le popolazioni ebraiche. Anche la zona chiamata “il Triangolo”, fortemente popolata da palestinesi dopo la Nakba del 1948, è considerata da anni come zona da scambiare con i blocchi di colonie in occasione dei negoziati. Siamo oggi di fronte a una configurazione spaziale quasi completata, disegnata dal muro, dalle strade, dagli insediamenti coloniali, dalle enclavi palestinesi, rispetto a cui la questione si pone nei termini di una distribuzione delle popolazioni, una distribuzione etnica.

L’impressionante arsenale di leggi e progetti di legge che minaccia lo status di cittadinanza dei palestinesi d’Israele mostra fino a che punto questi abbiano recuperato protagonismo. Considerati una minaccia interna dal governo israeliano, perché non sufficientemente separati, costituiscono, insieme al ritorno dei rifugiati, una delle questioni più spinose della risoluzione del conflitto, in quanto minacciano di “sommergere” il gruppo ebraico.

REGIME DI SEPARAZIONE

Tale stato di cose è messo in relazione a ciò che è divenuto oggi il sionismo. In un articolo pubblicato nel 2011, Ariella Azoulay e Adi Ophir ricordano che (…) «il sionismo è diventato un sostegno non allo Stato di Israele ma al suo regime attuale. Questo regime è confuso con lo Stato e lo Stato con la nazione». Spiegano che dal 1967 «il territorio che si estende dal Mediterraneo al Giordano è governato da un sistema statale unico e da un insieme coerente di apparati di Stato» che opera attraverso tre principi distinti di separazione: uno fondato sulla nazione, tra arabi ed ebrei, un altro sulla cittadinanza, tra cittadini e non cittadini, e un terzo sul territorio, basato sul moltiplicarsi degli status quo – 1948, 1967, Gerusalemme, Cisgiordania, zone A, B, C – che caratterizzano questo regime: mishtar hafrada, regime di separazione. Il sionismo è dunque divenuto un sostegno al Regime di separazione.

Questa caratterizzazione del regime israeliano è attestata anche dai lavori del Tribunale Russell per la Palestina nella sua sessione di Cape Town del 7 novembre 2011: «Il Tribunale conclude che Israele sottopone il popolo palestinese a un regime istituzionalizzato di dominio considerato come apartheid dal diritto internazionale. Questo regime discriminatorio si manifesta con intensità e forme variabili a seconda del luogo di residenza dei palestinesi che lo subiscono. I palestinesi che vivono sotto il regime militare coloniale nei Territori palestinesi occupati sono sottoposti a una forma di apartheid particolarmente grave. I cittadini palestinesi israeliani, pur godendo del diritto di voto, non fanno parte della nazione ebraica secondo il diritto israeliano, sono privati dei vantaggi che ne derivano e sottoposti a una discriminazione sistematica (…). Indipendentemente da tali differenze, il Tribunale conclude che l’applicazione dell’autorità israeliana sul popolo palestinese, quale che sia il luogo di residenza, equivale nel suo insieme a un regime integrato unico di apartheid».

L’appello del 2005 della società civile palestinese faceva per la prima volta riferimento, e con ragione, al regime di separazione instaurato in Sudafrica e agli strumenti utilizzati per porvi fine: Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

(…). BDS è un movimento squisitamente politico finalizzato a porre termine a questo regime ed è un movimento «esponenziale», per citare Tipsi Livni, che oggi, finalmente, minaccia il senso di onnipotenza assicurato ad Israele grazie all’impunità che credeva fino ad oggi acquisita.

L’Unione Europea, senza dubbio sotto la pressione dei numerosi attori europei implicati nel movimento BDS, ha infine cominciato ad agire, emanando raccomandazioni riguardanti le imprese che hanno legami con le colonie. La Germania, la Romania, la Norvegia, le banche danesi e olandesi, l’American Studies Association che ha adottato il boicottaggio accademico di Israele… la lista cresce di giorno in giorno e preoccupa imprenditori e politici israeliani.

(…). BDS fa la differenza su più piani, rivelando efficacemente la vera natura di questo regime, illustrando presso un ampio pubblico le ragioni delle proprie azioni e richiamandosi chiaramente ai diritti rivendicati dall’appello palestinese del 2005, tra cui il diritto del ritorno per i rifugiati. Inoltre, unisce gli ebrei in un insieme diverso da quello che Israele vuole costruire nel mondo a partire dall’ebraismo. Tanti cittadini ebrei, statunitensi, europei e anche israeliani sono fortemente impegnati nel movimento BDS, dimostrando così di non riconoscersi nell’uso dell’ebraicità al servizio del regime e rifiutando il regime di apartheid non solo perché opprime un popolo ma anche perché mette in pericolo gli israeliani, e pure gli ebrei nel mondo, attraverso l’amalgama, propugnata dal sionismo, tra antisionismo e antisemitismo.

È questa la pace: l’aspirazione alla fine del calvario imposto al popolo palestinese, a una società libera dal suo razzismo strutturale e dal regime di separazione, che dovrebbe poter iscriversi, quale che sia la forma statale adottata tra il mare e il Giordano, nella ricerca di una coesistenza fondata sull’uguaglianza.

«La giustizia e l’uguaglianza dei diritti per tutti distruggeranno veramente Israele? L’uguaglianza ha distrutto l’America Latina o il Sudafrica? Ha messo fine all’ordine razziale discriminante che era prevalso, ma non ha distrutto né il popolo né il Paese» (Omar Barghouti, 31 gennaio 2014, New York Times).

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